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| Sabato 25 Febbraio 2006 15:09 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Americani+Europa = Trasgressione; Horror+Sesso = Morte. I tre protagonisti dell'incubo che prende vita in questo film devono aver saltato la seconda equazione e possiamo capirli, perché tutto prima di arrivare all'incubo sembrava un sogno. Due amici statunitensi in tour per il vecchio continente si uniscono ad un simpatico islandese ad Amsterdam, città ideale nella quale spassarsela con droga e donne; una notte rimangono fuori dall'ostello che li ospita e incontrano un affabile ragazzo russo che apre loro nuovi invitanti orizzonti. Se Amsterdam è da sempre meta di un certo turismo, esiste più a Est un mondo meno affollato e persino con meno proibizioni: il massimo sarebbe spingersi fino in Ucraina, ma basta anche limitarsi alla Slovacchia. Appena fuori Bratislava c'è infatti un altro piccolo ostello nel quale splendide ragazze non vedono l'ora di concedersi agli stranieri di passaggio, e gli americani vanno naturalmente per la maggiore. Prima di andare da amici a Barcellona, vale la pena dare un'occhiata. Arrivati in loco col treno, il sogno è corrispondente alle aspettative, se non migliore: promette bene, perché condividono la stanza con le stupende e disponibilissime Natalya e Svetlana. E qui, pian piano, inizia la seconda equazione. Eli Roth è un tipo che piace a Quentin Tarantino (un altro «Quentin Tarantino presents» apre la pellicola) e a David Lynch: con certe credenziali c'è da andare sul sicuro. Di fatti, dopo Cabin Fever del 2002 (ispirato proprio da Lynch), questo suo secondo film lo conferma come il migliore artigiano del cinema horror occidentale di questi anni. Gli elementi della storia sono perfetti: da un lato la classica gita in Europa, vista in varie salse in mille occasioni, momento topico di godimento obbligatorio per molti giovani americani; dall'altro un'illuminazione avuta grazie ad Internet. Chissà se il sito che Roth ha usato come ispirazione (gestito da una «ditta» tailandese che per 10.000$ vende la possibilità di tagliar la testa ad un essere umano, per di più consenziente) sarà l'unico in giro. Probabile di no. Hostel è un film che fa ribrezzo, che rende seriamente inquieti perché costruisce un crescendo (i trenta e più minuti iniziali preparano il resto quasi come una commedia) in una situazione molto verosimile e, per la nostra realtà geografica, anche molto prossima: il mercato sotterraneo degli esseri umani esiste e l'Est è il luogo più vicino a noi per trovarlo. La Bratislava del sesso diventa la Transilvania dei vampiri, con la differenza che i vampiri non esistono e le belle slave sì. Così come esistono ricchi professionisti e uomini d'affari, che siano americani o europei, disposti a pagare profumatamente per un divertimento non tradizionale; oppure le bande di ragazzini privati dell'infanzia dalla miseria che scorrazzano per le strade cittadine. Forse più a Bucharest che a Bratislava, comunque figure inquietanti che sembrano sbucate da un presente alternativo ma non lontano. Non è un film sociale o di denuncia: è anche meglio. Giudizio: ![]()
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Americani+Europa = Trasgressione; Horror+Sesso = Morte. I tre protagonisti dell'incubo che prende vita in questo film devono aver saltato la seconda equazione e possiamo capirli, perché tutto prima di arrivare all'incubo sembrava un sogno. Due amici statunitensi in tour per il vecchio continente si uniscono ad un simpatico islandese ad Amsterdam, città ideale nella quale spassarsela con droga e donne; una notte rimangono fuori dall'ostello che li ospita e incontrano un affabile ragazzo russo che apre loro nuovi invitanti orizzonti. Se Amsterdam è da sempre meta di un certo turismo, esiste più a Est un mondo meno affollato e persino con meno proibizioni: il massimo sarebbe spingersi fino in Ucraina, ma basta anche limitarsi alla Slovacchia. 









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