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Walk Hard - La storia di Dewey Cox
Martedì 01 Aprile 2008 01:55
Walk Hard - La storia di Dewey Cox / LocandinaTitolo originale:      Walk Hard: The Dewey Cox Story
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2007
Genere:      Commedia
Durata:      96'
Regia:      Jake Kasdan
Cast:      John C. Reilly, Jenna Fischer, Paul Rudd, Justin Long, Jason Schwartzman, David Krumholtz, David Koechner, Ed Helms, Harold Ramis, Kristen Wiig, Margo Martindale, Angela Little, Patrick Duffy, Amber Hay, Raymond J. Barry, Kristen Wiig
Produzione:      Apatow Productions, Columbia Pictures, Nominated Films, Relativity Media
Distribuzione:      Sony Pictures Releasing Italia
Data di uscita:      28 Marzo 2008

Trama: Dewey Cox da piccolo ha, per errore durante un gioco, tagliato in due con un machete il fratello. Questa colpa non viene minimamente perdonata dal padre, ma il fantasma del defunto lo incoraggia a compiere una missione musicale, davvero un duro cammino, e di essere così grande per tutti e due: diventare una star del rock 'n' roll. Inaspettatamente e nella sfiducia di tutti, Dewey riesce nell'impresa, ma mentre arriva il successo giunge anche una pesante dipendenza da droghe e donne. Riuscirà lo spirito musicale che è in lui a ridargli la forza di ritrovare la dignità perduta?

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Walk Hard - La storia di Dewey CoxIl figlio d'arte Jake Kasdan (Orange County) incontra il lanciatissimo Judd Apatow, e assieme producono un musical chiara parodia—basta il titolo—del relativamente recente Walk the Line, con dentro anche un po' di Ray e, con tutta probabilità involontariamente, dati i tempi (il film usciva nelle sale americane appena un mese dopo), anche dell'Io non sono qui di Hayes. Co-scritto dai due, il film è ispirato predominantemente alle tematiche care ad Apatow e alla sua band, più o meno le stesse che hanno prodotto 40 anni vergine, Molto incinta e Superbad. Inutile dire che ne eredita i difetti ed i pregi, oltre a un bel po' di facce fra i secondari.
Strutturato nella sostanza né più né meno come la pellicola di Mangold, Walk Hard ha sorprendentemente pieno successo proprio nella sua opera "seria" di ricostruzione del mood dei vari decenni nei quali avanza e si abissa per poi risorgere la carriera dell'enfant prodige del titolo. Naturalmente, a questa si sovrappone una scimmiottatura di costume e delle convenzioni da biopic—generiche o specifiche dei modelli citati, mutate, ribaltate o ingigantite (brillante ad esempio la parentesi nel club per neri sulle note di “You Got To Love Your Negro Man”)—che ha spesso smalto, specialmente nella prima parte nella quale le situazioni si succedono in buon numero e con buona frequenza.
Si diceva delle tematiche care ad Apatow. Infatti anche in questa parodia musical (nella quale vanno necessariamente lodati i gustosi pezzi della soundtrack, scritti per l'occasione fra gli altri da Mike Viola e Michael Andrews—Apatow e Kasdan collaborano a tre brani, alla stesura di due dei quali partecipa anche Reilly, che è anche ottimo interprete di tutti i pezzi) troviamo un eterno bambinone pieno di debolezze, ingenuo, irresponsabile e bisognoso di un affetto che possa farlo crescere.
È una ricorrenza che viene piacevolmente mascherata dall'apparente libertà sgangherata della storia, che può giocare sui vari stadi di perdizione attraversati dal protagonista—tradimenti, droghe, crisi artistiche, lotta politica (in difesa dei nani, sperando in un remake de Il mago di Oz)—, e che confluisce in una riunione finale piena di fantasmi/voci della coscienza ben visibili, convocati poco prima dell'esibizione finale di una vita.
Alla fine delle sue provocazioni, anche questo cantante rock dai mille volti deve scoprire che quello che conta nella vita non sono sesso e droga ma la famiglia e gli amici: insomma, la solita filosofia sempliciotta per maschietti di Apatow, assolutoria e consolatoria (bacchetta in mano), che nell'occasione si fa particolarmente inoffensiva accompagnata dallo spirito derisorio conservato fino alla fine—si veda in particolare la didascalia finale con dissolvenza incrociata.
Anche in questo caso, come negli altri di Apatow, va comunque riconosciuta una certa abilità narrativa, in ogni caso sempre penalizzata da una lunghezza—due ore—decisamente spropositata. Tuttavia va notato, da questo punto di vista, che la versione destinata alle sale è più corta di ventiquattro minuti, probabilmente risolvendo alcuni problemi di ritmo presenti nella seconda parte della versione extended da me visionata.

