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| L'ultimo ultras |
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| Lunedì 07 Settembre 2009 06:12 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Quando un recensore si avvicina a un film del quale deve redarre un giudizio, dovrebbe assolutamente estraniare i gusti personali e i pregiudizi, non partire da preconcetti; ma ovviamente la cosa non è sempre possibile, e di fronte a un prodotto appena al di fuori dell'amatoriale come L'ultimo ultras le speranze non erano di certo altissime. Quando invece le cattive premesse non si realizzano e si trova un buon prodotto spuntato da dove meno te lo aspetti, la sorpresa iniziale diventa assoluta soddisfazione. È davvero un piacere poter dire che questo è un buon film, sufficientemente intenso e sofferto, con il tema del calcio (le partite giocate non si vedono minimamente, tranne che per qualche secondo) che è solo la scusa e il sottofondo per mostrare il delirio di violenza insensata che porta un uomo al dolore psicologico inguaribile, droga che non ti lascia scampo e che ti riprende tra le sue grinfie.Stefano Calvagna è il factotum di questo film – regia, protagonista e sceneggiatura sono suoi – con il calciatore Andriy Shevchenko in una parte himself e alcune belle donne come Rossella Infanti (Rachele) e Giulia Elettra Gorietti, nella parte di una prostituta che cerca anche il colloquio con i clienti. Calvagna è Luca, un ultras violento di una sconosciuta squadra di periferia che frequenta gli stadi con l'unico scopo di creare violenza, disordini e tafferugli, tra la disperazione del padre (Mattia Sbragia) che cerca di portarlo a più miti consigli. All'ennesimo scontro succede la tragedia: Luca trafigge con un coltello un ultrà avversario, che muore. Per sfuggire alla giustizia si rifugia in un paesino nel nulla del Lago di Garda, cambia identità, vive di scommesse non clandestine e si barrica in un albergo. Dopo qualche mese, in cui ha fatto amicizia con una prostituta e con i fantasmi della colpa che lo perseguitano, incontra Marina (Francesca Antonelli) al negozio delle scommesse; se ne innamora, ma la sua natura violenta non lo molla: la domenica va allo stadio locale e crea scompigli allo scopo di generare violenza. Quando si inimica un piccolo boss locale, la situazione precipita anche perché viene identificato dalla polizia come autore del delitto del tifoso. Film che prende il calcio dalla sua parte malata, quella non dello sport ma delle reazioni insensate che provoca indirettamente, ha vari piani di interesse: il violento Luca dice a uno stralunato Sheva che i tifosi sono persone che guadagnano poco o nulla e che spendono tutto per seguire i loro ricchissimi idoli che manco li salutano e li considerano, frase esplicata non per giustificare atti senza senso ma per dire che i calciatori non hanno nessun sentimento di vera umanità, non sanno che sono delle icone e delle ragioni di vita per persone che hanno ben poco da sperare dalla vita. Il film non vuole assolutamente dare un senso al fatto di essere violenti: più volte viene ribadito che Luca vorrebbe aver vissuto quel momento in un modo diverso e ben più onesto, che non c'è nulla di glorioso anche se i tuoi amici ti considerano il loro idolo perché hai ammazzato un ragazzo. Le scene violente ci sono (per queste è V.M. 14 anni) ma non sono la fase fondamentale, sono solo l'inevitabile maturazione di uno status di vita, ad esse si arriva perché non si sanno dominare gli istinti di base e non si cerca pace, anche in quanto non si hanno veri orientamenti di inserimento nella società e si è in fondo disperati, con qualcosa che ti morde dentro che vuole uscire. In questo modo il tatuatissimo Calvagna scrive un ritratto completo degli scenari possibili, costruendo anche una storia umana e di sensibilità. Le recitazioni sono acerbe e dozzinali, la regia totalmente rozza, ma si vede che c'è molto impegno per dare pathos alla vicenda e far capire agli spettatori che dietro l'ultras si potrebbe nascondere comunque un uomo buono che ha perso la bussola e ha ceduto a una sorta di «lato oscuro», da cercare di recuperare dandogli una seconda occasione dopo aver espiato. Se il regista non avesse indugiato su alcuni aspetti un po' stucchevoli della storia d'amore, il film avrebbe avuto ancora miglior presa, ma possiamo davvero dire complimenti allo staff per aver realizzato questo film, un piccolo frutto con tanto sapore di emozioni primordiali in ebollizione. Niente calcio di serie A, solo uomini contro, soprattutto contro se stessi, che giocano in un campionato balordo della vita molto più difficile da vincere della Champions League. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Quando un recensore si avvicina a un film del quale deve redarre un giudizio, dovrebbe assolutamente estraniare i gusti personali e i pregiudizi, non partire da preconcetti; ma ovviamente la cosa non è sempre possibile, e di fronte a un prodotto appena al di fuori dell'amatoriale come L'ultimo ultras le speranze non erano di certo altissime. Quando invece le cattive premesse non si realizzano e si trova un buon prodotto spuntato da dove meno te lo aspetti, la sorpresa iniziale diventa assoluta soddisfazione. È davvero un piacere poter dire che questo è un buon film, sufficientemente intenso e sofferto, con il tema del calcio (le partite giocate non si vedono minimamente, tranne che per qualche secondo) che è solo la scusa e il sottofondo per mostrare il delirio di violenza insensata che porta un uomo al dolore psicologico inguaribile, droga che non ti lascia scampo e che ti riprende tra le sue grinfie.









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