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| Venerdì 16 Ottobre 2009 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Il regista Michael Winterbottom (The Road to Guantanamo, Orso d'Argento per miglior regia al Festival del Cinema di Berlino) si è cimentato in un progetto che affonda le radici nel nostro paese. Dopo aver visitato l'Italia anni addietro, il regista di Genova ha trovato l'ispirazione per narrare la storia di un drammatico lutto e della necessità di ricominciare da zero in un altro paese. L'integrazione è il tema principale intorno a cui ruota l'intera pellicola: la famiglia di Joe vive una situazione di isolamento, dovuta al necessario trasferimento.I primi mesi sono un limbo poiché Joe (Colin Firth) e le figlie si lasciano alle spalle la vecchia vita e iniziano a cercare la loro nuova strada. La solitudine che provano e il dolore che vivono sono delle costanti che non permettono a nessuno di loro di poter riflettere sul delicato cambiamento; questo viene vissuto in modo forzato e accelerato, con l’intenzione di adattarsi e di farsi una nuova vita senza dare tempo all'elaborazione del lutto e del distacco dalla loro vecchia città, Chicago. Le reazioni di Kelly (Willa Holland) evidenziano questo processo: vuole evadere totalmente dalla famiglia, incolpando inconsciamente la sorella per la morte della madre e il padre per essere oppressivo. Dal canto suo il padre Joe è preoccupato a tener d'occhio la figlia maggiore, e la conseguenza è che la piccola Mary (Perla Haney-Jardine) viene persa di vista. Winterbottom è intenzionato a raccontare questi legami che si evolvono, sino a giungere a un finale un po' semplicistico e sbrigativo. L'introspezione dei personaggi è il punto forte del film. L'interpretazione di Colin Firth riconferma le ottime qualità dell'attore inglese. Willa Holand (The O.C.) fa la parte della teenager ribelle, e le sue doti artistiche sono valorizzate pienamente. Perla Haney-Jardin promette di essere una bravissima attrice: nel film sopporta perfettamente il peso del suo personaggio, psicologicamente provato dalla morte della madre e obbligato a dover vivere una situazione di solitudine. L'atmosfera che si vive è di ansia. Le strade e i vicoli labirintici di Genova sembrano gettarsi sui personaggi, e Kelly e Mary rischiano di perdersi in continuazione nei meandri della città. Winterbottom ha le sue origini stilistiche nel documentario, e in questa pellicola l'uso della macchina da presa a spalla è essenziale per trasmettere le sensazioni di smarrimento e timore provocate della nuova città sconosciuta. Inoltre, da quanto ha detto il regista stesso, il set e la crew erano ridotti al minimo: intere sequenze venivano girate in un colpo solo, agli attori era chiesto di recitare senza ulteriori prove e delle riprese erano improvvisate. Il lavoro registico che c'è dietro è volto a mostrare riprese quasi «documentaristiche», realizzando una pellicola dove il realismo dei sentimenti e delle situazioni è tangibile. Se questo registro registico e di montaggio dà le dovute sensazioni richieste dal regista, usato come costante di tutto il film diventa esasperante e monotono. Vengono riproposte continuamente le stesse situazioni in cui le protagoniste si trovano nelle stradine confuse nelle quali l'inquietudine di perdersi è in continuo crescendo. La storia presenta personaggi «outsider», provenienti da un altro luogo, e all'inizio la loro permanenza in Italia assomiglia molto a un viaggio turistico; ci sono molte scene nelle quali, attraverso il personaggio di Barbara, esperta conoscitrice della città, vengono descritti i vari luoghi caratteristici. Anche in questo caso l'elemento «turistico» è esagerato, e il regista rischia di far diventare la pellicola un film/documentario su Genova e sul turismo ligure. È notevole la sceneggiatura (Laurence Coriat), ma il film ha il difetto di avere una narrazione molto lenta, attraversata da una linea di tensione e attesa che tiene comunque concentrato lo spettatore. Le intenzioni del regista di mostrare la dura realtà del lutto e dell'integrazione sono evidenti, ma l'impatto emotivo viene a volte arrestato da una superficiale attenzione alla costruzione narrativa. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Il regista Michael Winterbottom (The Road to Guantanamo, Orso d'Argento per miglior regia al Festival del Cinema di Berlino) si è cimentato in un progetto che affonda le radici nel nostro paese. Dopo aver visitato l'Italia anni addietro, il regista di Genova ha trovato l'ispirazione per narrare la storia di un drammatico lutto e della necessità di ricominciare da zero in un altro paese. L'integrazione è il tema principale intorno a cui ruota l'intera pellicola: la famiglia di Joe vive una situazione di isolamento, dovuta al necessario trasferimento.










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