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| Pelham 1-2-3: Ostaggi in metropolitana |
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| Sabato 19 Settembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Il solito film. Si è cercato di camuffarlo come una pellicola di una tensione originale, ma non racconta niente di nuovo. Forse è il problema di Tony Scott, già visto dietro Domino e Déjà Vu, nei quali la sua impronta registica era quanto meno rilevante per alcune dinamiche narrative. Ma anche lì le macchine che saltano in aria, incidenti stradali, inseguimenti e corse mozzafiato per le strade trafficate, elicotteri e quant’altro che abbia a che fare con una carrozzeria diventano strumenti di sequenze e intermezzi caotici con cui il regista si può sbizzarrire sia per allietare lo sguardo dello spettatore che non aspetta altro che vedere qualche macchina saltare in aria, sia perché deve riempire la pellicola in qualche modo, sennò la durata sarebbe stata nettamente inferiore. È anche vero però che questi sono gli elementi che caratterizzano il suddetto genere action contemporaneo, e questo comporta scelte scenografiche e ambientali che vadano a coincidere con la grande e frenetica metropoli (in questo caso una anonima New York), quindi con strade intasate di mezzi automobilistici e cittadini che diventano i veri ostacoli fisici dello svolgimento narrativo. Quindi non sia mai che un furgone non passi per puro caso nel percorso di una veloce volante della polizia, altrimenti si sa come va a finire!Oltre a ciò gli elementi riempitivi rimangono innumerevoli, a partire dai dialoghi occasionalmente passionali tra due coniugi (in questo caso tra il protagonista e sua moglie), oppure deliranti di un John Travolta che per un motivo o per un altro ha voluto prendere in prestito il Pelham 123 chiedendo in cambio una somma considerevole di dollari, o ancora dialoghi che spaziano dall’eroico sino al sarcasmo cameratesco o cinico. In fin dei conti la sceneggiatura riesce ad essere convincente, e l’andamento della storia coinvolge lo spettatore, ma rimane il fatto che la pellicola è piena di cliché e i personaggi vivono in maniera piuttosto meccanica e allo stesso tempo statica, non riuscendo ad approfondire i loro caratteri e la loro mentalità. L’unico vero motore della storia è la tensione, che tra le altre cose è introdotta con una trama non molto convincente. John Travolta ritorna con pizzetto, qualche tatuaggio da duro fatto in prigione, e un bel berretto di lana per coprirgli un piccolo principio di calvizie. Il suo personaggio è il solito fuori di testa che stringe un legame con l’innocente protagonista di turno, in questo caso un Denzel Washington particolarmente calmo per la situazione. Tra i due si stringe un legame particolare, quasi come una specie di Sindrome di Stoccolma al contrario, altro cliché narrativo che serve a unire i due protagonisti. I due personaggi sono vuoti, sia per le azioni, sia per il background, ossia hanno un passato che viene sì e no spiegato in tre battute, senza dargli un benché minimo spazio e approfondimento. La pellicola non dice niente di nuovo. Ripete gli standard hollywoodiani; esempio è il protagonista, il quale nella parte finale del film ha una voglia incomprensibile di fare l’eroe, o come il solito personaggio delle forze speciali che affronta la situazione con un sano cinismo americano, sino a giungere al finale privo di novità. È sconcertante la totale assenza caratterizzazione dei passeggeri/ostaggi, i quali sembrano vivere tutto quanto con una solida tempra e forza d’animo del tutto innaturale. Interessante l’ambientazione della metropolitana che riesce a trasmettere un senso claustrofobico altalenante. Ci sono alcune trovate fotografiche affascinanti, ma le solite vedute panoramiche di New York sono fin troppo conosciute, così come sono viste e straviste le riprese che voglio dare ancor di più il senso della tensione attraverso i movimenti caotici di una macchina da presa e con zoomate improvvise sui volti dei personaggi. Il montaggio è anonimo, veloce e quasi convulso, con lo scopo di voler lasciar senza fiato lo spettatore, riuscendoci e non. Insomma, solito film da vedere in compagnia seduti sul divano di casa. Da non scomodarsi. