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Popiełuszko – Non si può uccidere la speranza Stampa E-mail
Sabato 07 Novembre 2009 00:00
Titolo originale: Popiełuszko. Wolność jest w nas Popiełuszko / Locandina
Nazione: Polonia
Anno: 2009
Genere: Biografico, Storico
Durata: 150'
Regia: Rafał Wieczyński
Sceneggiatura: Rafał Wieczyński
Cast: Adam Woronowicz, Marek Frąckowiak, Zbigniew Zamachowski, Radosław Pazura, Joanna Szczepkowska, Maja Komorowska, Marta Lipińska, Władysław Kowalski, Jan Englert, Krzysztof Kolberger, Kazimierz Kaczor, Martyna Peszko, Beata Fido, Cezary Rybiński, Wojciech Solarz
Produzione: Focus Producers Co, Polski Instytut Sztuki Filmowej, Various Producers Ltd.
Distribuzione: Ranieri Made S.r.l.
Data di uscita: 6 Novembre 2009
Trama: Il prete polacco Jerzy Popiełuszko è il primo paladino di Solidarność, lo storico movimento anticomunista dei lavoratori della «Solidarietà». La sua attività gli valse lo status di eroe per i suoi concittadini, ma attirò anche la rabbia del governo comunista, prima di cader preda di una morte particolarmente violenta per mano della polizia nell'ottobre del 1984.

Recensione di EMANUELE RAUCO

PopiełuszkoIn tempi di discussione sul crocifisso in aula – se come simbolo di un potere costituito o semplicemente di una tradizione è difficile da dire – film come questo hanno una precisa funzione: restaurare un po’ d’ordine, almeno morale. E quindi, nel raccontare la storia del sacerdote che, aiutando il sindacato Solidarność a lottare contro il regime comunista, si garantì la morte, Rafał Wieczyński vuole dare a Cesare quel che è di Cesare e soprattutto alla chiesa cattolica ciò che è della chiesa cattolica.
Jerzy cresce e prende i voti nella Polonia ancora dominata dal governo sovietico: negli anni ’80 comincia ad appoggiare prima spiritualmente poi attivamente gli operai cattolici del sindacato Solidarność. Ma questo significa inimicarsi gli alti gradi del governo e delle forze dell’ordine. Scritto dal regista con l’appoggio, guarda caso, del governo polacco e della chiesa cattolica (tanto che nel ruolo di se stesso appare anche il primate di Polonia), un biopic didascalico che diventa presto propaganda e che riveste – con le dovute differenze di mezzi produttivi – la stessa funzione delle fiction sui preti o i santi di Rai Uno.
Il film racconta di come l’enorme influenza del cattolicesimo, rafforzato in quegli anni dalla presenza di papa Wojtyła, riuscì a creare uno spirito nazionale forte e unito che sconfisse, nel tempo e con molti sacrifici, il giogo comunista; per farlo sceglie uno dei sacerdoti simbolo di quel periodo e ne racconta la parabola attuando una palese sovrapposizione cristografica evidente nella scena del carcere, coi ladri e assassini a dividere la cella, e sublimata nelle parole postume di Giovanni Paolo II.
Wieczyński sceglie un linguaggio rudimentale per il suo apologo, alterna scene di repertorio e qualche idea elegante a un uso violento della promozione dei valori religiosi (l’omelia politica e l’adesione degli scettici) e rende il suo film un prodotto spendibile dalle autorità del suo paese, vedasi il ritratto di Wałęsa.
La sceneggiatura taglia fatti e personaggi con l’accetta, guidata dall’esplicito manicheismo di una regia («Ho la sensazione che non sia fuori luogo una nota di nostalgia  per quella capacità di discernere il ben dal male» dichiara l’autore nei comunicati stampa) che ricostruisce con perizia ma senza convinzione e non riesce a dare al suo montaggio, presuntamente d’avanguardia, un aspetto che non sia raffazzonato. Poi chiaramente, l’appeal commerciale del prodotto passa, oltre che dall’afflato sociale e civile, dalla performance degli attori e, senza dubbio Adam Woronowicz è un Popiełuszko convincente e convinto; ma siamo convinti anche noi che questo tipo di operazioni serva più per proselitismo che per coscienza storica.

Giudizio: 1.5

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