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| Domenica 30 Agosto 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Ecco un altro film, dopo Visions, a realizzazione praticamente amatoriale (recitazioni di bassa lega e regia anonima con effetti speciali ridicoli) dal budget ultraridotto (capitali marocchini e italiani), che viene immesso nel circuito cinematografico senza che ce ne sia una logica apparente. Smile, titolo americano come l'altro, facile ed accativante, è diretto da Francesco Gasperoni, un cineasta esordiente che ha aperto una casa di produzione denominata Moviemaker, sottolineando il carattere decisamente amatoriale e di genuino volere degli intenti filmici.La storia narra di sette giovani, variegati e dagli ormoni molto in movimento, che decidono di trascorrere qualche giorno in Marocco con l'intenzione di fare un campeggio in zone considerati dagli abitanti maledette, fotografando i posti per immortalarli per sempre. Una volta partiti devono acquistare una nuova macchina fotografica a seguito del furto della loro, trovando nei villaggi desolati solo un modello molto vecchio di instant camera del 1966. A seguito dell'acquisto, incominciano ad accadere cose sempre più inquietanti. Povero, fiacco, semplice e senza nessun particolare volo di fantasia (il tema delle macchine fotografiche maledette non è certo una novità al cinema ma anche nei videogames, per gli orientali è particolarmente caro) questo nuovo tentativo italiano di trovare qualche spettatore che cerca uno slasherino passatempo è la solita bufalata, con qualche bella ragazza minacciata che però manco concede un nude look minimo (Harriet McMasters Green e Tara Lisa Haggiag per esempio, le due bionde) e dei colpi di scena telefonati e patetici (a proposito, si sottolinea da subito che nelle zone del Marocco i cellulari non prendono, cosa d'obbligo per ogni film a tema horror moderno). Da notare la presenza del cacciatore del luogo, che sembra vestito come un buttero fiorentino, e il tempo marocchino con pioggie copiose (eh sì, con i lampi il terrore sale come la febbre) in zone che da desertiche passano in un secondo a delle macchie mediterranee (alcune scene le hanno girate nel Lazio). Neppure la spiegazione finale è decente: passato e presente si sovrappongono con la grande attesa della parola «fine» che ritarda per qualche scena finale sui credits. I cinefili più scafati troveranno Armand Assante presente nel cast, con un ruolo piccolo ma determinante per lo svolgimento della trama, di fatto per il poco che è presente qualche segnale di diversa recitazione rispetto al piattume restante appare. Non abbiamo niente contro la proliferazione e gli highlights da effettuare sui lavori di nuovi registi: gioielli a budget minimo come quelli prodotti dalla Renaissance Pictures di Raimi, Tapert e Campbell agli esordi hanno segnato la storia dell'horror, ma il problema è che quando i capitali del paese ospitante sono stati dati a motivi paesaggistici (quelli ripresi neppure molto interessanti, invero) e le idee latitano completamente – non serve a nulla dare possibilità al cinema, ma sarebbe preferibile optare per un direct-to-video. Soprattutto quando un film viene dato come di interesse culturale generale e non si sa per quale motivo. Potete tranquillamente evitare l'ingresso in sala anche se siete di pochissime pretese: la povertà di questa pellicola è straordinaria, oltre ogni limite, e potreste pure con volontà al ribasso non essere sufficiente. Consoliamoci con il fatto che è in vista l'arrivo di Raimi di ritorno ai primi amori con atmosfere horror: conservate i vostri sudati risparmi per quello. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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