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King Kong Stampa E-mail
Domenica 02 Aprile 2006 23:34
King Kong / LocandinaTitolo originale:      King Kong
Nazione:      Nuova Zelanda, Stati Uniti, Germania
Anno:      2005
Genere:      Fantastico, Avventura, Drammatico
Durata:      187'
Regia:      Peter Jackson
Cast:      Naomi Watts, Jack Black, Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Colin Hanks, Andy Serkis, Evan Parke, Jamie Bell, Lobo Chan, John Sumner, Craig Hall, Kyle Chandler, William Johnson, Mark Hadlow, Geraldine Brophy
Produzione:      Big Primate Pictures, Universal Pictures, WingNut Films
Distribuzione:      UIP
Data di uscita:      16 Dicembre 2005

Trama: Il regista indipendente Carl Denham ha in progetto di girare un documentario sulla sconosciuta Skull Island, al largo di Sumatra, e organizza una spedizione di cui fanno parte anche l'attrice di vaudeville Ann Darrow e il drammaturgo Jack Driscoll. La troupe viene imbarcata sulla nave 'Venture', comandata dal capitano Englehorn, che parte alla volta dell'isola. Giunti a destinazione, Denham e gli altri si imbattono in una serie di insidie e pericoli: tribù selvagge, animali preistorici e soprattutto un gigantesco gorilla, King Kong, che fraternizza con la bella Ann. L'affetto per la donna sarà nefasto per Kong, che, catturato e portato a New York per essere esibito come fenomeno da baraccone, andrà incontro ad un tragico destino... (Yahoo)

