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Le vite degli altri Stampa E-mail
Lunedì 16 Aprile 2007 10:00
Le vite degli altriTitolo originale:      Das Leben der Anderen
Nazione:      Germania
Anno:      2006
Genere:      Drammatico
Durata:      137'
Regia:      Florian Henckel von Donnersmarck
Sito ufficiale:      www.sonyclassics.com/...
Cast:      Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer, Ludwig Blochberger, Werner Daehn
Produzione:      Bayerischer Rundfunk, Creado Film, Wiedemann & Berg Filmproduktion
Distribuzione:      01 Distribution
Data di uscita:      Oscar 2007
06 Aprile 2007 (cinema)

Trama: Anni '80. Georg Dreyman, drammaturgo, e Christa-Maria Sieland, sua compagna ed attrice famosissima, si trasferiscono a Berlino Est. I due sono considerati fra i più importanti intellettuali dal regime comunista anche se non sempre sono in sintonia con le azioni intraprese dal partito. Quando il ministro della cultura, vede uno spettacolo di Christa-Maria, se ne innamora e darà l'incarico ad un suo fidato agente di seguire la coppia ed osservare i loro interessi. (FilmUp)
 
Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Le vite degli altriPremiato all'ultima serata degli Oscar come miglior film straniero, questa pellicola diretta da Florian Henckel von Donnersmarck (opera prima) si colloca come il film che non si deve perdere a tutti i costi in quanto pieno di straripante potenza emotiva, oltretutto esplicata con una facilità di linguaggio decisamente fruibile, anche dallo spettatore poco disposto a una visione d'impegno, nonostante sia carico di simbologie e frasi da interpretare come delle icone di pensiero.
Il film si svolge nella ex DDR prima della "Glasnot", cioè la trasparenza, voluta da Gorbaciov per rivitalizzare l'immagine, ma sopratutto l'economia, dei paesi dell'Est agli occhi del mondo.
Dovendo vivere in un paese che li controlla e li opprime nella possibilità di esprimersi (una semplice barzelletta satirica diventa un pericolo per chi la dice, e il nome della polizia di controllo la dice lunga, Stasi), la percentuale dei suicidi è molto alta, ma dal 1977 la dirigenza evita di fornire delle cifre al proposito anche se propina statistiche di tutto per dimostare il suo pieno controllo.Come sempre in questi casi, sono gli artisti a dover cercare di rompere il cerchio della chiusura mentale usando la loro capacità di creare emozioni nei vari campi, ed è per questo che il regime li controlla da vicino notte e giorno con un sistema di microfoni. Ma anche coloro che dovrebbero erigersi a primi difensori hanno i loro difetti, provocando una sorta di resa dell'animo, quando invece dovrebbe sostenerli il coraggio, se gli si paventa di non poter più eseguire le loro opere. Figlio de La conversazione di Coppola, sin dal manifesto con in primo piano il volto e la testa con sopra le cuffie, sia con una megacitazione nel finale, questo ottimo film ci parla di amore tradito a cui sembra che basta un bagno per sentirsi discolpati, di ammirazione e conglobazione, dove un servitore dello Stato (convinto della giustezza della sua posizione) man mano che segue le vite degli altri assorbe le stesse e ne prende i lati migliori, paradossalmente estraendo succo non dalle loro opere ma da loro stessi, non dai prodotti magari finti o edulcorati della loro arte (cesoiati anche da una censura ignobile), prendendo insieme alle sensazioni di una notte d'amore la coscienza. Non esistono poi veri cattivi, ma solo burattini in uno Stato simile, come dimostra il collega del capitano che sa fare un rapporto sentito senza neppure accorgersi di trasmettere emozioni.
Il vero messaggio in effetti è quello di tirare fuori il meglio di noi stessi capendo e aiutando il prossimo, perchè solo essendoci degli altri diversi potremo migliorare le nostre vite che in solitario sarebbero squaliide anche se ci sembrano perfette, perchè dopotutto ferme.
Emozioni, pathos, cambiamenti, vigoria delle intenzioni e raggiri sono perfettamente calibrati, e lo scrittore Georg Dreyman (Sebastian Koch, recentemente visto in Black Bookera il nazista consapevole della futura disfatta, guarda caso) rende questi stati d'animo come una specie di specchio riflettente e propagante per l'ignoto (per lui) scrutatore della sua vita (interpretato da Ulrich Mühe) che assorbe il tutto per poi modellarlo a nuovo insegnamento, attratto anche dalla fascinosa compagna chiamata in codice Cms (Martina Gedeck), che lo strega perchè sa che lei tramette delle emozioni che lui solitario uomo non potrà avere. Tra l'altro come potrete vedere il rispetto dei sentimenti è talmente immenso che Wiesler non osa minimamente impedire il proseguimento dell'amore della coppia, anzi farà di tutto per preservarlo.
Si parlava dei simbolismi visivi e di frase, che sono eccezionali. Ce ne sono diversi, ma i migliori sono quelli riguardanti le posizioni contro il regime. Ad un certo punto al protagonista viene chiesto se non gli dispiace scrivere in rosso (unico colore disponibile), la risposta «Cercherò di non fare errori» è quanto mai al vetriolo.
Sempre Lazlo cerca di fare un nodo alla cravatta, ma non ci riesce (simbologia della impossibilità di cadere vittima del suicidio intellettuale e della oppressione di pensiero), non si adegua a farlo, mentre la vicina collaborazionista ci riesce benissimo senza sforzo. Nella sua casa poi è presente una opera d'arte che ritrae una libellula con 4 ali, simbolo della voglia di volare e del senso della libertà. Infine viene detto da un rappresentante del regime «Le promozioni te le guadagni con i risultati, non con i voti», riferimento al fatto che un cambiamento di fede non porta nessun beneficio.
L'azione poi dopo un inizio preparatorio si dipana in maniera sempre interessante, donando arricchimenti visivi e di pensiero come quelli detti sopra, mentre la casa controllata diventa una sorta di alveolo della comunicazione della propria arte e delle emozioni, un quadro d'insieme trasportante e che ci porta a capire quanto sia importante che ognuno di noi possa dire come la pensa. E il vero suicidio non è quello del corpo ma del fatto di non sapere dire altro, dove anche un bambino con una palla in mano può dirti verità che non vuoi sentire.
Recitazione misurata, che rende credibilissimi i mutamenti dello stato d'animo, regia precisa che sottolinea tutto senza pedanterie, fotografia con colori scuri che danno un giusto senso di grigio ed oppressione (il sole praticamente non splende mai) sono i punti di forza  dei vari comparti. Speriamo che la distribuzione, anche in virtù del premio acquisito, sostenga questo importante film, e che il passaparola di chi lo ha visto sia una sorta di prosecuzione del pensiero di un oscuro microfonista, dicendo al prossimo di vederlo per conoscere aspetti che il cinema rende validi e pregni di significato. Una lezione da imparare, sopratutto se poi si resta nell'anonimato della dedica di un libro, mettendo su carta le emozioni consegnate e quindi non perse.

