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| Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi |
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| Sabato 31 Ottobre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Arriva (in realtà il termine non ci starebbe neanche, dato che è distribuito solo in un singolo cinema romano) nei giorni di Halloween 2009, anche se ho l'impressione controintuitiva che, nonostante gli zombie, questo non sia il periodo più adatto (forse, non so, meglio in primavera); cinematograficamente, camera a mano in soggettiva e compagnia bella, arriva dopo i [Rec] ed i Cloverfield che proprio nel suo stesso anno originario hanno avuto maggior diffusione (anche negli USA, Romero non è che se la passi molto bene: la maggior parte dei seguaci, quella che non ha modo di vederlo nei festival, deve aspettare i dvd; non cito Redacted perché anche De Palma se l'è passata male); politicamente, infine, arriva quando i giorni del morto vivente George W. Bush (per pura coincidenza, uno studio di questi giorni pubblicato dall'università di Stanford ha chiarito che l'uomo non era realmente stupido, ma decideva volontariamente di non far muovere il cervello) sono ormai tramontati e quando la rivoluzione Twitter iraniana è già avvenuta, almeno sulla carta.Cos'hanno a questo punto da dirci, dunque, sull'«oggi» questi studentelli di cinema di Pittsburgh circondati da mezzi di riproduzione di massa ed organismi geneticamente decrepitati? Una verità che mai verrà meno, al di là di tutto: che noi umani ci meritiamo proprio di crepare, tanto facciamo schifo. Alla fine, sembra, ci dicono questo. Figurarsi se chi scrive non è d'accordo: il mondo intero è talmente pieno d'idiozia da poter esser spento subito senza che nessuno ne senta la mancanza. L'inferno, come diceva un certo celebre nauseato, sono gli altri: se il fidanzato, il fratellino, la mamma ed il papà (nonché la servitù, se ce la si può permettere) vogliono la tua carne fai prestissimo a sbarazzarti di loro, come presto fai a mettere l'affetto da parte. Ma persiste una domanda: cosa c'entrano MySpace ed i blog in questo esistenzialismo ecatombale? In un primo momento, l'idea propositiva sembra essere quella di usarli come strumento di lotta, quali veicoli incontrollabili (o almeno, difficilmente controllabili) per informare e «salvare vite»: se il governo coi suoi media tradizionali (indifferente chi menta e chi riporti sapendo di mentire) è quel che è, «dal basso» possiamo dire noi alla popolazione come stanno realmente le cose—principalmente che ai bastardi bisogna sparare in testa, ad esempio, o che a Teheran si manifesta sul serio. In seguito, tuttavia, il progetto si dimostra palesemente annacquato giacché si è mancato di chiedersi in anticipo «Quale cazzo di pubblico?»: la tecnologia è fantastica, eccezion fatta per quando non funziona. Alla fine sono tutte chiacchiere. Ciò è talmente vero che il presente capoverso si è scritto da solo riportando più o meno liberamente appunti presi dai dialoghi: che l'umanità non meriti di esser salvata ce lo dice, dopo tutte le altre cose che ci ha detto, la voce narrante di Deb (Michelle Morgan). E sebbene il film non bari mai—anche se un po' tira anche la corda—con cellulari, videocamere di sorveglianza, video scaricati dalla rete, telegiornali et cetera (per uno scriteriato esempio contrario si rimanda al recente District 9), il sommovimento di fonti d'immagine sembra pur sempre un ritrovato di circostanza, che forza la mano e con l'ausilio di qualche parola di commento prova a portare a casa uno o due punti, magari non in perfetta armonia l'uno con l'altro. Se l'uomo merita di morire, non sono molto sicuro che desideri per forza farlo facendosi puntare una macchina da presa in faccia, o di recuperarla quando gli cade per filmare meglio lo zombie che lo sta divorando; anche se si sta parlando di uno studente di regia assai tracotante. Due punti, per alleggerire: all'elenco dei film meglio riusciti con suggestioni similari (ma quest'ultimo è venuto dopo) aggiungo E venne il giorno (specie per i contributi da videofonino, che lì sembravano a molti tanto di cattivo gusto); per l'uso dei circuiti di sorveglianza in villa, se mi è concesso, qualcuno di voi vorrà andarsi a vedere cosa combina il caro Steve Martin ne La Pantera Rosa 2. Giudizio: ![]() Recensione di RICCARDO RUDI Jason (Joshua Close), giovane filmmaker, sta girando un film dell’orrore insieme ai suoi amici. Il gruppo non si immagina che il vero terrore si sta diffondendo in tutto il mondo, e che un’orda di morti viventi si sta riversando sulle strade, contagiando e uccidendo chiunque. La sopravvivenza è istintiva, ma Jason ha la necessità di documentare tutto, e con la sua macchina da presa inizia riprendere la shockante verità che i media stanno minimizzando. Nel 2007 George A. Romero ritornava in vita con un progetto interessante, incerto se preso nei suoi difetti narrativi e interpretativi, ma sperimentale se considerato il passato cinematografico del regista. Aderendo al successo stilistico di The Blair Witch Project, l'occhio di Romero si moltiplica e si trasferisce su più strumentazioni video: