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| Martedì 26 Dicembre 2006 23:07 | |||
Titolo originale: Children of MenNazione: U.S.A. Anno: 2006 Genere: Drammatico, Thriller Durata: 114' Regia: Alfonso Cuarón Cast: Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor, Charlie Hunnam, Claire-Hope Ashitey, Ilario Bisi-Pedro, Lucy Briers Produzione: Universal Pictures, Strike Entertainment, Beacon Communications LLC, Hit & Run Productions, Quietus Productions Ltd. Distribuzione: UIP Data di uscita: 17 Novembre 2006 Trama: 2027. La razza umana sta per estinguersi perché da 18 anni non nascono più bambini e la scienza non riesce a capire la causa dell'infertilità che dilaga nel mondo. In una Londra infestata da frange nazionaliste violente che vorrebbero mandar via dall'Inghilterra tutti gli immigrati, Theo Faron, attivista pacifista diventato semplice burocrate, viene coinvolto dalla ex-moglie rivoluzionaria, Julian, nel salvataggio e nella protezione di una ragazza rimasta misteriosamente incinta che potrebbe portare un barlume di speranza per la continuazione della specie umana. (Yahoo) Recensione di EMANUELE RAUCO Quello che si dice un cineasta eclettico: come ha sottolineato Enrico
Magrelli presentando il film, Alfonso Cuarón è un regista che non ha
mai fatto due film uguali, per il quale non si possono usare gli stessi
aggettivi (per fortuna e purtroppo), essendo passato dall’orribile
kitsch pubblicitario di Paradiso perduto al realismo sensuale (e un po'
furbo) di Y tu mamá también, approdando al gotico di Harry Potter e il
prigioniero di Azkaban.Questo Children of Men —presentato a Venezia lo scorso settembre— è sicuramente il suo film migliore e più importante, quello in cui mostra tutto il suo talento, non solo di regista ma anche di autore (intendendo con questo colui che ha una precisa visione del cinema e del mondo). Duro, cupo, violento e doloroso film di fantascienza moderna ed apocalittica, che racconta l'estinzione lenta e consapevole di una civiltà che, con la scomparsa dell'infanzia e della crescita, ha visto scomparire anche la speranza e la voglia di lottare. Tratto dall'omonimo romanzo di P.D. James, è una parabola sconsolata e curiosamente ironica, sul filo del bizzarro, che mette in luce uno dei problemi principali del primo mondo, quello del costante e progressivo invecchiamento della popolazione (basti leggere la recente indagine Istat per costatarne l'attualità) portato alle estreme conseguenze in un pianeta Terra che, per mille e concatenati motivi, ha raggiunto la morte del seme, la fine conclamata della vita. Cuarón, autore anche della sceneggiatura assieme a Timothy J. Sexton, David Arata, Mark Fergus e Hawk Ostby, racconta ed analizza anche i risvolti sociologici e le conseguenze politiche di questa "autocombustione" del genere umano, ambientando il film in una Londra ormai vittima di un governo filo-fascista (il 2° dopo V per vendetta) e devastata dalle bombe dei gruppi terroristici, spesso istigati dallo stesso governo, ponendo l'accento soprattutto su uno dei più ridicoli e gravi paradossi del nostro mondo invecchiato: mentre le nostre "risorse umane" stanno esaurendosi, invece di usufruire di chi queste risorse ne ha fin troppe (il terzo mondo degli immigrati clandestini) ci affanniamo ad umiliarli e rinchiuderli, come dimostra la più dura sequenza del film, in un tunnel-bunker di cilena memoria. Lontano però da fin troppo facili spettacolarizzazioni e banalità di stampo hollywoodiano, Cuarón si aggrappa —disperato come il suo film— ad un realismo ostentato ed insistito, in preciso ed efficace contrappunto con le invenzioni narrative, costruendo la narrazione su lunghi e straordinari piani sequenza (memorabile l'assalto all’auto tutto da dentro l'abitacolo o l'assedio al palazzo in pre-finale), che scevri da esibizioni tecniche di dubbio gusto, riescono a rendere perfettamente il senso dell'angoscia, della perdita di un centro (anche filmico) in cui la classicità di un mondo certo di se stesso —ossia il montaggio analitico— lascia spazio alla consapevolezza di un presente ambiguo ed insondabile —la mancanza di montaggio—, ricordando maestri come Sokurov, Haneke o Tarkovskij. Il limite di questa impresa filmica e registica al confine dello strabiliante è che la sceneggiatura, pur buona, avvincente e giustamente complessa, finisce per esserne schiacciata, non riuscendo a dare il giusto valore all'intreccio, al discorso, ai personaggi e penalizzando così anche il lavoro degli attori, soprattutto Clive Owen e Michael Caine; però non si può non togliersi il cappello di fronte ad una gestione così potente ed emotiva dello spazio e del tempo filmici, di un uso così sapiente dei contributi tecnici (dalla fotografia di Emmanuel Lubezky al montaggio di Alex Rodriguez fino alle scene di Geoffrey Kirkland e Jim Clay), della capacità di fare della nostalgia il veicolo, pessimista se non un po’ reazionario, di un messaggio socio-politico (splendido l’uso di Ruby Tuesday dei Rolling Stones nella versione di Franco Battiato). Confermando così la vitalità di un cinema, quello messicano, che stiamo scoprendo solo ora.
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