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| Giovedì 03 Settembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Il giocare sul cosiddetto «sguardo» è solitamente inteso come motivo fondamentale d'esistenza e d'interesse di quel che è denominato cinema indipendente; Fernando Eimbcke, ad esempio, cerca il più possibile di nascondere l'azione—fisica ed emotiva—presente nel suo film facendo affidamento su campi in lontananza, camera il più delle volte immobile in long take, stacchi in nero mentre in sottofondo continua una banda sonora di nudi rumori smorti e sospesi, intuibilmente in presa diretta, dallo schianto di un'auto ai versi di un cane che gioca con dei bambini. Ne risulta una narrazione basata interamente sulla ripetizione e l'ellissi, che in questo caso servono da segnali d'assenza.
Se il metodo compassato e disseminato da un latente umorismo—prendasi, più lampante poiché personificato, quello del «meccanico» patito d'arti marziali (Juan Carlos Lara) che accompagna il protagonista Juan (Diego Cataño)—potrebbe suggerire accostamenti con Kaurismäki e Jarmusch, dei quali sarebbe quasi un negativo cromatico, si intravede anche un qualche legame più vago col dramma realistico di Bruno Dumont, senonché per il messicano i corpi sono troppo distanti per diventare da soli oggetto poetico. La ritrosia nel mostrarli si evidenzia soprattutto quando questi cercano di stringersi e sono ripresi più da vicino: il rapporto fra Juan e Lucia (Daniela Valentine) viene espunto da un puntuale taglio sul nero, l'abbraccio col fratellino Joaquin (Yemil Sefami) quasi nascosto in un armadio ed interrotto da un esempio di umorismo scatologico indie. Ciò che si sta cercando di elidere è la causa scatenante dell'incidente del ragazzo, in seguito al quale—perentorio schianto nel mezzo delle cose—Juan si trascina di nulla munito se non la propria nullatenenza, alla ricerca di un pezzo di ricambio, di qualcuno che lo aiuti e figurativamente di un nuovo posto nel quale essere al sicuro, se ce n'è uno. Non sarà uno spoiler rivelare—nonostante lo si scopra solo a secondo atto già lungamente avviato—che il padre di Juan è morto. Il giovane sembra andare a ripercorrere il percorso di allontanamento e responsabilità probabilmente seguito dal genitore: si veda, ad esempio, il suo ultimo ritorno a casa, che avviene lasciando Lucia a letto in posizione similare a quella in cui troveremo la madre (Mariana Elizondo), che per rafforzare il parallelismo è ora visibile per la prima volta (e la prima volta che è in scena, dietro la tenda della doccia, è intenta a fumare una sigaretta, proprio come la ragazza fa di continuo). Il film è ambientato e girato nello Yucatán, ma il suo risalire indietro verso una sorgente del «malessere» di Juan, così come il titolo (l'originale Lake Tahoe è leggermente meno «ingannevole»), lo pone in contatto stretto con i vicini miraggi statunitensi, che in mancanza di maggiori dettagli sulla vita e la morte del padre sono quantomeno dipinti come quel luogo bellissimo e distante che non si è mai visto ma del quale si ha un ricordo che sembra vivissimo—quel luogo, sembra si dica, dal quale speranza, gioia e ricchezza possono arrivare, ma dal quale si può anche esser lasciati con solo qualche frittella da cucinarsi come crudo souvenir per colazione. Giudizio: ![]()
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Il giocare sul cosiddetto «sguardo» è solitamente inteso come motivo fondamentale d'esistenza e d'interesse di quel che è denominato cinema indipendente; Fernando Eimbcke, ad esempio, cerca il più possibile di nascondere l'azione—fisica ed emotiva—presente nel suo film facendo affidamento su campi in lontananza, camera il più delle volte immobile in long take, stacchi in nero mentre in sottofondo continua una banda sonora di nudi rumori smorti e sospesi, intuibilmente in presa diretta, dallo schianto di un'auto ai versi di un cane che gioca con dei bambini. Ne risulta una narrazione basata interamente sulla ripetizione e l'ellissi, che in questo caso servono da segnali d'assenza.








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