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| Valentino: The Last Emperor |
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| Sabato 21 Novembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Il diavolo non ha mai vestito Prada, che diamine: notoriamente, il diavolo veste rosso Valentino. Per qualcuno, si potrebbe anzi ragionevolmente teorizzare seguendo un criterio di vicinanza fisico-iconica, il diavolo è Valentino: una figura imperiale, appunto, di quel genere di imperatori di bassa statura molto preoccupati di conservare una pelle perennemente ed abnormemente bronzea. (Come saprete, non c'è un diavolo solo ma più diavoli: da noi, ad esempio, tendono a risiedere a Roma anche se sono lombardi, hanno capelli innaturali e adorano parlare in francese. C'è da dire che non sempre sono d'accordo l'un con l'altro se sia piacevole o meno vedere da dietro le gambe di una donna.) A chi è mai stato simpatico, quest'uomo di feroce disumanità?Matt Tyrnauer avrebbe potuto fare un documentario nel quale vederlo, in una delle sue sedute di training autogeno, rivolgersi verso lo specchio e parlare con albagia alla sua immagine riflessa, raccontandosi di essere il più bello di tutti, alla faccia di tutti, come un tempo ha appreso a fare dalla cara nonna. Invece uno dei momenti più significativi di Valentino succede quando lo stilista prova su una modella quell'abito che decide essere il più bello della sua ultima collezione parigina, e che gli ha tolto il sonno di qualche notte: per ammirare lo splendore della sua creazione, Valentino si defila un attimo e lascia che ad esser rimirata nello specchio, da tutti i suoi collaboratori, sia solo lei. Ecco finalmente la totale dedizione alla bellezza, distaccata da sé—sebbene due gambe femminili viste da dietro continuino a disgustarlo. Una delle lezioni fondamentali impartiteci nel fortunato film di David Frankel, citato in apertura, era che sebbene la moda sia fuor di dubbio quel mondo detestabile che ci è giusto postulare, in fin dei conti tutti ci ritroviamo prima o poi ad acquistare un maglioncino color ceruleo. Potete replicare il ragionamento, piuttosto semplice per quanto ignorato, per ogni altro tipo di prodotto della cui genesi produttiva i più fra noi ignorano i retroscena. Ci è di certo concesso di continuare ad ignorarli, se possiamo permetterci—o continuare a permetterci—di essere noncuranti consumatori mentre il mondo va a rotoli, ma le vite personali e professionali della gente che produce sono materia fervente: nei loro «frammenti di realtà», con abbastanza pazienza, si può cogliere un tessuto non solo individuale ma di affascinanti corsi e ricorsi storici. Nel caso di Valentino—come sono esplicitamente consci, ma senza avvertirne troppa pesantezza, i protagonisti che hanno guidato il regista—vediamo una sorta di fine di antico regime, costretti ad essere progressivamente magnanimi, se non qualcosina di più, verso il finora aborrito regnante ripreso durante i giorni della sua pacifica decadenza, inghiottito—oltre che dall'età—dalla nuova finanza e dal nuovo mondo che avanzano, mentre passeggia fra i suoi carlini e le donne popolane della servitù (le laboriose e nevrotiche, irresistibili sartine romane) chiedendo sì che tutti si inginocchino mentre passa, ma lasciando che sia sempre la sua creazione, alla fine, a rimirarsi. «Dove ci siamo conosciuti?», chiede l'imperatore al suo amato consigliere; in lontananza, una musica di bei tempi andati. Giudizio: ![]()
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Il diavolo non ha mai vestito Prada, che diamine: notoriamente, il diavolo veste rosso Valentino. Per qualcuno, si potrebbe anzi ragionevolmente teorizzare seguendo un criterio di vicinanza fisico-iconica, il diavolo è Valentino: una figura imperiale, appunto, di quel genere di imperatori di bassa statura molto preoccupati di conservare una pelle perennemente ed abnormemente bronzea. (Come saprete, non c'è un diavolo solo ma più diavoli: da noi, ad esempio, tendono a risiedere a Roma anche se sono lombardi, hanno capelli innaturali e adorano parlare in francese. C'è da dire che non sempre sono d'accordo l'un con l'altro se sia piacevole o meno vedere da dietro le gambe di una donna.) A chi è mai stato simpatico, quest'uomo di feroce disumanità?








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