dalle telecamere a circuito chiuso a quelle dei cellulari, sino alla macchina da presa del protagonista cinefilo. La scelta di raccontare la storia attraverso diversi dispositivi non è casuale e il tema è evidente: chiunque ha possibilità di diventare un potenziale filmmaker, di documentare qualsiasi cosa con i mezzi a disposizione e poterla divulgare via web, terreno fertile dell’amatoriale. Romero fa il punto della situazione dell’individuo contemporaneo, immerso totalmente nella tecnologia e con la rete web come piattaforma per diventare informatori attivi e non solo essere fruitori passivi dell’informazione.Come è solito nelle storie di Romero, anche in questa pellicola il regista horror più temuto torna a parlare della società per mezzo dei suoi morti viventi, sempre più famelici e pericolosi. Inoltre trova un pretesto per parlare di cinema e del suo linguaggio come modo per combattere il monopolio dei media. È un film che fa riflettere sul ruolo dell’informazione: gli avvenimenti che stanno accadendo in tutto il mondo vengono divulgati occultando la gravità della situazione. La crisi dell’informazione è un pretesto per il protagonista Jason per documentare quanto sta accadendo, per poter informare e possibilmente aiutare tutti coloro che fuggono o lottano contro gli zombie. Internet diventa la roccaforte dell’informazione amatoriale, quella che vuole essere verità. Durante la pellicola, la telecamera passa da persona a persona, ma il protagonista Jason, il filmmaker in erba che per tutta la trama fa di tutto per poter riprendere i terribili avvenimenti, esemplifica il cinismo dell’operatore dietro la macchina da presa, il distacco dalla realtà per poterla mostrare; l’operatore che presta il suo sguardo per far vedere noi spettatori. Questo altro tema è interessante, ma purtroppo non sempre coinvolgente; comunque nel procedere della trama esso diventa un problema tra Jason e Debra (Michelle Morgan), la quale rimane shockata dalla sua ossessione e che solo in seguito comprende l’importanza delle sue azioni. L’impronta di Romero è evidente, ma stavolta non è eccezionale. Le cronache dei morti viventi ha il difetto di voler essere troppo sperimentale, ma a conti fatti non lascia spazio né a innovazioni né a una storia coinvolgente. Le interpretazioni degli attori sono più che scadenti, e le scelte discutibili dei personaggi e le reazioni di fronte agli eventi terribili sono talmente irrealistiche da lasciare incredulo lo spettatore, fin troppo abituato a certi tipi di azioni nel panorama del cinema horror. Le scene shockanti sono poche, ma lo splatter e il gore non manca di certo, appagando lo spettatore. Inoltre sono numerosi i riferimenti ai primi (La notte dei morti viventi e Zombie), che i veri amatori di questo filone filmico noteranno sicuramente, come ad esempio alcuni camei di personaggi dei film precedenti. Nelle intenzioni di George A. Romero non c’è mai stato così tanto spirito cinico nel raccontare una storia di zombie, ma ha giocato tutte le carte in tavola a suo sfavore per poter rinnovare il suo stile. Il rischio è stato pagato con un film non convincente. Un sequel è già in lavorazione, e lo stile di ripresa amatoriale non è in programma; si spera in una rivincita di Le cronache dei morti viventi. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Arriva (in realtà il termine non ci starebbe neanche, dato che è distribuito solo in un singolo cinema romano) nei giorni di Halloween 2009, anche se ho l'impressione controintuitiva che, nonostante gli zombie, questo non sia il periodo più adatto (forse, non so, meglio in primavera); cinematograficamente, camera a mano in soggettiva e compagnia bella, arriva dopo i 
Jason (Joshua Close), giovane filmmaker, sta girando un film dell’orrore insieme ai suoi amici. Il gruppo non si immagina che il vero terrore si sta diffondendo in tutto il mondo, e che un’orda di morti viventi si sta riversando sulle strade, contagiando e uccidendo chiunque. La sopravvivenza è istintiva, ma Jason ha la necessità di documentare tutto, e con la sua macchina da presa inizia riprendere la shockante verità che i media stanno minimizzando. Nel 2007 George A. Romero ritornava in vita con un progetto interessante, incerto se preso nei suoi difetti narrativi e interpretativi, ma sperimentale se considerato il passato cinematografico del regista. Aderendo al successo stilistico di The Blair Witch Project, l'occhio di Romero si moltiplica e si trasferisce su più strumentazioni video: dalle telecamere a circuito chiuso a quelle dei cellulari, sino alla macchina da presa del protagonista cinefilo. La scelta di raccontare la storia attraverso diversi dispositivi non è casuale e il tema è evidente: chiunque ha possibilità di diventare un potenziale filmmaker, di documentare qualsiasi cosa con i mezzi a disposizione e poterla divulgare via web, terreno fertile dell’amatoriale. Romero fa il punto della situazione dell’individuo contemporaneo, immerso totalmente nella tecnologia e con la rete web come piattaforma per diventare informatori attivi e non solo essere fruitori passivi dell’informazione.









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