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| Lars e una ragazza tutta sua |
| Giovedì 10 Gennaio 2008 17:03 | |||
Titolo originale: Lars and the Real GirlNazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Commedia, Drammatico Durata: 106' Regia: Craig Gillespie Cast: Ryan Gosling, Emily Mortimer, Paul Schneider, R.D. Reid, Kelli Garner, Nancy Beatty, Doug Lennox, Joe Bostick, Liz Gordon, Nicky Guadagni, Patricia Clarkson, Karen Robinson, Maxwell McCabe-Lokos, Billy Parrott, Sally Cahill Produzione: Sidney Kimmel Entertainment Distribuzione: DNC Data di uscita: 4 Gennaio 2008 Trama: Siamo in una cittadina del Midwest, provincia statunitense, al giorno d’oggi. Lars, un uomo timidissimo, presenta alla famiglia Bianca, la ragazza da lui conosciuta tramite internet, che non è però una donna reale bensì una bambola che Lars considera come una persona. La reazione è quella che si può immaginare…
Recensione di EMANUELE RAUCO In tempi duri e pericolosi, specie moralmente, come questi, ci si aggrappa a tutto pur di sentirsi vivi e comunicare col mondo: e se si ha paura degli affetti e del contatto umano va bene anche un feticcio, un giocattolo, per affermare la propria umanità.È l’assunto che sta alla base di una delle sorprese dell’anno, il secondo lungometraggio di un rinomato regista pubblicitario che prende un soggetto bizzarro – di quelli per cui John Waters pagherebbe oro – e ne fa invece un piccolo, delicato e umanissimo apologo sull’amore e l’empatia in un mondo deviato come quello. Lars è un ragazzo patologicamente timido e fobico al contatto umano, i cui familiari cercano costantemente di coinvolgerlo e che respinge le avances di una collega di lavoro; fin quando non si presenta a casa con Bianca, una bambola di plastica perfettamente anatomica che Lars tratta come la sua fidanzata umana. Scompiglio nel paese e nella sua vita. Scritta da Nancy Oliver (già sceneggiatrice di Six Feet Under), una dolce e intensa commedia psicologica che sfida il kitsch e la farsa grottesca per raccontare una storia anticonformista, che parte sui toni del carino e del curioso per ampliarsi sempre di più verso un ritratto umano che osserva anche alcuni processo sociali del nostro tempo.
Ambientato in uno di quei paesini piccoli e provinciali idealizzati da molto cinema passato, il film racconta una sorta di psicodramma ironico dove al posto dei bastoni di gomma c’è una persona di gomma e l’aggressività repressa è sostituita dall’anaffettività, in cui però – superando vecchi schemi psicoanalitici – la follia non è più malattia da curare o combattere, ma mezzo d’espressione alternativo, forma di disperata comunicazione, modo solitario ed efficace di affrontare le distanze dagli altri per cominciare una paradossale integrazione. Certo il percorso che compie il protagonista è un po’ facile, e qualche carineria da cinema “perbene” si affaccia qua e la (specie nella descrizione del paesino), ma è un film davvero notevole nel modo in cui racconta un dramma attuale e sottile come quello della misantropia patologica, del terrore dell’empatia proprio attraverso l’empatia e il coinvolgimento del pubblico: come a spronare il protagonista nel cammino verso l’emotività, Gillespie ci fa partecipare, emozionare, credere nei paradossi della storia. E nell’incredibile espressione assente della bambola, sa ritrovare (con un’operazione alla Kulešov) tutte le emozioni perdute di uno squarcio di società. La sceneggiatura in questo senso è perfetto nel dosaggio delle emozioni e delle situazioni narrative, della descrizione di una follia soggettiva e umanissima, nella costruzione di un percorso narrativo via via più coinvolgente, di personaggi riusciti e toccanti, a loro modo; la regia, da par suo, è quasi perfetta a rendere, con quell’aria familiare da cinema indipendente, la tenerezza, la tristezza e le risate e nel radunarle – spesso – in un’unica inquadratura. Il cast poi è eccellente: se si rimane sbalorditi dalla prova di Ryan Gosling, eccezionale nel rendere sfumature, emozioni e sensazioni di un inespressivo senza mai cadere nella trappola del “malato da Oscar”, è ottimo anche il supporto del resto degli attori, dalla bravissima Emily Mortimer a Paul Schneider, da Patricia Clarkson a Kelli Garner. Se la ripresa del cinema degli anni ’70, come temi, toni e prestiti visivi, è ormai moda che sconfina nell’irritazione, non ci si può esimere dal complimentarsi con Gillespie per la ricchezza psicologica, l’apertura mentale e l’umanesimo del suo film, elementi che quel cinema ha reso definitivamente grandi. Giudizio:
