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| Sabato 02 Gennaio 2010 10:11 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Remake a stelle e strisce del film Hachikô monogatari (1987) di Seijirô Kôyama, questo toccante film di Lasse Hallström (Chocolat e sempre con Gere L'imbroglio – The Hoax) è un raffinato esempio di come si possa raccontare di fedeltà portata oltre ogni limite, senza essere zuccherosi ma romanticamente poetici, chiudendo con un finale che farà usare quantità esagerate di fazzoletti anche ai più coriacei nel far sgorgare lacrime. Storia vera e in Giappone conosciutissima (dal 1925 al 1935 un cane di razza Akita attese inutilmente il suo padrone sempre nello stesso punto e alla stessa ora a Shibuya; c'è anche una statua che lo ricorda), viene raccontata anche dal punto di vista dello sguardo del bellissimo esemplare canino (a cui andrebbe un Oscar per la recitazione): quando la cosa accade la scena si decolora (la vista del cane è diacromatica, cioè vede bene due colori e il resto come sfumature) e fa un effetto strano ed affascinante.Il protagonista umano, lontano anni luce come bravura da quello animale, è il brizzolato Richard Gere, che fa un professore universitario che trova un cagnolino, Hachiko detto poi Hachi, e lo adotta; i due diventano inseparabili. Anche la moglie di Wilson (la matura ma sempre affascinante Joan Allen) lo adora dopo un inizio nel quale non lo accetta, e tutti coloro che lavorano alla stazione è come se lo adottassero. Quando il professore muore, Hachiko continuerà ad attenderlo senza temere caldo o freddo, sempre nello stesso posto, alla stessa ora come era consolidata consuetudine. La trama, come si vede, è molto semplice e di natura strappalacrime: parlare di un simile rapporto di fedeltà oltre la morte (oltretutto successo per davvero, ma colui che ignora il fatto lo leggerà solo alla fine del film tramite didascalie) è un cavallo vincente. Un vecchio marpione manipolatore del sentimentalismo come Hallström sa bene come ammaestrare alla commozione il suo pubblico: gira tutte le scene come se fossero momenti ripetuti di una love story anomala (l'uomo che diventa cane con la pallina in bocca, i piccoli oggetti, gli sguardi commoventi degli occhi), ma il colpo da maestro è quando immette la scena del cane che cerca di impedire al padrone di andare a lavorare nel giorno fatale, inducendolo a fare un gioco che ha sempre evitato nonostante gli fosse ripetutamente richiesto. Ad un certo punto il film, invece di essere visto parzialmente dal punto di vista del cane come si diceva prima, prende la bicromia totale indipendentemente da chi e da dove si guarda: si ha la sensazione che ormai viviamo completamente nel suo mondo; dopo il sacrificio e la fedeltà dimostrata, questo eroe a quattro zampe ha diritto al fatto che tutto venga subordinato alle sue nobili sensazioni. Gere non esita a voler immettere concetti buddisti (religione di cui fa notoriamente parte) con l'inizio nel monastero dove Hachiko, che in pratica è una specie di spirito libero, viene lasciato vagare per trovare il suo destino: l'attore americano, animalista convinto, è riuscito così a prendere due piccioni con una fava. Chi odia questo tipo di film così buonisti (non c'è un personaggio negativo che sia uno, neppure il minimo) uscirà dalla sala disgustato, ma è davvero impossibile non riconoscere la bellezza formale di questo film: vedendolo sembra di assistere a una fiaba di Hans Christian Andersen, nordico come il regista (chi scrive ha in mente «La piccola fiammiferaia» come analogia di risultato) dove la tragedia si consuma nonostante si tratti di una storia fondamentalmente tenera. Ogni tanto dobbiamo, riconoscendone le furbizie per dovere di completezza di recensione, ammettere che quando una vicenda ti inumidisce gli occhi ha comunque prodotto un risultato valido: quando guardi ammirato qualcosa che scorre sullo schermo senti appagato l'intelletto e ringrazi per il risultato emozionale. Hachiko è tutto questo: un film semplice ma non per questo inefficace, un significato grande di amicizia e fedeltà, e non è davvero poco per un cinema mondiale solitamente ricco di effetti e ben poco di altro. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Remake a stelle e strisce del film Hachikô monogatari (1987) di Seijirô Kôyama, questo toccante film di Lasse Hallström (Chocolat e sempre con Gere L'imbroglio – The Hoax) è un raffinato esempio di come si possa raccontare di fedeltà portata oltre ogni limite, senza essere zuccherosi ma romanticamente poetici, chiudendo con un finale che farà usare quantità esagerate di fazzoletti anche ai più coriacei nel far sgorgare lacrime. Storia vera e in Giappone conosciutissima (dal 1925 al 1935 un cane di razza Akita attese inutilmente il suo padrone sempre nello stesso punto e alla stessa ora a Shibuya; c'è anche una statua che lo ricorda), viene raccontata anche dal punto di vista dello sguardo del bellissimo esemplare canino (a cui andrebbe un Oscar per la recitazione): quando la cosa accade la scena si decolora (la vista del cane è diacromatica, cioè vede bene due colori e il resto come sfumature) e fa un effetto strano ed affascinante.









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