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| Domenica 27 Settembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Dopo le critiche e gli applausi della recente edizione del festival di Venezia (di cui era film d'apertura), ecco finalmente arrivare nelle sale il nuovo ambiziosissimo film di Giuseppe Tornatore, regista italiano di cui abbiamo potuto ammirare le doti con opere del calibro di Nuovo cinema Paradiso e La leggenda del pianista sull'oceano. A Bagheria Tornatore ci è nato, per cui è ovvio che tenesse particolarmente a raccontare questa storia, che sa molto di biografico, intitolandola come l'antico nome fenicio del paese (il sottotitolo è «La porta del vento», una sorta di suono magico che sapesse aprire scrigni nascosti pieni di tesori inenarrabili, iconizzati nel film dalla storia del sasso che deve sbattere consecutivamente sulle tre rocce). La storia parte dagli anni venti, in piena era fascista per arrivare ai giorni nostri.I protagonisti del film sono Peppino (Francesco Scianna) e Mannina (la bravissima Margareth Madè), che come coppia hanno vari figli che segneranno i tempi e le mode che passano in questo paese della Sicilia, sospeso tra antiche tradizioni e l'influsso politico dei tempi che cambiano; il tutto governato dalla mafia, vera polizia di una legge che non c'è, a parte la sua. Non ci sono sottotitoli (bene o male i momenti di dialetto stretto non sono tantissimi e sono intelleggibili o spiegati), non ci sono neppure delle didascalie che spiegano in che anno siamo: ci pensa il cinema del paese con i suoi cartelloni ad indicare il calendario situazionale. Gli attori italiani secondari che compaiono sono tantissimi, da Placido a Salemme, praticamente impossibili da elencare tutti: hanno fatto tutti a gara per poter esserci almeno con un cammeo; come la Bellucci, guarda caso, presa con un seno di fuori mentre ha in atto un rapporto (fu attrice per Tornatore in Malèna). Li riconoscerete bene o male tutti: il regista (ma anche soggettista e sceneggiatore) non esita (in modo abbastanza futile, onestamente) ad effettuare un bel primo piano appena appaiono. Tra lo stuolo di figuranti il migliore è Salvatore Ficarra, il fratello di Peppino, che interpreta un ruolo diversificato e composito. Volevo a grandi caratteri scrivere lodi sperticate per questo film e dargli un numero di stellette molto alto, ma purtroppo non è assolutamente così: se da un lato il segno-cinema esiste e le doti del regista sono incontestabili, il film di metratura elevata (150 minuti) a volte pare un puzzle informe, non omogeneo, tutti i pezzi sembrano appiccicati per mostrare un affresco più lungo possibile ma che via via perde fascino, e il finale tra i tempi sembra seguire questa linea, sorta di cappello di chiusura sul contenitore pieno di incognite per il nostro sentire emozionale. Ci sono momenti importanti e delle linee guida davvero suggestive (come l'incaricato dell'urbanizzazione cieco che segue i progetti fatti in braille o i brogli ai seggi), delle idee simpatiche e carine (tipo in dipinto murale sulla volta della chiesa che viene cancellato perché i fedeli passano più tempo a discutere su chi fosse il modello del tempo che non a seguire le funzioni), ma la troppa voglia di raccontare tanto e altro rende dispersi anche i momenti più alti. La storia, raccontata attraverso la saga di una famiglia che soprattutto guarda e mostrata senza un sottofondo che la movimenti e la cadenzi (stile Il padrino, per intenderci), rischia di condurci alla noia, soprattutto se non siamo siciliani: nonostante dei momenti corali (il sacco della città dopo la caduta del fascismo e la vittoria o le proteste studentesche di piazza) a volte rimanere incollati sulla poltrona del cinema fermi risulta difficile. Fenomenali comunque le location, con Bagheria ricostruita a Tunisi – il film ha capitali italo-franco-tunisini – in maniera maniacale; case e porticcioli sembrano assolutamente realistici. La scena del bovino ucciso con un punteruolo senza tecniche di sollievo del dolore – il suo sangue è stato subito bevuto dagli attori – che ha scatenato le proteste degli animalisti è stata girata a Tunisi perché in Italia non era legalmente possibile; ma sullo schermo non risulta molto violenta o fastidiosa, soltanto una tradizione propiziatoria. Le musiche di Ennio Morricone sono un corollario come sempre perfetto. Il maestro musichiere del cinema italiano (e non) ci dona una nuova performance di assoluto livello con il theme title, con i suoi magnifici suoni da ricordare. L'aspetto politico, continuamente in sottofondo e altalenato tra i vecchi partiti ormai estinti o modificatisi, raggiunge il suo climax quando Peppino (che cammina guarda caso a sinistra) si alza per andare a una manifestazione, saluta Mannina nello stesso momento in cui il carabiniere, che abita davanti a lui, viene salutato dalla moglie e riceve raccomandazioni. I due si salutano come buoni vicini anche se saranno uno dalla diversa barricata dell'altro. Molto bello anche quando i fascisti, che camminano impettiti, vengono sbeffeggiati per strada da un coraggioso venditore di carne di porco: la protesta sale con l'ironia, come nella scena di Salemme che a teatro prende in giro un ritratto del Duce. La scuola, come la vita, divide: ricchi e poveri, acculturati o meno («Le capre mi mangiano i libri»), tutto sembra cristallizzato nello scorrere del tempo, con Peppino che sembra un'anomalia quasi fastidiosa. In definitiva, un affresco ambizioso e corale di grosse proporzioni, con scorci e vedute del passato messi in scena con amore e sentimento personale, purtroppo annacquato nella sua totalità da un rimirarsi che può risultare alla lunga fastidioso e monotono. Un film che aspettavamo ma da cui ci aspettavamo molto di più: il cinema italiano può dirsi nobilitato dalla pellicola per lo sforzo produttivo (oltre venti milioni di euro) e le intenzioni, ma alla fine Baarìa rimane un lavoro più localizzato che generalizzato, in cui l'assommarsi delle cose non ha reso il prodotto valido e profumato come avrebbe dovuto. Giudizio: ![]()
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Dopo le critiche e gli applausi della recente edizione del festival di Venezia (di cui era film d'apertura), ecco finalmente arrivare nelle sale il nuovo ambiziosissimo film di Giuseppe Tornatore, regista italiano di cui abbiamo potuto ammirare le doti con opere del calibro di Nuovo cinema Paradiso e La leggenda del pianista sull'oceano. A Bagheria Tornatore ci è nato, per cui è ovvio che tenesse particolarmente a raccontare questa storia, che sa molto di biografico, intitolandola come l'antico nome fenicio del paese (il sottotitolo è «La porta del vento», una sorta di suono magico che sapesse aprire scrigni nascosti pieni di tesori inenarrabili, iconizzati nel film dalla storia del sasso che deve sbattere consecutivamente sulle tre rocce). La storia parte dagli anni venti, in piena era fascista per arrivare ai giorni nostri.








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