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| Domenica 04 Marzo 2007 01:00 | |||
Titolo originale: Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of KazakhstanNazione: Stati Uniti Anno: 2006 Genere: Commedia Durata: 84' Regia: Larry Charles Cast: Sacha Baron Cohen, Ken Davitian, Luenell, Pamela Anderson, Bob Barr, Alan Keyes, Jean-Pierre Parent Produzione: Everyman Pictures, Gold/Miller Productions, One America Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 2 Marzo 2007 Trama: Borat Sagdiyev, celebre giornalista della Tv del Kazakhstan, viene inviato negli Stati Uniti per girare un reportage sul Paese più grande del mondo. Giunto sul posto, però, Borat si mostra interessato, più che agli usi e costumi americani, a cercare la bella Pamela Anderson che vorrebbe sposare. (Yahoo) Recensione di ALBERTO DI FELICE «Credo che il film serva a dimostrare l'assurdità di qualunque forma di
pregiudizio razziale». C'è forse un po' di vero nelle parole di Sacha
Baron Cohen, trentacinquenne inglese di fede ebraica il cui alter-ego
del momento è un kazako di religione non specificata (dice di "seguire
il falco": nella bandiera del Kazakistan c'è un'aquila dorata) ma
decisamente e immacolatamente antisemita, oltre che misogino e omofobo.
Borat: studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan
lo vede far quello che ha sempre fatto nei suoi show televisivi, su
Channel 4 nella natìa Gran Bretagna o sulla HBO negli Stati Uniti:
prendere per il sedere i suoi interlocutori ignari. Il che non ha
sempre a che vedere con la dimostrazione dell'assurdità del razzismo.Il giornalista kazako Borat Sagdiyev è il terzo personaggio in ordine di tempo ad esser inventato da Cohen, dopo il rapper bianco Ali G (anche lui con un suo film tutto per sé nel 2002, nel quale compariva già l'attuale star centro-asiatica) e il reporter d'intrattenimento austriaco Bruno (fortunato anche lui: la Universal ha acquistato i diritti). Laureato in inglese, giornalismo ed epidemiologia (utile soprattutto se applicata sugli odiati vicini uzbeki), viene mandato dalla tv pubblica (l'unica, d'altronde) del suo glorioso paese a condurre uno studio/documentario sugli "US and A" col fine di trarre preziose lezioni culturali. Con lui c'è il produttore Azamat (Ken Davitian: è stato Luciano Pavarotti ne Il silenzio dei prosciutti). Borat è un road movie che da lavoro si trasforma in rincorsa di un sogno. Venuta meno la moglie comprata dodidicenne e non più florida già tre anni dopo (Borat la presenta in apertura come tutto il suo villaggio, nel quale l'incesto è la regola: suo padre e suo nonno materno sono la stessa persona, e la sua seconda figlia è nata dalla sorella Natalya, orgogliosamente presentata come quarta prostituta del paese, e prima per il sesso orale), Borat convince Azamat a mettersi in viaggio da New York per la California. Senza dirgli che il vero motivo non è esplorare l'America autentica, bensì andare a sposare Pamela Anderson vista in Baywatch. Su un furgoncino da gelataio e con un orso acquistato come animale da difesa contro gli ebrei, fra le altre cose prenderà lezioni di bon ton da infine scandalizzate signore del Sud e canterà l'inno nazionale kazako tradotto in inglese («Kazakhstan is the greatest country in the world, all other countries are run by little girls. Kazakhstan is number-one exporter of potassium: other Central Asian countries have inferior potassium») su "Star-Spangled Banner". Ci sono in effetti tre momenti nei quali l'umorismo del nostro può avere una qualche vera valenza sociologica. Il primo è una sua conversazione con Bobby Rowe, general manager dell'Imperial Rodeo. Questi consiglia a Borat di tagliarsi i baffi per non sembrare un terrorista: tutte le foto di terroristi e musulmani che si vedono in tv ritraggono persone come lui, mentre se si taglia i baffi potrebbe sembrare almeno un italiano ("I-talian", come dicono i poco istruiti). Nella stessa conversazione lo stesso personaggio di alta cultura mostra un po' di sana omofobia a stelle e striscie, opportunamente stuzzicato. Il secondo, dello stesso tenore ma in un ambiente più fine, vede una delle gentili signore bene a cena in una elegante casa del Sud affermare che le differenze culturali sono enormi, ma che quest'uomo delizioso potrebbe "americanizzarsi" in poco tempo. Miglior risposta non potrebbe esserci da parte di Borat, momentaneamente assentatosi per usare i servizi igienici, se non presentare alla dama un sacchetto con le sue fresche feci. Nel terzo momento sociologico, Borat assiste ad una riunione di urlatori e guaritori pentecostali e trova Gesù dopo essersi perso perché aveva scoperto che Pamela non è vergine. Prima, tre studenti del Sud Carolina in camper avevano condiviso con lui qualche pensiero, non sconcertante (i poveracci erano per di più evidentemente alticci), su schiave russe e minoranze. Tutto il resto può esser solo divertente. E neanche troppo divertente, soprattutto se già conoscete il soggetto. Ci sono puntate delle Iene che offrono del materiale ben più sardonico. Che senso ha vedere un tizio coi baffi che va a lezione di humor prendendo in giro il fratello ritardato preso in giro? E lo stesso coi baffi che offende un gruppo di femministe; che chiede a che velocità un Hummer può schiacciare degli zingari; che è terrorizzato dal bed & breakfast ebreo di una coppia di anziani ebrei; che fa lo scemo su una rete locale; che distrugge 425$ in antiquaglie della Guerra di Secessione? E lo stesso coi baffi, nudo, che fa wrestling con e rincorre un grassone nudo? Nessun senso, a meno che non si dia aprioristicamente per buona la pretesa che ogni atteggiamento idiota del nostro dimostri quanto siano idioti anche gli Americani, o quanto siamo idioti noi. Cohen si difende dicendo che essendo ebreo lui in prima persona nulla di quanto fa può essere offensivo; non si può di contro dar molto torto a chi dice che non sia altro che una stupida accozzaglia di volgarità. Divertitevi, per quanto vi riesce, e cercate di assimilare quest'accozzaglia nell'unico senso positivo fornito. D'obbligo una precisazione. Chi scrive ha visto e ascoltato la versione originale: questo è un "film" che è sbagliato doppiare più di quanto non sia di per sé sbagliato doppiare qualsiasi film. Il buon Pino Insegno, che ha già dato la voce italiana a Cohen in Ali G, è stato chiamato a fare un lavoro impossibile. Lo "studio culturale" ha bisogno delle vere storpiature e del vero gergo di Borat, ma al nostro pubblico notoriamente pigro in fatto di lingua originale viene propinata una versione che continua a mal abituarlo.
Giudizio:
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Titolo originale: Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan
«Credo che il film serva a dimostrare l'assurdità di qualunque forma di
pregiudizio razziale». C'è forse un po' di vero nelle parole di Sacha
Baron Cohen, trentacinquenne inglese di fede ebraica il cui alter-ego
del momento è un kazako di religione non specificata (dice di "seguire
il falco": nella bandiera del Kazakistan c'è un'aquila dorata) ma
decisamente e immacolatamente antisemita, oltre che misogino e omofobo.
Borat: studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan
lo vede far quello che ha sempre fatto nei suoi show televisivi, su
Channel 4 nella natìa Gran Bretagna o sulla HBO negli Stati Uniti:
prendere per il sedere i suoi interlocutori ignari. Il che non ha
sempre a che vedere con la dimostrazione dell'assurdità del razzismo.







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