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| Motel Woodstock |
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| Sabato 10 Ottobre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Ang Lee (La tigre e il dragone e I segreti di Brokeback Mountain) ritorna con un commovente omaggio al più grande happening della storia: Woodstock, simbolo di una generazione e di un mondo che voleva cambiare. Tratto dall’omonima autobiografia di Elliot Tiber («Taking Woodstock»), la storia racconta i cambiamenti culturali alla fine degli anni ’60 e del viaggio personale di un uomo verso un sogno di libertà.La pellicola vanta di un cast di eccezionale bravura e di personaggi ben caratterizzati. L’attore esordiente Demetri Martin riesce a coinvolgere pienamente lo spettatore, e nei panni di Elliot, uomo legato alla famiglia da un cordone ombelicale invadente, esprime con empatia i suoi conflitti interiori durante quei giorni nei quali assapora un tipo di libertà che lo conduce a esprimere sé stesso, la sua omosessualità, e il rapporto con i suoi genitori, stabilendo un nuovo legame con il padre (Henry Goodman). Le dinamiche familiari sono un tema caro ad Ang Lee e in Motel Woodstock le esplora con sottile comicità grazie anche all’interpretazione di Imelda Staunton nei panni della madre burbera e insicura e di Jack, padre laconico e senza olfatto. Accanto all’attore protagonista, Liev Schreiber stupisce con il suo carisma e con il suo ambiguo travestimento da donna, trasmettendo sia simpatia che un senso di rispetto per la determinazione che dimostra il suo personaggio. L’umorismo del film è riservato anche ad alcuni sketch di Dan Fogler nei panni del regista di una compagnia teatrale fuori dal comune. Non va dimenticato Emile Hirsch, che si dimostra come sempre essere un ottimo attore, e Jonathan Groof, dalla folta chioma riccia e dal viso perennemente in «estasi». Il film non racconta del concerto di Woodstock; in realtà il concerto non si vede mai se non da lontano come un insieme di «onde e di luci» durante un particolare «trip» del protagonista. Il concerto fa da sfondo alla storia di Elliot, ed è un’eco di note che il protagonista tenta di raggiungere e da cui viene segnato. È proprio questo tentativo di toccare il centro «dell’universo» (come lo definisce Liev Schreiber nel film) a cambiare le carte in tavola nella sua vita. La composizione della scenografia e delle immagini denota la profonda attenzione al dettaglio del regista, non lasciando niente al caso. Nella colonna sonora ci sono famosi brani dell’epoca (dai Greatful Dead a i Doors, sino ai Jefferson Airplane) e la musica composta da Danny Elfman intensifica la storia. La fotografia non è di eccezionale impatto, ma valorizza comunque le tematiche e le riflessioni della storia, soprattutto nel post-concerto in cui l’intera zona è devastata da rifiuti di ogni genere. I dialoghi sono semplicemente geniali, mai noiosi o scontati. È una commedia semplice con forte impatto emotivo ed Ang Lee si è voluto immergere in una storia che vuole raccontare quei tempi, attraverso immagini che mostrano come la guerra fosse un panorama opprimente e traumatico e come la società volesse liberarsi dalla sua morsa con la ricerca di pace nella collettività. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Attesissimo questo film di Ang Lee, non tanto perché lo dirige e produce il premio Oscar per I segreti di Brokeback Mountain, ma quanto più perché va a riprendere – senza mettere in bacheca star di grande richiamo per il pubblico – l'evento che, alla fine degli anni '60, sospeso tra altri accadimenti come lo sbarco sulla Luna e la guerra del Nam, radunò centinaia di migliaia di giovani in uno spiazzo collinare ad ascoltare musica, fumare erba e fare l'amore libero di gruppo (il famoso motto del sesso, droga e rock 'n' roll): stiamo parlando dell'universalmente conosciuto Woodstock. Ma non crediate che Lee vi ponga sul piatto un reportage del concerto.La storia verte non sulla sonorità del tempo (non