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Ho voglia di te Stampa E-mail
Domenica 18 Marzo 2007 19:01
Ho voglia di te / LocandinaTitolo originale:      Ho voglia di te
Nazione:      Italia
Anno:      2007
Genere:      Commedia
Durata:      110'
Regia:      Luis Prieto
Cast:      Laura Chiatti, Riccardo Scamarcio, Filippo Nigro, Katy Louise Saunders, Maria Chiara Augenti, Giulia Gorietti, Galatea Ranzi, Claudio Bigagli
Produzione:      Cattleya
Distribuzione:      Warner Bros.
Data di uscita:      9 Marzo 2007

Trama: Step torna a Roma dopo aver trascorso due anni negli Stati Uniti. Molte cose sono cambiate da quando è partito, ma il ragazzo deve ancora affrontare i fantasmi del passato così come non si sono del tutto sopiti i sentimenti provati per il suo primo amore, Babi. Ad aiutarlo nella sua difficile ricerca della felicità interviene l'incontro con Gin, una ragazza bella e travolgente che gli farà provare emozioni e sensazioni che credeva sopite. (Yahoo)

Recensione di EMANUELE RAUCO

Ho voglia di te“Ci sono film di fronte ai quali il critico non ha armi per giudicare e deve tirarsi indietro, semplicemente perché non sta vedendo un film”, dice Paolo Mereghetti parlando di questa pellicola. Non possiamo dargli torto. Perché il seguito delle insopportabili gesta, amorose e non solo, dei personaggi creati da Federico Moccia non ha interesse della resa cinematografica, e neanche del cinema in sé ma, molto più che nel precedente 3 metri sopra il cielo, del fenomeno commerciale e massificato che può creare.
Perciò nessuno si stupisce che frotte di adolescenti corrano davanti ai molti schermi italiani per vedere questo film diretto (?) da Luis Prieto, ma lascia un senso d’inquietudine il credito che prodotti di questo tipo stanno cominciando ad avere a livello soprattutto sociologico.
Di ritorno dall’America dopo la fine della rottura con Babi, Step cerca di riprendere contatto con Roma, e l’incontro burrascoso con la bella Gin – ballerina tv con aspirazioni da fotografa – lo aiuterà non poco: se non fosse che la petulante ex-ragazza torna alla ribalta, e non solo nei suoi pensieri.
Scritto da Moccia, con Teresa Ciabatti, il film sarebbe nelle intenzioni un mélo giovanile sullo sfondo di una società che dei giovani non sa che farsene, se non sfruttarli: peccato che il film naufraghi non solo nel racconto di un intreccio banale popolato da puerili stereotipi, ma soprattutto nella descrizione del contesto, visto che Moccia & co. sono proprio i maggiori sfruttatori delle fantasie giovanili.
Ambientato in una Roma metà suggestiva e metà cartolina per turisti, invaso da musiche pronte per l’ mp3 – e proprio con la riproduzione casuale sembrano selezionati – è un concentrato piatto e noiosissimo di banalità da teenager asfittici, dove l’inseguirsi di falsi poeticismi e l’immagine di una gioventù persa nel vuoto raggiungono vette di insipienza che fanno rimpiangere il genuino trash dei film di Nino D’Angelo.
Perché in questo prodotto pensato solo per essere venduto e far vendere i prodotti pubblicizzati (vergognoso lo spot palese ad una marca di torte fai da te), non si è stati radicali neanche nell’incompetenza, ed invece di un esilarante filmaccio di serie C, tocca vedere un film che cerca in tutti i modi di sentirsi superiore, di essere lo specchio di una generazione, non accorgendosi che l’immagine di partenza è deformata dal mercantilismo di base dell’operazione.
Abbiamo però detto all’inizio che un film come questo non ha bisogno, e non ha possibilità, di critica, ed allora l’unica chiave di lettura è quella sociologica (così come i cinepanettoni, i Brizzi, i Veronesi): proprio da qui viene il nostro avvilimento ed un po’ di preoccupazione. Perché la società messa in scena è pessima, vuota, stupida e di massa (nel senso peggiore del termine), figlia di un defilippismo d’accatto. I casi sono due: o la rappresentazione è vera, e quindi l’accettazione e la piattezza critica di questo film sono quantomeno fastidiosi, o è falsa, il che metterebbe alla berlina il modo vampiresco con cui ci si approfitta di giovani spettatori, e lettori, che alla ricerca di icone, si trovano solo macchinette per soldi. Com’è possibile che per due occhi azzurri ed un’aria di finto maledettismo si possa accettare uno script venato di maschilismo strisciante ed odioso, dove le donne se non sono lobotomizzate, sono puttane o isteriche (ed ovviamente bisognose di un qualunque uomo per vivere) e gli uomini, se non sono rozzi, violenti ed ottusi, sono dei bradipi uccisi dal lavoro?
Prieto posiziona la macchina da presa a seconda di dove è seduto in quel momento, mentre gli attori sembrano passare di là per caso (anche se la palma della mancanza di vergogna va alle insopportabili Babi e sorella) e le situazioni arrivano sciape e deprimenti 10 minuti dopo le previsioni dello spettatore. D’altronde un’idiozia così sarebbe perdonabile, come sostiene Marco Giusti, se fosse un pilastro per l’industria: ma in Italia di industria cinematografica non ce n’è, restano solo dei produttori senza vergogna che sfruttano la mancanza di lucidità di un mondo (il nostro) anestetizzato da una tv patetica di cui questo pseudo-cinema, al contrario delle apparenze, sembra nutrirsi.

Giudizio:


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