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Signorina Effe
Mercoledì 23 Gennaio 2008 03:01
Signorina EffeTitolo originale:      Signorina Effe
Nazione:      Italia
Anno:      2007
Genere:      Drammatico
Durata:      95'
Regia:      Wilma Labate
Cast:      Filippo Timi, Valeria Solarino, Sabrina Impacciatore, Fausto Paravidino, Clara Bindi, Gaetano Bruno, Luca Cusani, Marco Fubini, Giorgio Colangeli, Fabrizio Gifuni
Produzione:      Bianca Film, Rai Cinema
Distribuzione:      01 Distribution
Data di uscita:      18 Gennaio 2008

Trama: Torino, settembre 1980. Emma è figlia di un operaio meridionale ora in pensione che ha trovato lavoro negli anni cinquanta nella Fiat dopo essere emigrato. Lei è destinata a un futuro che sembrerebbe radioso, buon impiego, una laurea da prendere a breve e un matrimonio con accasamento di buon livello con l'ingegnere suo capo in azienda. Ma quelli sono giorni bui per la Fiat, costretta da una grave crisi societaria a dover licenziare o mandare in cassa integrazione a zero ore migliaia di suoi dipendenti. Per 37 giorni l'azienda rimane chiusa per i picchetti dei dipendenti, ed è in questa occasione che incontra Sergio, impegnato in prima linea nella lotta operaia. L'averlo trovato significherà per lei una tremenda svolta emotiva, che la porterà a...

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Signorina EffeWilma Labate era dal 2003 che non dirigeva e sceneggiava un film (Maledettamia) e torna dietro la macchina da presa per raccontare la crisi dei 37 giorni della chiusura della Fiat (datata 1980, come un bollo di circolazione ben ripreso in primo piano di una 500, vecchio tipo ovviamente, ci fa sapere) a seguito dello sciopero degli operai, costretti ad una lotta ad oltranza per evitare licenziamenti selvaggi del personale.
In mezzo al racconto di quei giorni bui e alle paure della perdita del posto, evento terribile per persone per lo più con carichi di famiglia, si inserisce la storia d'amore convulso tra la bella Emma (Valeria Solarino, di origini venezuelane), fidanzata di un ricco ingegnere vedovo con figlia, e il ribelle fino all'osso Sergio (promulgatore della lotta ad oltranza interpretato da Filippo Timi). I due opposti si attraggono, lei laureanda e colta mentre lui onesto lavoratore ma poco istruito dalla barba ispida. Intorno ai due pianeti si muove una serie di personaggi satelliti variegata, dalla sorella di Emma, Magda, interpretata dalla nasuta Sabrina Impacciatore, all'amico spinellato e dedito solo alle frivolezze prima di incontrare il grande amore (Magda stessa). La famiglia delle due ragazze poi osteggia coloro che vorrebbero tenere chiusa la fabbrica fino alla fine della vertenza, troppo legati ad un passato che era diverso e più accogliente, fatto di speranze e non di illusioni. Iniziando con delle immagini d'epoca della fabbrica e con le note di "Crapa pelata", la Labate mette in scena questo magma emotivo in maniera banalissima, utilizzando telegiornali e reportage dell'epoca (con Lama e Berlinguer) per farci cadere nello stile dell'epoca ma non per farci accomodare. Di fatto gli sforzi più intensi della regista (come suo uso anche sceneggiatrice) sono diretti per valorizzare la storia d'amore contrastato e diverso come da lezioni di cinema avute (metti la storia d'amore nell'evento storico/politico e vedrai che tutto va bene), ma non si cerca minimamente di dare un maggior risalto cinematografico alla vicenda, un vero approfondimento di correlazione posto/luogo/emozione/storia, tutto è un drammone televisivo insipido con pacchiane scelte (l'amico che si innamora di Magda, le giura di volere da lei decine di bambini e si rotola nel prato, il padre oltranzista che difende tempi ormai passati, le andate e i ritorni amorosi di Emma), un cinegiornale freddo senza anima che stanca parecchio per l'approssimazione della sua realizzazione, e non ultima la sconvolgente vuotezza di alcune scene (i cortei che paiono quelli della processione della parrocchia con braccia in alto anziché conserte).
Pensando ai prodotti d'oltrealpe di genere (chi ha detto Loach?) viene da pensare a quanto non si riesca davvero, sopratutto con il patrocinio dei soldi pubblici, molte volte ormai solo una scusa per giustificare esborsi e non per vero merito d'arte, a dare un minimo di dignità a questo cinema italiano d'oggi quando parla di fatti sociopolitici, così palesemente ancorato ai suoi grandi transfughi americani (Bertolucci e company) e che non riesce a dare fiato decente quando deve suonare totalmente sul suolo patrio.
E così monotonamente vediamo dipanarsi la triste vicenda della Fiat del 1980 con in mezzo due amanti che fanno Romeo e Gulietta dalle parti opposte della barricata, senza che ci si ricongiunga alla minimale quota del rapporto valenza storica/storia umana che ci si dovrebbe aspettare, quasi che le pulsioni emotive debbano essere raccontate per foto su uno sfondo importante, prendendoci in giro due volte in quanto la sbandierata proposizione cultural sociale di questi film inganno è totalemente disattesa. Ci sono momenti della storia da ricordare, anche questi, ma davvero non in questa maniera così assurdamente stereotipo, tra l'altro con un finalino nel 2007 del tutto privo di ogni valore.
Minimo pregio è la buona ricostruzione delle strade e delle auto circolanti, dove non si notano vetture o targhe fuori tempo. Ma è davvero poco.
In definitiva un film ricordo/denuncia che è un petardo sordo in una scatola di cioccolatini, monotono e inconcludente, dove la signorina F... del titolo lo è veramente, peccato che anche se di quattro lettere non c'entri nulla con un famoso marchio di automobili. Evitatelo senza problemi e guardate un reportage dell'epoca.