abbiamo mai visto un film che prende spunto da un raduno musicale così scarno di note udibili) ma sull'organizzazione di esso, con al centro la storia di un piccolo motel, l'El Monaco, travolto dall'arrivo di folle oceaniche, che ha visto i guadagni della sua attività schizzare verso l'alto. A gestire l'El Monaco è la famiglia di Elliott (Demetri Martin), dove oltre a lui sono presenti il padre, la madre (Imelda Staunton, divenuta famosa con l'intenso Vera Drake), ma le finanze sono scarse e la banca minaccia di requisire tutto. Tutto sembra andare a rotoli fino al momento in cui il ragazzo legge che stanno cercando di organizzare un grande evento musicale per hippies, figli dei fiori e fricchettoni in genere: Elliott pensa bene che i verdi pascoli delle colline del paese vadano benissimo e non esita ad affittarli insieme ai suoi concittadini, compreso Max (Eugene Levy degli American Pie) a suon di dollari (contadini sì, ma stupidi no). L'effetto è dirompente e la piccola comunità si trova a dover gestire una folla interminabile di persone dedite ad ogni tipo di vizio. Elliott guadagnerà un sacco di soldi ma farà anche una intensa esperienza di fronte a queste nuove persone tanto lontane dalla sua concezione di vita. Poca musica, si diceva, ma purtroppo tanta noia in questa soporifera vicenda, che si trascina senza nessun sussulto, con un ritmo lentissimo e un autocompiacimento registico al limite dell'insopportabile. Tutto è affidato alla simpatia dei protagonisti, padre e madre in primis, non abbiamo una trama che evolve ma solo un continuo flusso di dati, un presentare ogni volta una realtà sempre uguale, con persone che cercano il Nirvana tramite gli acidi e imprenditori senza scrupoli che vogliono spremere ogni possibile centesimo da quanto stanno organizzando. Se partite dal presupposto di vedere una sorta di documentario molto asettico sui comportamenti della gente che va a Woodstock (privo di reportage musicale) non sarete delusi poi alquanto, ma se cercate una commedia dai presupposti storici è davvero banale. Interessante è vedere come Lee (tramite la scomposizione in quadri dello schermo, tecnica usata anche per il suo pessimo Hulk) cerchi di far vedere che stanno avvenendo cose epocali (lo sbarco sulla Luna e la guerra del Vietnam) ma le persone giunte al raduno si concentrino soprattutto sul consumo di sostanze, sulle scopate di massa e non, la protesta e la voglia di pace (flebilmente messa in scena con cartelloni): non si percepisce ma sembra una scusa per spogliarsi e sballarsi. È lo scenario che ci ricorda quanto sia tragica la guerra che l'America perse: alla fine del concerto le montagne di spazzatura lasciate dai partecipanti sembrano Hamburger Hill, il fango in cui si rotolano i ragazzi pare un campo di battaglia, tanto quando lerci ed inzaccherati si abbracciano e si sostengono come dei soldati feriti (l'immagine è quella di Fratelli nella notte del 1983). Poi c'è la presenza di Emile Hirsch (lo splendido protagonista di Into the Wild) che con il personaggio del ragazzo sempre in divisa mezzo suonato testimonia la follia e la tragedia in cui si cade dopo un'esperienza nella guerra molto gloriosa al cinema e ben poco sul campo. Woodstock diventa il perno degli eventi televisivi, si inserisce nella telecronaca dalla Luna, mette in crisi il sistema di comunicazioni stradali ma alla fine il regista ce lo mostra come se fosse solo un raduno di persone insicure di tutto che cercano rifugio in ciò che è facile, perdendo tutta l'importanza sociale che effettivamente ha avuto. Troppi fronzoli (compreso il fatto di dover dare ai partecipanti del cibo astringente per diminuire le defecazioni), troppi dati bancari e anche alla fine la tardiva conoscenza del sesso e della droga in maniera esoterica e sciamanica di Elliott sa di nulla. Tutto è reso vano dalla lunghezza troppo elevata per i concetti mostrati (120 minuti davvero tediosi a volte), dalla ciclicità degli eventi sempre uguali, e non basta la simpatica parte gay/trans di Liev