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| Tra le nuvole |
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| Domenica 24 Gennaio 2010 09:58 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Dal romanzo di Walter Kirn del 2001. Jason Reitman ci piace sempre di più: dopo l'intelligente Thank You for Smoking e l'ottimo Juno, ora esce con una commedia amara azzeccata e funzionale, la storia di un «tagliatore di teste» (cioè persona che comunica ad un dipendente che l'azienda lo ha licenziato) interpretato da un affascinate George Clooney in forma smagliante, una Vera Farmiga (la mamma preoccupata e sottomessa de Il bambino con il pigiama a righe) conturbante quanto mai e da Anna Kendrick (dalla saga di Twilight, attrice da tenere d'occhio dopo questa prova) che fa la neolaureata decisa e risoluta ad imporre al «lavoro che taglia i lavori» una strada tecnologica nuova. Che tutti gli attori funzionino a perfezione è la dimostrazione che la sceneggiatura è praticamente perfetta, il coinvolgimento direttivo nel progetto totale, una bella prova su un brutto argomento, tosto ed attuale come non mai. Jason è il figlio di Ivan, e sta davvero dimostrando di bruciare le tappe vista anche la giovane età.Clooney è Ryan Bingham, adora volare da posto a posto per l'America, di albergo in albergo, sempre in giro cercando di raggiungere il record personale di miglia percorse, non gli interessa né la famiglia né farsene una, fino a quando incontra la bella e matura Alex (Farmiga) come lui in carriera e in volo. Tra i due nasce l'intesa di un rapporto molto elastico; peccato che la rampante giovane Nathalie (Kendrick) gli sparigli le carte e i progetti quando consiglia al suo capo Craig Gregory (Jason Bateman, attore feticcio di Reitman) di eseguire le comunicazioni di licenziamento via web risparmiando sui costi elevati degli aerei, dei ristoranti e degli alloggi. Ryan protesta perché non vuole perdere la possibilità di volare proprio ora che ha trovato Alex e perché gli pare che la crudeltà dell'atto – già elevata dicendolo di persona – diventi inumana; a questo punto inizia un viaggio con Nathalie per mostrarle cosa vuol dire fare il tagliatore di teste. L'argomento non è assolutamente nuovo (Costantin Costa-Gavras lo trattò in maniera splendida) ma Reitman riesce a miscelare commedia con cinismo, momenti felici con amarezza, tutto in nome della consapevolezza che un po' come la morte quello che si fa non è bello o brutto ma solo necessario, non dipende da coloro che eseguono l'atto finale ma da un percorso sbagliato del sistema che arriva al punto di non ritorno. Il personaggio di Clooney è consapevole che il momento del licenziamento è straziante, non ragiona su numeri e sa delle possibili conseguenze psicologiche ed economiche; a poco a poco questa sua umanità esce e con essa l'uomo risoluto e deciso, fintamente menefreghista, incomincia a vacillare e a riconsiderare, finché un grandioso colpo di scena non lo porta bruscamente in rotta di collisione con tutto. Questo argomento del lavoro perduto è troppo importante per prenderlo sottogamba o trattarlo innocuamente: questo film non si permette assolutamente di farlo, e in più man mano che si sente parlare di famiglia che sorregge la disperazione, e di figli come unica ragione per evitare il suicidio da perdita di lavoro, Ryan perde ogni logica di durezza fino ad andare/tornare verso coloro che praticamente ignorava. Dialoghi sferzanti e perfetti, battute e controbattute a ritmo frenetico, l'ideologia dell'uomo senza bagaglio viene massacrata man mano che passano i minuti; è necessario che ci si costruisca e si porti dietro nella vita uno zaino pieno di tutto, anche di cose e di persone, imprescindibili per la propria crescita umana. Non possiamo far altro che consigliare vivamente il film, che non ha la testa tra le nuvole ma ben piantata per terra. Prova convinta, racconto amaro di un uomo che taglia le teste ma almeno conserva l'umanità necessaria mentre lo fa, ricerca di se stesso in un'ottica diversa. Cammeo di Sam Elliott nella parte del capitano di volo. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Ryan Bingham, il protagonista di Up in the Air, conforta di solito gli impiegati e i funzionari che ha ricevuto l’incarico di licenziare con la favola del sogno americano: perdere il posto fisso è la migliore opportunità per chi vorrà essere artefice della propria fortuna. Nell’apologia della stabilità affettiva e lavorativa la pellicola ha modo di indicare le contraddizioni insanabili del pragmatismo statunitense: sfilano davanti al bel volto sexy di Clooney e della giovanissima collega Anna Kendrick disperati di mezza età, devastati da rughe e pancetta, ovvero il mito consolatorio a fronte della prosaica verità. Da un lato l’algido luccicore di un vagabondaggio di lusso fra grandi alberghi e libertinaggi, dall’altro il grigiore dell’ufficio, della vita in famiglia e dei viaggi finti in cartolina: i due universi in realtà celano un perfido parallelismo, nel senso che il primo vive sulla demolizione del secondo, soprattutto quando la crisi economica significa per gli uni l’età dell’oro per gli altri l’inferno.Reitman, come in Thank You for Smoking, piega le leggi della commedia fino al paradosso, al fine di far emergere il pretestuoso dell’ideologia capitalistica: il vilipendo della ragione genera mostri crudeli e l’asservimento della volontà assunto a sistema ammette appena lo sberleffo ribelle. Il film è pertanto la sistematica demolizione delle teoria Clooney. Il suo estetismo amorale un po’ ipocrita viene messo in discussione su due fronti, dalla minaccia dell’obsolescenza nel mestiere e dai sentimenti: lo scompiglio lo costringe al recupero dei ricordi adolescenziali e fa prorompere ingigantendolo il residuo di umanità consentitagli dall’arte di sopravvivere. Intreccio e frizzante sceneggiatura non attutiscono comunque il furto di alternative possibili: le lucine accese degli aerei di notte si confondono con le stelle. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Dal romanzo di Walter Kirn del 2001. Jason Reitman ci piace sempre di più: dopo l'intelligente Thank You for Smoking e l'ottimo 
Ryan Bingham, il protagonista di Up in the Air, conforta di solito gli impiegati e i funzionari che ha ricevuto l’incarico di licenziare con la favola del sogno americano: perdere il posto fisso è la migliore opportunità per chi vorrà essere artefice della propria fortuna. Nell’apologia della stabilità affettiva e lavorativa la pellicola ha modo di indicare le contraddizioni insanabili del pragmatismo statunitense: sfilano davanti al bel volto sexy di Clooney e della giovanissima collega Anna Kendrick disperati di mezza età, devastati da rughe e pancetta, ovvero il mito consolatorio a fronte della prosaica verità. Da un lato l’algido luccicore di un vagabondaggio di lusso fra grandi alberghi e libertinaggi, dall’altro il grigiore dell’ufficio, della vita in famiglia e dei viaggi finti in cartolina: i due universi in realtà celano un perfido parallelismo, nel senso che il primo vive sulla demolizione del secondo, soprattutto quando la crisi economica significa per gli uni l’età dell’oro per gli altri l’inferno.









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