Giudizio: 2


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Walk Hard - La storia di Dewey CoxJudd Apatow sta diventando una specie di folletto geniale nell'elaborare o produrre buone commedie parodistiche decisamente spudorate, così come è stato per Molto incinta e Superbad. In questo Walk Hard si utilizzano i canoni resi famosi dai fratelli Wayans con la loro serie di Scary Movie, parodiando in questo caso i film a tema musicale, Walk the Line in testa, già dal titolo e poi dalla conformazione visiva a cui assistiamo (un cantante con famiglia che diventa fedifrago per trovare l'anima musicale gemella).
La trama è ovviamente un pretesto per presentare canzoni (anche irriverenti) e situazioni parodistiche: Dewey Cox ha un fratello con cui gioca regolarmente, un giorno un tragico incidente lo taglia in due (letteralmente) e lui si trova pieno di sensi di colpa e una missione per espiare, diventare una rock star. Sposata e messa numerosamente in cinta una donna che fa di tutto per scoraggiarlo nella sua attività musicale, riesce a trovare i componenti per formare una band e incredibilmente con il brano “Walk Hard” scala le vette delle classifiche. Con i soldi arrivano le tentazioni dei vizi, delle droghe e della dissolutezza, che Dewey fatica a respingere aiutato solo dal fantasma del fratello che lo incoraggia.
La commedia grottesco-biopic diretta da Jake Kasdan (figlio di Lawrence) è decisamente decente, il ritmo è divertente e scanzonato, la presa in giro spumeggiante e senza sbadigli nella visione. Certo, in prodotti di questo tipo (che in Italia verrà totalmente ignorato, privo di fascino per lo spettatore nostrano perché presenta anche cose non propriamente tipiche della commedia trash, come le divertentissime canzoni sexualsound fortunatamente totalmente sottotitolate) sono presenti esagerazioni di ogni tipo (vedrete giraffe in casa, cammelli in giardino e nugoli di figli fatti in serie manco fossimo nella casa de Il senso della vita dei Monty Python, per finire con corpi divisi in due che parlano) e corpi nudi in serie, cosa che non è necessariamente un difetto (oltre a belle donne discinte anche un primo piano di genitali maschili in bella evidenza), ma di fondo regna una serietà realizzativa nel musicarlo fuori dal comune per il genere, una scelta dei vestiti azzeccata, oltretutto la trama si svolge come un lungo flashback cadenzata da serissime date che ne cadenzano il tempo di riferimento. Non si ride greve come altre volte, ci si accomoda tranquilli a divertirsi consapevoli della totale presa in giro e della sua leggerezza, ma ci si appaga con gli obbiettivi perfettamente centrati, e il film va benissimo per un pre o dopo pizza disimpegnato senza che dobbiamo totalmente essere a cervello zero.
Il protagonista, un divertito e disinvolto John C. Reilly (serissimo attore che ha lavorato anche con Scorsese) è un ingenuo che crede ciecamente nel suo dovere di onorare la musica a tutti i costi, e ci delizia con la sua semplicità umana per provocare ilarità di fronte alle sue risposte sconnesse e le sue giustificazioni assurde (le scenette nei bagni con l'offerta di droghe sempre più pesanti sono spassosissime). E mentre il padre continua a ripetere che è morto il figlio sbagliato, lui incontra i Beatles in una sorta di tempio del pensiero (uno di essi, Paul Mc Cartney, è Jack Black in un cammeo) e domina le folle con una musica definita da un simil-esorcista «del diavolo!», facendo ballare in maniera più o meno ortodossa donne, uomini e bambini.
Come si può leggere non si hanno novità a livello di idea o di trama (prendo una cosa, la esagero e la riempio di grosse contraddizioni magari un po' pepate) davvero potenziali, ma la simpatia di cui è pervaso ce lo fa rendere gradevole, passatempo innocuo ma scaltro neppure dei più beceri, privo di linguaggio coperto di parolacce gratuite.
In definitiva un film semplice, gradevole e simpatico, dalla conformazione già vista, con tutti i pregi e difetti del genere biopic che prende in giro, e con tecniche narrative già ampiamente usate, ma che si distingue per la sua colonna sonora estroversa e orecchiabile. C'è molto di meglio da vedere, ma se la serata è all'insegna del completo sedersi e disimpegno sorriderete senza doverlo fare per forza solo perchè avete pagato il biglietto.

Giudizio: 2
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