Schreiber (dal nome Wilma/Betty che ricorda i Flinstones, regista serissimo di Ogni cosa è illuminata e recente Sabre in X-Men – Le origini: Wolverine) a dare un tono meno insipido. Peccato: l'attesa per questo revival dei figli dei fiori si è rivelata un mezzo flop, un film qualunque al di là delle premesse e delle capacità del regista, non si percepisce nessuna sensazione performante, non ci si cala troppo nella vicenda poco profonda perché in fondo in questo film la vera Woodstock è molto ma molto lontana. Una cartolina da Woodstock con in ombra le sue basi di esistenza filosofiche incensando quelle burocratiche. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE L’ambigua emancipazione sentimentale del giovane Elliot Tiber, autore del libro autobiografico «Taking Woodstock», avvenne in contemporanea con quella del suo Paese, quando in una cittadina di provincia, a nord dello stato di New York, nel 1969, affluirono migliaia di giovani e meno giovani, concretizzando a ritmo di musica per tre giorni l’utopia anarchica di un’esistenza disciplinata esclusivamente dalla canzoni, dalla droga e dal sesso: se il tragico nel cinema di Ang Lee scaturisce di solito dall’incapacità degli individui di superare le repressioni coercitive dell’ambiente e dell’educazione, l’umanità gioiosa e danzante nel fango di Motel Woodstock è ancora la frontiera fra l’uomo e la donna di ieri e quella di domani.Confine in realtà mai superato, giacché, tramontata l’illusione della repubblica rock e dei «figli dei fiori», l’America non andò oltre e molti, fra cui probabilmente il regista taiwanese, conservano il rimpianto per quel salto mai spiccato. Le ragioni di un fallimento generazionale erano già evidenti allora, eppure l’analisi critica non contamina l’esaltazione emotiva irripetibile per rinverdire la quale è giusto far rivivere il mitico evento esclusivamente sotto forma di iniziazione alla vita di un giovane di origine ebree, prigioniero di una madre autoritaria e di un padre troppo mite: la memoria legge le pagine del vecchio diario, rendendo iridescente il passato e rimuovendone le ombre, ma, senza volerlo, avverte il peccato di venalità e di fedeltà al way of live a stelle e strisce nell’arcobaleno screziato delle allucinogene e nella performance dei corpi nudi. Il dollaro ravviva il fatiscente motel di famiglia, la marijuana consente appena il buffo ballo catartico sotto la pioggia di papà e mamma e i cowboy arrivano da Brokeback Mountain en travesti, la pistola nella giarrettiera, per partecipare al festoso corteo. La scoperta di se stessi è dunque causale, epidermica, e il cambiamento di costumi e mentalità, lento e graduale, porta con sé rivoluzioni di facciata. Pertanto a fare da controcanto, in piatta giustapposizione, al confuso itinerario di Elliot sono da un lato le citazioni del celebre documentario del ’70 di Wadleigh Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica e dall’altro lo sfondo della guerra del Vietnam: ossessioni che si depositano nella mente, icone sacre nel lontano futuro dei popoli. Giudizio: ![]()
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Attesissimo questo film di Ang Lee, non tanto perché lo dirige e produce il premio Oscar per 
L’ambigua emancipazione sentimentale del giovane Elliot Tiber, autore del libro autobiografico «Taking Woodstock», avvenne in contemporanea con quella del suo Paese, quando in una cittadina di provincia, a nord dello stato di New York, nel 1969, affluirono migliaia di giovani e meno giovani, concretizzando a ritmo di musica per tre giorni l’utopia anarchica di un’esistenza disciplinata esclusivamente dalla canzoni, dalla droga e dal sesso: se il tragico nel cinema di Ang Lee scaturisce di solito dall’incapacità degli individui di superare le repressioni coercitive dell’ambiente e dell’educazione, l’umanità gioiosa e danzante nel fango di Motel Woodstock è ancora la frontiera fra l’uomo e la donna di ieri e quella di domani.








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