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| Cuccioli – Il codice di Marco Polo |
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| Martedì 19 Gennaio 2010 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Questo lungometraggio animato, realizzato dal trevigiano Gruppo Alcuni di Francesco e Sergio Manfio, ha tutti i caratteri del gioco educativo per l'infanzia; per la mia poca conoscenza, posso collegarlo ad esempio al vecchio Che fine ha fatto Carmen Sandiego?, o più recentemente alla fortunata serie di Dora l'esploratrice. In queste serie televisive—anche Cuccioli nasce appunto come serie di cartoni animati per RaiFiction—la ricerca avventurosa serve da ritrovato ludico caratteristicamente quasi-interattivo, tendendo volentieri a sfondare la quarta parete chiedendo ai piccoli spettatori di partecipare al gioco. Se ciò è da una parte ovvio, data la natura del progetto, dall'altra questo genere di prodotto avrebbe pur sempre come miglior destinazione l'home video o la messa in onda televisiva, piuttosto che un—per quanto limitato—passaggio nelle sale.La pellicola, che fa convergere a Venezia da vari angoli del mondo gli animali protagonisti della ricerca del codice del titolo, ha un'avvertibile impronta locale nonostante sia una coproduzione italo-spagnola; nelle settimane precedenti l'uscita, per darvi un'idea, è stato organizzato un tipico bus double-decker inglese che ha fatto un tour promozionale in alcune delle principali città del Nord-Est, spingendosi inoltre fino a Milano e Bologna. I fratelli Manfio (ideatori ed autori dal 1989, tra l'altro, anche del famoso progetto di educazione all'audiovisivo «Ciak Junior», per il quale è stata loro insignita una medaglia UNESCO nel 2007) con il loro gruppo si rivolgono evidentemente non solo ai bambini, ma ai bambini partendo specificamente dalla realtà produttiva nella quale vivono ed operano. Da questo punto di vista, pur con evidenti ingenuità comiche ed un intreccio particolarmente farraginoso (le une e l'altro evidentemente si compenetrano: una gag mal riuscita risulta automaticamente in uno sfilacciamento dello script), questa operazione digitale (la cui qualità tecnica mi sembra in linea con altri medi esperimenti europei) avrebbe un perché, specificando sempre di far riferimento esclusivamente ad un pubblico di bambini direi di al massimo 6-7 anni. Si dovrebbe intuire da quanto detto che per i genitori accompagnare i figli a vedere un simile prodotto—che, tranne qualche modesto giochino metatestuale (spunta fuori, ad esempio, una ghianda fra i ghiacci in stile L'era glaciale), non si preoccupa di interessare anche loro—debba esser particolarmente duro: sarebbe più facile piazzare la prole davanti alla tv, come solitamente si fa. Parlando di attaccamento al territorio e poi attenzione ai bambini di questo film, devo purtroppo sottolineare qualcosa di particolarmente spiacevole, ossia almeno due pesanti episodi di spudoratissimo product placement, pratica che—sebbene lecita—in un film per bambini, e per di più in questo modo, è particolarmente da condannare. Nelle sequenze di presentazione dei cuccioli, la sfilata di Diva (voce di Laura Lenghi) è costellata di ingombranti (giganteschi sulla passerella e sulle pareti) marchi Oviesse, famosa catena «per famiglie» del padovano gruppo Coin; per ben due volte, poi, spunta fuori una sponsorizzazione del Muu Muu Cameo, budino per bambini consigliato come merenda preferita. Non so se certi episodi avvenissero già nella serie, ma di certo questo non è proprio uno spettacolo edificante. Giudizio: ![]()
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Questo lungometraggio animato, realizzato dal trevigiano Gruppo Alcuni di Francesco e Sergio Manfio, ha tutti i caratteri del gioco educativo per l'infanzia; per la mia poca conoscenza, posso collegarlo ad esempio al vecchio Che fine ha fatto Carmen Sandiego?, o più recentemente alla fortunata serie di Dora l'esploratrice. In queste serie televisive—anche Cuccioli nasce appunto come serie di cartoni animati per RaiFiction—la ricerca avventurosa serve da ritrovato ludico caratteristicamente quasi-interattivo, tendendo volentieri a sfondare la quarta parete chiedendo ai piccoli spettatori di partecipare al gioco. Se ciò è da una parte ovvio, data la natura del progetto, dall'altra questo genere di prodotto avrebbe pur sempre come miglior destinazione l'home video o la messa in onda televisiva, piuttosto che un—per quanto limitato—passaggio nelle sale.








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