Recensione di ALBERTO DI FELICE Piccolo film intimista, pieno di piccoli spunti. Piuttosto che le commediole inglesi con esile motivetto comico (l'umorismo è totalmente diverso per quantità e qualità) direi che siamo più dalle parti del racconto di formazione nella fredda ed alienata provincia americana (mi par di capire che il film è ambientato nel Midwest USA, sebbene girato in Ontario, ma la cosa non è granché importante), con per protagonista il solito ragazzo non ancora entrato nella vera maturità, che deve affrontare le sue piccole rimozioni emotive ed affettive. Più o meno un altro dei recenti La mia vita a Garden State, Elizabethtown, o Lonesome Jim.Gli altri film di cui parlo sono appunto dei racconti di formazione, e i protagonisti sono tutti dei maturi (immaturi) uomini più o meno nel mezzo dei vent'anni (del genere, i giovani d'oggi che non riescono—vogliamo chiamarla malattia?—a crescere) come quello di questo film. C'è un fratello, ovviamente, maggiore (solitamente i protagonisti di questi film hanno un fratello, o una sorella, maggiore); poi c'è tutto il resto, compresa la donna che lo salva (che in questo caso è sia reale che di plastica), la piccola cittadina, i traumi d'infanzia, i rapporti non chiariti coi parenti (il fratello che l'ha lasciato solo, appunto, più tutta la storia familiare), gli amici buoni della cittadina, un finale di speranza. Questo film non parla di un uomo malato, se non a un livello superficialissimo. Per capirlo basterebbe prestare la minima attenzione alla cosa più semplice che un film ha per segnalare le proprie intenzioni, ovvero i dialoghi. In particolare basterebbe il dialogo fra la dottoressa/psichiatra Dagmar (Patricia Clarkson), il fratello Gus (Paul Schneider) e la di lui moglie (Emily Mortimer). Trovo interessante premettere che la dottoressa/psichiatra viene presentata non come un dio salvifico con la risposta pronta, ma come una mezza ciarlatana: fa anche la psichiatra (è nient'altro che un medico generico) perché a quella latitudine di psichiatri non ne girano. La Dagmar dice di non pensare che Lars (Ryan Gosling) sia psicotico o schizofrenico: Lars ha una delusion, dice. E questa sua condizione è evidentemente una metafora per una situazione personale (non solo sua: si pensi agli infantili pupazzi dei colleghi in ufficio) che appunto ha origine in un passato e va elaborata. È, appunto, un racconto di formazione, con la "malattia" (che malattia non è) come metafora. E la questione si sposta ben presto alla famiglia e alla comunità. Nello stesso dialogo la psicologa risponde a Gus che le fa «Everyone's gonna laugh at him»: «And you...». In un altro dialogo, fra Gus e i suoi colleghi a lavoro, uno di loro chiede quale sia la differenza fra una delusion e una hallucination. Gus, che aveva fatto i compiti su Internet (altra cosa: giudicando dai computer e dal giradischi che si vedono nel film, direi che siamo da qualche parte nella metà degli anni '90, più o meno agli albori dell'Internet di grande consumo, e non mi sembra casuale), spiega (ai colleghi e a noi) che è la differenza fra "false belief" e "false perception". Qui il film segnala ancora più chiaramente che la malattia, indipendentemente dalle definizioni tecniche esatte (che interessano relativamente), è appunto un pretesto metaforico: Lars non ha una percezione sbagliata della realtà (infatti la Dagmar dice, come il titolo—“Lars and the Real Girl”, appunto—, che la bambola non è pazzia: «She's real, she's right out there»), semmai è convinto, crede di poter raggiungere una soluzione ai suoi problemi reali attraverso quella bambola. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Lars and the Real Girl
In tempi duri e pericolosi, specie moralmente, come questi, ci si aggrappa a tutto pur di sentirsi vivi e comunicare col mondo: e se si ha paura degli affetti e del contatto umano va bene anche un feticcio, un giocattolo, per affermare la propria umanità.
Piccolo film intimista, pieno di piccoli spunti. Piuttosto che le commediole inglesi con esile motivetto comico (l'umorismo è totalmente diverso per quantità e qualità) direi che siamo più dalle parti del racconto di formazione nella fredda ed alienata provincia americana (mi par di capire che il film è ambientato nel Midwest USA, sebbene girato in Ontario, ma la cosa non è granché importante), con per protagonista il solito ragazzo non ancora entrato nella vera maturità, che deve affrontare le sue piccole rimozioni emotive ed affettive. Più o meno un altro dei recenti La mia vita a Garden State, 









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