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Era necessario chiamare un grande attore come Denzel Washington per recitare al fianco di un granitico John Travolta un action film girato da Tony Scott, regista fratello minore del molto più talentuoso Ridley? Vi possiamo dire di no, subito ed assolutamente. Pelham 1-2-3: Ostaggi in metropolitana è il rifacimento di un film di Joseph Sargent del 1974, Il colpo della metropolitana, tratto dal romanzo di Morton Freedgood («The Taking of Pelham One Two Three») ma è soprattutto un film anonimo, insulso, pieno di cose ultramacinate e di discorsi al telefono che dopo mezz’ora facciamo fatica a sopportare.Il supercattivone è un tatuatissimo John Travolta, che prende diciotto ostaggi in una carrozza della metropolitana e chiede un riscatto di 10 milioni di dollari al comune di New York, mettendo il sindaco James Gandolfini (I Soprano) in profonda crisi. Mentre il commissario Camonetti (un Turturro per l’ennesima volta impalpabile, anche se a questo giro non dice scempiaggini e non fa la parte dello svampito) cerca una soluzione, l’unico che sembra calmare la furia di Ryder (Travolta), che uccide ostaggi per dimostrare quanto sia determinato e cazzuto, è un telefonista mistatore di telefonate (Washington). Tony Scott dirige come riesce, con le solite scene sincopate di accelerazione dei movimenti, decisamente fastidiose nella loro ripetitività, ma dato che probabilmente la produzione ha imposto un budget limitato (forse dopo aver speso molto anche per il cast) e le scene catastrofiche non ci sono, tutto è affidato ai discorsi e alle diatribe parlate; ma la cosa non funziona, Scott non è Tarantino e voler affidare un film a tale stratagemma è stato un fallimento unico. Un film localizzato per tre quarti in soli due posti (la carrozza della metropolitana e il locale di direzione dell’ente che governa il traffico underground) deve essere stata un’autentica tortura per chi è abituato ai cieli aperti (Top Gun) o a corse sfrenate on the road per ogni tipo di locazione (Déjà Vu), e quanto sia stato irrequieto lo si vede dal fatto che il film si cristallizza più volte, e gli si dà movimento con un trucchetto veramente poco pregnante (il topo che entra nei pantaloni del cecchino). Scott inserisce elementi di vario tipo – il marine coraggioso, il ragazzo pc-dipendente e l’occhio indiscreto di Internet su tutto (tema già trattato in maniera diversa in Nemico pubblico), la paura del terrorismo e i recenti fallimenti della borsa (manovrati ad arte?) – ma tutto, troppo abbozzato, si disperde ed annaqua. Quel che stupisce è l’assoluta fiducia che ha Washington in Scott: ha lavorato ormai parecchio con lui, si vede che con la sua direzione si diverte quando vuole parti rilassanti. In definitiva, un film dove Washington parla, Travolta digrigna i denti e urla le colpe del mondo per cui lui deve fare «bang-bang», Pandolfini si imbarazza e Turturro incassa l’assegno: con tali presupposti e una trama di locazione parecchio fissa, dare la regia a Scott junior è stato un suicidio e lo spettatore si diverte soltanto con delle pretese di lega molto bassa. Preferite l’onestà e il carrozzone innocuo dei G.I. Joe di Sommers, se vi interessa il puro intrattenimento action: qui i momenti di stanca sono davvero troppi e oltretutto ci sono anche delle fumose pretese autoriali e di messaggio. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Il solito film. Si è cercato di camuffarlo come una pellicola di una tensione originale, ma non racconta niente di nuovo. Forse è il problema di Tony Scott, già visto dietro 
Era necessario chiamare un grande attore come Denzel Washington per recitare al fianco di un granitico John Travolta un action film girato da Tony Scott, regista fratello minore del molto più talentuoso Ridley? Vi possiamo dire di no, subito ed assolutamente. Pelham 1-2-3: Ostaggi in metropolitana è il rifacimento di un film di Joseph Sargent del 1974, Il colpo della metropolitana, tratto dal romanzo di Morton Freedgood («The Taking of Pelham One Two Three») ma è soprattutto un film anonimo, insulso, pieno di cose ultramacinate e di discorsi al telefono che dopo mezz’ora facciamo fatica a sopportare.








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