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Il suo nome è Tsotsi
Giovedì 16 Marzo 2006 16:11
Il suo nome è Tsotsi / LocandinaTitolo originale:      Tsotsi
Nazione:      Sud Africa
Anno:      2005
Genere:      Drammatico
Durata:      91'
Regia:      Gavin Hood
Cast:      Presley Chweneyagae, Terry Pheto, Kenneth Nkosi, Mothusi Magano, Zenzo Ngqobe, Zola
Produzione:      The UK Film & TV Production Company plc, The Industrial Development Corporation of South Africa, The National Film & Video Foundation of South Africa
Distribuzione:      Mikado
Data di uscita:      3 Marzo 2006

Trama: Tsotsi ha 19 anni e vive in una baraccopoli nella periferia degradata di Johannesburg, in Sudafrica. Non ricorda nulla del suo passato e Tsotsi (trad. lett. 'gangster') è un soprannome che gli è stato dato nel ghetto in cui vive. Nonostante la giovane età è già a capo di una piccola banda di malviventi che comprende Butcher, un assassino a sangue freddo, Boston, un insegnante fallito, e Aap, grosso e ritardato. Una sera, dopo aver bevuto troppo e litigato furiosamente con uno di loro, Tsotsi inizia a vagare per le strade in preda all'alcool e ai fantasmi del passato. Senza rendersi conto giunge in un quartiere di benestanti dove una giovane donna sta combattendo con il cancello automatico della sua abitazione. Tsotsi non ci pensa due volte, spara alla donna e le ruba l'auto, una BMW argentata. Dopo pochi metri, il ragazzo perde il controllo dell'auto che si schianta. Ma non è tutto: sul sedile posteriore c'è un bimbo di soli 3 mesi. Lasciata l'auto, Tsotsi fugge portando con sé il piccolo, deciso a prendersi cura di lui. Ben presto però, si rende conto che occuparsi di un neonato non è cosa tanto facile e va alla ricerca di un aiuto. Incontra così Miriam, una giovane vedova con un figlio piccolo, che nonostante l'approccio violento, si prende cura del bimbo di Tsotsi. Tra i due ragazzi si instaura un rapporto sempre più intenso che porterà Tsotsi a fare i conti col suo carattere collerico e con i ricordi del proprio passato. (Yahoo)

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Il suo nome è TsotsiFra il 1960 e il 1983, nelle città sudafricane dell'apartheid in pieno boom per l'arrivo di fresca manodopera nera per le loro industrie, nascevano dei ghetti dormitorio per questa espressamente congegnati: le township. Soweto, quartiere nero alle porte di Johannesburg, è una di esse, un cumulo di baracche che tuttora conta circa un milione di abitanti. Tsotsi (Presley Chweneyagae) ha anche lui la sua baracca, mentre da bambino si rifugiava, come altri bambini fanno ora che lui è grande, in un tubo di cemento sulla collina che sovrasta il ghetto; è un ragazzo prodotto dalla miseria, che dell'infanzia non vuol condividere neppure il suo vero nome ("Tsotsi" è un soprannome e significa, indicativamente di ciò che è nella realtà, "criminale").
Con la sua banda di amici lo vediamo compiere una rapina in metropolitana, nella quale la vittima viene pugnalata a morte dal più violento del gruppo senza che nessuno noti niente. C'è un litigio a seguito di ciò e Tsotsi scappa via. Quella notte piovosa fa un colpo da solo: ruba la macchina ad una donna che sta rientrando in casa, sparandole anche (finirà all'ospedale e fortunatamente si salverà) per difendere la refurtiva. Percorsa un po' di strada, Tsotsi si rende conto che nella vettura c'è un neonato. Perché il ragazzo decida di portarlo con sé, anziché svignarsela più semplicemente e farlo ritrovare sano e salvo nella macchina abbandonata, rimane all'inizio difficile da spiegare; sta di fatto che Tsotsi decide di prendersene cura, come può, tenendolo nascosto a tutti tranne che alla sua vicina Miriam (Terry Pheto), dalla quale lo fa allattare. La ragione del suo agire si scoprirà risiedere proprio nel turbamento risvegliato della sua infanzia, della quale vediamo alcuni flashback, tanto che lo battezzerà David, con il nome che ha sempre nascosto a chi lo conosce. Il film di Gavin Hood è fresco vincitore dell'Oscar come miglior film straniero ed è il secondo anno di fila che una pellicola sudafricana viene nominata nella categoria (l'anno scorso era stato il turno di Yesterday). Nonostante tutte le scritte che vediamo - dal cartellone pubblicitario "We are alla affected by HIV and AIDS" in stazione, al giornale che Tsotsi usa come pannolino - siano in inglese, le lingue usate sono infatti Zulu, Xhosa e Afrikaans e la versione italiana, come al solito doppiata, non permette purtroppo di districarsi in questo interessante miscuglio etnico. Sebbene siano due film sostanzialmente diversi, Tsotsi non può non rimandare al City of God di Meirelles, del quale è stato più fortunato con le statuette (stranamente, City of God era nominato in quattro categorie ma non come film straniero) in un anno che forse aveva alternative migliori come La rosa bianca - Sophie Scholl e Paradise Now: bastano la baraccopoli di Johannesburg e il ragazzo che cambia grazie al neonato a rimandare alla favela di Rio e al ragazzo che da senza speranza diventa fotografo. Come il film cui rimanda, Tsotsi ha tutte le carte in regola per lasciare il segno fuori casa, come in effetti è stato; questo è poi meno legato alla realtà locale, che viene posta sullo sfondo in maniera intelligente come affresco ricostruttivo ma mai resa essenziale alla narrazione, raccontando una storia di salvazione dosata in un crescendo poetico molto universalizzante. Ci è difficile vedere fino a che punto questo sia un pregio e fino a che punto il film segua un percorso onesto verso la sua nazione: è in effetti una vicenda personale edulcorata che non pone a supporto nessun vero quadro sociale. Una storia intima che appare anche salutare, ma forse è troppo presto perché la Repubblica Sudafricana sorvoli di ricordare con maggior forza al mondo quello che è stata e quindi quel che è oggi: pensiamo che in un paese così complesso i segni del passato debbano trasparire da più che non un bel dolly sui ghetti neri. C'è insomma qualcosa che manca in questa storia scritta da un bianco e diretta da un bianco che scelgono di far esser neri sia il protagonista che la coppia benestante cui viene rapito il figlio, relegando l'interazione con la minoranza che un tempo li sfruttava a qualche poliziotto. È certamente un film che piacerà e potrà anche commuovere, ma funziona tutto in modo un po' troppo facile.

Giudizio:

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