Giudizio: 3

 
 
Recensione di ALBERTO DI FELICE
 
Le vite degli altriUn cinema che i tedeschi sono mediamente bravi a fare (e ad esportare). Prossimo al televisivo, ci sarebbe da dire, ma di una solidità da invidiare. Il film di von Donnersmarck rimane fedele, quanto alla scarna realizzazione, al buon livello produttivo (in ogni fase della produzione, a cominciare dalla sceneggiatura dello stesso regista) di altre pellicole venute dalla stessa patria (si pensi alla von Trotta, a Hirschbiegel, a Rothemund).
Di suo ha che azzecca la metafora per raccontare la situazione della Germania divisa dal muro, che viene trovata nel ravvedimento (efficacissimo nel suo non esser spiegato) di un agente della Stasi, Wiesler (il defunto Ulrich Mühe), che si trova da uomo solo a fare il passo figurato al di là della cortina di ferro per tramite della vita del commediografo Georg Dreyman (Sebastian Koch, già in Black Book di Verhoeven).
Von Donnersmarck si dimostra narratore abile al servizio di un'ideale accettazione intima della Storia, senza banalizzarla o ingigantirla con mezzucci e rimanendo sempre padrone dei tempi e dei toni. Cosa non facile, dato il balletto di personaggi e sviluppi, e quella che per altri sarebbe stata la tentazione di farlo partire per la tangente. Invece il regista-sceneggiatore non perde di vista il filtro assolutamente non deformante del protagonista, e vi trova la chiave per un crescendo in sottrazione.

Giudizio: 3

 
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