Giudizio:



Recensione di EMANUELE RAUCO

Signorina EffeC’è poco da fare: il cinema italiano, specie quello dei nostri giorni, non è in grado di fare i conti con l’attualità o con un passato tanto recente da essere scottante, perché alla maggior parte dei nostri registi manca la capacità di graffiare, la forza di guardare al mondo appigliandosi alla realtà, mettendola a nudo, senza perdersi nei fronzoli dell’estetica o della soap opera.
Ed è ciò che succede anche a Wilma Labate nel suo nuovo film, in cui il tentativo di raccontare le rivolte alla Fiat nel 1980, culminate con la sconfitta del sindacato, s’infrange contro una resa narrativa fiacca, poco credibile e un’idea di cinema davvero dal fiato corto.
Scritto dalla regista con Domenico Starnone, Carla Vangelista e Fabio Zamarion (con la collaborazione di Francesca Marciano), un dramma sentimentale e civile sulla lotta di classe e sul confronto tra diverse prospettive di vita e lavoro, ricco di stereotipi e buone intenzioni, ma povero di incisività, chiuso com’è nel sottolineare la chiave di lettura affettiva-sociale che – oltre a essere anacronistica – è del tutto inefficace.
Chiuso lungo quei 35 giorni che portarono dall’occupazione della fabbrica alla marcia dei 40.000, il film racconta il percorso intimo di una ragazza dalle aspirazioni borghesi attraverso le contraddizioni e le asperità delle battaglie sindacali, dei diritti del lavoratori, sia quelli che scioperano sia quelli che vorrebbero comunque lavorare, cercando di raccontare senza troppi manicheismi le varie facce della fabbrica e della lotta, usando il triangolo sentimentale come specchio e cartina di tornasole del racconto.
Ed è proprio qui che casca l’asino: la scelta di questa prospettiva vanifica quasi tutte le buone premesse che Labate aveva messo in gioco, innanzitutto perché inzuppata di cliché e luoghi comuni sulla famiglia, la sessualità, l’emancipazione femminile (ancora legata a vecchi concetti di bisogno del maschio), ma soprattutto perché sposta tutto il racconto sul lato del melo, appiattendo l’interesse primario del racconto, trasformando tutto in una specie di didascalica allegoria in cui il vero senso del film diventa estraneo, diventando così l’ennesimo sceneggiato dalle pretese pseudo-storiche che finisce al cinema anziché in tv.
La colpa del sostanziale fallimento è in primis della sceneggiatura, scritta malissimo, soprattutto nella definizione del personaggio di Emma, illogico e poco credibile nei suoi continui, improvvisi e mal digeriti passaggi di stato (in 30 secondi passa da krumira a barricadera, per tornare sui suoi passi), ma anche nello spreco di tutto un potenziale psicologico e umano di un certo valore, con qualche sospetto di maschilismo di ritorno (il deprimente sacrificio finale, con pessimo sottofinale); dispiace soprattutto perché Labate (già autrice dell’ottimo La mia generazione) ha qualche freccia al suo arco, come nell’uso di immagini di repertorio, nelle dinamiche familiari o quando decide di venare la regia di grottesco (l’ingresso notturno dei krumiri) ma la pochezza della messinscena è palese nelle scene di massa, nello scavo politico, nella grossolanità delle sequenze sentimentali.
Deludente in poche parole, appena nobilitato da un buon cast, in cui tra gli ottimi Gifuni, Colangeli e Timi, l’unica a deludere è proprio la protagonista Valeria Solarino, di certo non aiutata dal personaggio, ma che non riesce a infondere vitalità a un’interpretazione tagliata con l’accetta e imbalsamata. Possibile che per poter vedere film di questo genere che sappiano finalmente far funzionare il cervello dello spettatore bisogna attendere la Francia o il maestro Ken Loach?

Giudizio:  1.5
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