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| Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans |
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| Domenica 13 Settembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Bollato davvero troppo frettolosamente come il remake del bel film di Abel Ferrara del 1992 con uno strepitoso Harvey Keitel, questo lavoro del redivivo Werner Herzog, classe 1942 (indimenticabile la sua versione di Nosferatu ormai datatissima) è invece una variazione imperfetta del sopracitato film; imperfetta perché, purtroppo, il suo protagonista, il solito Nicolas «legno recitante» Cage non riesce ad imprimere la giusta forza al personaggio come seppe invece fare Keitel al tempo. Del lavoro di Ferrara viene mantenuto il concetto iniziale, un tenente di polizia drogato e con problemi di salute che usa il distintivo per portare avanti i suoi sporchi traffici, comprese le scommesse; ma mentre nell'originale si metteva a nudo senza pietà le sgradevoli mancanze di rispetto verso ogni tipo di fede o religione, sovrapponendo sacro con profano estremo, qui si va un po' con il freno a mano, si arriva anche a certi punti di stucchevole buonismo in alcuni momenti della trama, che vi andiamo ora a riassumere brevemente.Siamo a New Orleans, poche ore dopo Katrina. Cage è Terence McDonagh, un poliziotto del tutto non ordinario che deve tirare fuori dalla sua cella allagata un detenuto. Dopo una scommessa con un amico/collega (Val Kilmer) decide di andare a tirare fuori il malcapitato, ma nel farlo si fa male alla schiena. Passa del tempo. Terence è stato premiato per l'atto «eroico» che noi sappiamo non disinteressato, ma ormai è quasi un relitto di poliziotto; totalmente dominato dagli antidolorifici (compreso il Vicodin caro al Doc House televisivo) che assume in quantità, si rifugia nella droga e nella compagnia di una bella prostituta di alto bordo (Eva Mendes, dal neo più seducente di Hollywood), anch'essa perennemente alla ricerca di stupefacenti. Mentre Terence procede con il proprio degrado fisico e psicologico, ha delle visioni di iguane dovute alle sostanze che assume, e una famiglia di colore viene orrendamente massacrata. Fiutando la possibilità di un grosso colpo accaparrandosi gratis delle dosi dagli spacciatori coinvolti, e di pagare i debiti accumulati alle scommesse, entra nel caso, ma la cosa gli sfugge di mano e adesso si deve guardare le spalle dovunque e da chiunque. Herzog dirige il film dove alla fine non te lo aspetti, con un finale assolutamente deludente, platonico e senza mordente: da un regista come lui, ben più ficcante altre volte (film come Aguirre, furore di Dio con il suo attore feticcio Klaus Kinski non si inventano senza doti da artista), ci saremmo aspettati che prendendo in mano una storia già sfruttata – a parte Ferrara – di un poliziotto che usa il distintivo per scopi propri, avrebbe dato non magari qualcosa di eversivamente nuovo ai posteri ma sicuramente qualcosa di più di una semplice variazione impalpabile sul tema. Invece la scelta del casting anonimo, qualche scena forte che Cage gestisce male (come quella del tubicino dell'ossigeno) non riescono a dare il giusto pathos al film, che stancamente si trascina tra allucinazioni, estorsioni, botte e qualche bella donna. I ritratti umani sono tutti sconfortanti: i giovani si drogano e se ne fregano dei genitori che possono saperlo (vedi la scena del sesso consenziente contro l'auto di lusso; in Ferrara Keitel invece si masturbava davanti a delle giovani) e gli anziani bevono come spugne, ormai senza una vera speranza, aggirandosi tra associazioni anonime. Curiosa la figura del cane, inconsapevole elemento di disturbo che provoca liti e che nessuno gestisce veramente dopo aver assicurato di curarsene, un autentico cane randagio come il tenente cattivo. Parlando del lato femminile del film, purtroppo la Mendes (che nulla concede all'occhio voglioso di nude look) non è neanche lontamente la femme fatale de I padroni della notte, presenzia con espressioni smorte senza lasciare traccia. Niente da dire: Werner Herzog ci mostra come sa filmare con delle belle scelte tecniche, ma purtroppo stavolta non riesce a darci nulla per arricchire di una nuova perla il suo patrimonio cinematografico oltre al numero delle pellicole girate. Per un regista come lui, il qualunque sufficiente è troppo poco. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]()
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Bollato davvero troppo frettolosamente come il remake del bel film di Abel Ferrara del 1992 con uno strepitoso Harvey Keitel, questo lavoro del redivivo Werner Herzog, classe 1942 (indimenticabile la sua versione di Nosferatu ormai datatissima) è invece una variazione imperfetta del sopracitato film; imperfetta perché, purtroppo, il suo protagonista, il solito Nicolas «legno recitante» Cage non riesce ad imprimere la giusta forza al personaggio come seppe invece fare Keitel al tempo. Del lavoro di Ferrara viene mantenuto il concetto iniziale, un tenente di polizia drogato e con problemi di salute che usa il distintivo per portare avanti i suoi sporchi traffici, comprese le scommesse; ma mentre nell'originale si metteva a nudo senza pietà le sgradevoli mancanze di rispetto verso ogni tipo di fede o religione, sovrapponendo sacro con profano estremo, qui si va un po' con il freno a mano, si arriva anche a certi punti di stucchevole buonismo in alcuni momenti della trama, che vi andiamo ora a riassumere brevemente.









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