Recensione di ALBERTO DI FELICE

King Kong«Sono seduto sulla cima del mondo», dice il pezzo cantato da Al Jolson che apre il film: i grattacieli in costruzione, in un'America che non si ferma nonostante tutto, guardano verso il basso New York durante la recessione degli anni '30 e le sue contraddizioni. In questa stessa stagione cinematografica l'abbiamo già vista, quando Ron Howard aveva raccontato la rinascita di Jim Braddock in Cinderella Man, ma il modo in cui ci vengon presentati la folla ed i personaggi centrali del King Kong di Peter Jackson rappresenta un gioiello enorme. In effetti, tutto questo film è (con un'espressione talmente abusata che ci sentiamo quasi a disagio a farne uso, ma non se ne può fare a meno) un immenso atto d'amore.
I nostri sentimenti di fronte ad esso sono inizialmente complessi e contrastanti, come era forse inevitabile dato che l'amore di Jackson si rivolge verso un capolavoro assoluto ed un'icona della storia del cinema. Questo King Kong è già in partenza seriamente commovente: prima di farci vedere la bestia, il film si impegna con cura, gusto amaro e molto divertimento, a presentarci la città nella quale tutto si concluderà, i suoi poveri ed i suoi ricchi, le sue strade e le auto che le abitano.
Tutto con una carrellata ideale con in sottofondo il pezzo d'apertura; subito entriamo nel teatro (che chiuderà di lì a poco per la crisi) in cui Ann Darrow (Naomi Watts) è impegnata nel suo repertorio vaudeville. Da qualche altra parte, il regista Carl Denham (Jack Black) sta visionando con i produttori gli ultimi rulli girati del suo film: gli stanno per dare il benservito, dati i suoi insuccessi. È interessante notare come il prologo lavori all'inverso rispetto all'originale: il fatto che incontriamo per prima Ann e la sua miseria stabilisce sin da subito che lei sarà molto più importante e sviluppata.
Dall'altra parte Denham cambia la sua natura, è meno guidato dall'avventura e più dal riscatto personale, non è un "uomo che si è fatto da solo": è anche lui uno scarto dello spettacolo, che non paga come dovrebbe, che decide di salvare a tutti i costi sé stesso ed Ann, sin da quando la vede riflessa nella porta (un'aggiunta toccante e disperata) prima che tenti di rubare la mela, intraprendendo il viaggio verso Skull Island. È evidente l'immedesimazione che Jackson avverte verso queste due figure, che Watts (stupenda e difficilmente sostituibile nella parte) e Black (alter ego anche fisico, ma senza barba, che il neozelandese si era scelto prima di dimagrire vistosamente negli ultimi tempi) ci consegnano con la classe dell'una e la potenza vulcanica dell'altro in quella che reputiamo essere senz'altro la parte più bella e compiuta della pellicola, che mai per un attimo sembra troppo lunga.
I cambiamenti nei personaggi sono il lavoro di sceneggiatura più evidente e, come nel caso illustrato, più pregevole: oltre alla diversa caratterizzazione di Denham e Ann, entra in gioco il drammaturgo Jack Driscoll (Adrien Brody) che prende il posto del vice-comandante come amore umano della bella. Se la parte in viaggio sul mercantile ha echi di Titanic quando il cargo urta contro le rocce dell'isola immersa nella nebbia, una volta sbarcati ed avventuratici oltre il muro siamo di fronte all'avventura fantasy. Non solo i dinosauri citano, sin dalla comparsa dei brontosauri, Jurassic Park, ma gli effetti speciali che li fanno interagire con gli umani sono un evidente prolungamento della fase post-produttiva della trilogia dell'anello: fra le prime cose a farsi notare, la fuga dei brontosauri dai velociraptor, con Danham e compagni che corrono nel mezzo, è sostanzialmente una replica del passaggio degli olifanti.
È una lunga parte centrale sostanzialmente entusiasmante e piacevole da guardare (tre Oscar per suono ed effetti speciali), con alcune sequenze eccezionali (il combattimento in caduta fra le liane tra Kong ed i T-Rex, che da uno sono diventati tre), ma Jackson e la produzione si fanno prendere la mano insistendo troppo a lungo, sfoggiando improbabilità eccessive anche per un fantasy. Non è questo, però, quello che ad un certo punto della visione ha fatto vacillare l'entusiasmo di chi scrive. Quando Ann incontra Kong, il film fa un'operazione di concetto essenziale che trasforma totalmente il loro rapporto: Ann non è una bambolina urlante, ma comunica attivamente entrando in sintonia con la bestia.
Con il venir meno delle tonalità più propriamente horror rintracciabili nell'originale, si forma una tenera intimità che fa pardere ogni carica sessuale (sullo stesso promontorio dove Ann intrattiene Kong e dove i due si fermano poeticamente a guardate il tramonto, nel '33 la bestia le strappava i lembi del vestito...) per sostituirla con momenti scherzosi. Ann prova empatia e difende a sua volta Kong: soffre quando viene catturato, non è presente all'osceno spettacolo teatrale che lo mette in mostra, cerca di scacciare i biplani che circondano l'Empire State Building. Quando Kong scappa dal teatro e la ritrova in mezzo alla strada, lei si consegna spontaneamente e pienamente a lui mentre tutto il mondo attorno lo teme; sono in due a cercare la solitudine che possa replicare il tramonto sull'isola, salendo sul grattecielo sapendo che non ci sarà via di scampo. In questo modo, la frase di Denham che chiude questo come il film di Cooper e Schoedsack, e soprattutto il proverbio arabo che va a parafrasare («Quand'ecco la bestia guardò in volto la bella, e la bella fermò la bestia. E da quel giorno in poi, fu come morta»), assume una sfumatura molto diversa, perché la bestia non è la sola, almeno alla fine, a morire nell'anima. Ann e Kong hanno davvero condiviso qualcosa, scivolando gioiosamente sul ghiaccio nel parco, così come abbandonandosi nella tragedia finale.
Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson l'hanno deciso sin da subito e ci hanno spiazzato, hanno a ben vedere compiuto l'atto d'amore definitivo verso non solo il film originale, che hanno bonariamente stravolto in un punto essenziale, ma soprattutto verso la creatura: le hanno dato qualcuno da guardare negli occhi, qualcuno che potesse contraccambiare senza timore il suo sguardo e che potesse comprenderla, sentirla. Ci siamo a volte annoiati, abbiam pensato che molto di quanto successo su Skull Island sarebbe potuto rimanere confinato al videogame abbinato (e abbiamo certamente pensato che sarà servito più che altro ad invogliare i ragazzini a comprarselo...), ma la comprensione di questa affettuosa scelta di fondo, questa ulteriore umanità nei personaggi (compreso quindi Kong, che Andy Serkis fa muovere oltre ad interpretare un gustoso marinaio) cancella tutto. In una annata con tre remake importanti (oltre a questo, escludendo l'ultimo arrivato The Producers, La guerra dei mondi e La fabbrica di cioccolato), King Kong è non solo un mastodontico kolossal visivo (il primo così imponente – fatta eccezione per la precedente trilogia di Jackson – dai tempi, non a caso, di Jurassic Park e Titanic), ma riesce infine meglio ad esser convincente, e soprattutto premuroso, nel far quello che avevano provato a fare anche gli altri: rileggere in profondità i suoi protagonisti.

Giudizio: 3.5
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