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| Dorian Gray |
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| Sabato 28 Novembre 2009 15:43 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Il magico stupendo racconto di Oscar Wilde si arricchisce di una nuova versione moderna ad opera di Oliver Parker (St. Trinian's, ma alla terza trasposizione cinematografica di opere di Wilde, dopo Un marito ideale e L'importanza di chiamarsi Ernest), nella quale Dorian ha le belle sembianze di Ben Barnes (Le cronache di Narnia: Il principe Caspian) e il mentore che lo conduce inconsapevolmente alla dannazione (chiedendogli di lasciarsi andare ad ogni tipo di vizio) ha quelle del bravo ed esperto gentleman Colin Firth (chissà se vedremo il film di Tom Ford con cui è stato premiato a Venezia, A Single Man).La storia è ormai ultraconosciuta; per chi eventualmente non conosce quanto scritto nel romanzo risalente al 1891 – di cui consigliamo una lettura immediata con poca spesa: esiste anche in versioni economiche facilmente reperibili – quanto succede è presto detto. Il giovane Dorian vive sereno nei propri agi e ricchezze, si sente realizzato, ma un giorno trova durante una festa il pittore omosessuale Basil Hallward (Ben Chaplin), che rimanendo affascinato dalla sua bellezza decide di fargli un quadro. Il ritratto viene talmente bene che Dorian rimane sublimato da esso vedendosi tanto bello agli occhi degli altri, e decide che potrebbe vendere l'anima per rimanere sempre giovane e piacente. A quel punto ogni ferita, ogni cicatrice o ogni segno di vecchiaia verranno subiti dal dipinto e non da lui. Il giovane, sollecitato a una vita lasciva e di nequizie da Lord Wotton, perde ogni tipo di freno, diventa anche violento soprattutto quando deve difendere la chiave che porta al collo e cela il suo terribile segreto di anima dannata. In un affascinante blu fotografico, il film si dipana angosciante e terribilmente vitale: il tunnel in cui si infila il giovane sempiterno è un percorso lastricato di sofferenza e dannazione, il corpo rimane intatto ma dentro tutto diventa marcio – meglio una normale vita di invecchiamento condivisa con tutti che avere per sempre un bell'aspetto per godere di cose effimere e alla fine insignificanti. La splendida metafora di Oscar Wilde viene metabolizzata e modernizzata in splendide immagini d'epoca avvolte sempre nel chiaroscuro: la ricostruzione storica e le ambientazioni sono efficaci ed accurate (quella della casa vittoriana e del teatro fatiscente), mentre le perversioni/accoppiamenti a cui si abbandona Dorian sono ovviamente upgradate rispetto alla realtà del romanzo (vediamo chiaramente lo scolgersi di rapporti con piercing, lesbo/saffici e omosessuali), con un gusto del vedo/non vedo molto delicato e totalmente sensuale, degno di un bravo regista che sfrutta al meglio le capacità di un direttore della fotografia in stato di grazia. Il casting è davvero eccezionale: il trio di protagonisti non potrebbe essere scelto meglio, tutti attori calati nel ruolo e con presenza giustamente «dandy», con un Barnes dalla faccia d'angelo che diventa Lucifero. Il tema omosessuale maschile (ricordiamo che questo era l'orientamento di Wilde) è come doveroso nel cinema moderno rivisitato rispetto ad una eventuale realtà del tempo in cui si svolge l'azione: niente ragazzini adolescenti imberbi dominati, ma uomini consapevoli del proprio gusto. Quello che stride leggermente in un'ottica di ottima resa è come viene trattata la presenza del quadro, una sorta di demone e non un inerte ritratto che deteriora e si imbruttisce assorbendo ferite e colpe: l'effettaccio nel finale non è certo un colpo da maestro (avremmo preferito l'asciutta aderenza visiva all'originale), anche se il fatto che abbia un punto di vista sul mondo e guarda chi gli è davanti non ci ha lasciato del tutto indifferenti. Ma sono dettagli di gusto, nati dal non voler copiare ma senza tradire, assolutamente accettabili: il lavoro è raffinato, accurato e non teme di osare (per questo è V.M. 14), il film è cupo al meglio, angoscia il giusto ed affascina il doveroso, tutto in una perfetta cornice d'ambientazione e costumi d'epoca senza sbavature. Assolutamente da vedere, per dimostrare che il romanzo non perde un colpo nonostante siano passati molteplici anni; ma anche per scacciare i miti esteriori e far entrare quelli interiori nel nostro sentire emozionale. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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