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| Mercoledì 25 Aprile 2007 01:00 | |||
Titolo originale: SunshineNazione: Regno Unito, Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Fantascienza, Thriller Durata: 107' Regia: Danny Boyle Cast: Hiroyuki Sanada, Mark Strong, Benedict Wong, Cillian Murphy, Cliff Curtis, Michelle Yeoh, Troy Garity, Chris Evans, Rose Byrne Produzione: DNA Films, Ingenious Film Partners, The Moving Picture Company (MPC) Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 20 Aprile 2007 Trama: Per salvare la Terra, un gruppo di astronauti, scienziati e biologici, oltre che fisici, sta portando una bomba grande come l'isola di Manhattan per cercare di ridare energia al sole che sta morendo, facendola esplodere sulla superficie della stella per rivitalizzarla. Ma il fatto che anche una missione precedente sette anni prima aveva fallito fa capire che l'eroica missione non sarà così facile da portare a termine. Recensione di ALBERTO DI FELICE Per Danny Boyle e lo sceneggiatore Alex Garland (già assieme in The Beach e 28 giorni dopo)
il sole sarà prossimo allo spegnimento nel 2057. In realtà, come
chiunque dovrebbe sapere basandosi sul proprio bagaglio scolastico, la
nostra stella avrà all'incirca altri cinque miliardi di anni di vita.
La scelta di ignorare lo scientificamente appurato è una dichiarazione
d'intenti: Sunshine vuol essere una sorta di allegoria, come
del resto è d'uopo al genere fantascientifico. Da questo punto di vista
il film sembra inserito in un percorso, se non perfettamente compiuto,
quantomeno idealmente tracciabile: questo comprende, oltre alle
precedenti due opere già citate, anche la favoletta infantile Millions
del 2004, nella quale anche si partiva da una sorta di realtà
parallela. Dovrebbe insomma essere qualcosa di diverso dai
catastrofistici Armageddon o The Core, e poco avrebbe anche a che fare con la variante ambientalista di The Day After Tomorrow,
assecondando la quale dovrebbe semmai trarre spunto dal poco conosciuto
fenomeno dell'oscuramento globale, che comunque nulla ha a che fare col
sole.Il film inizia non a caso saltando i preliminari sulla Terra (la vedremo, o meglio vedremo Sydney, sommersa dalla neve solo nel finale), instaurando subito (dopo un breve voice-over) il suo perno visivo e, potenzialmente, tematico. Lo psicologo dell'equipaggio della Icarus II, Searle (Cliff Curtis, La ragazza delle balene), si trova nella stanza d'osservazione nella quale un filtro permette di ammirare lo straordinario spettacolo offerto dalla superficie solare alla quale l'astronave si sta avvicinando. La missione è far esplodere una megabomba in modo da fornire nuova linfa vitale alla stella a noi più cara e salvare di riflesso il pianeta. Boyle e il suo direttore della fotografia Alwin H. Kuchler (The Mother, Codice 46), necessariamente assecondati in questo dal montaggio di Chris Gill (The Dark), prendono giustamente come punto di riferimento la luce. In primis quella che lega il rosso sole ai pannelli che ne assorbono raggi e colorazione per creare energia; poi uno sfocato folgore bianco che avvolge e nega la visione ai personaggi, o le torce che nel buio squarciano per un istante lo schermo mostrando dei volti anziché il loro raggio. C'è un contrasto abbastanza stordente fra le varie componenti di questo gioco luminoso. Alla moderazione che accompagna quella che si può definire come "ordinaria gestione" (esterno/interno dell'astronave, ivi compresa la passeggiata per riparare il guasto ai pannelli in stile Mission to Mars) si contrappone un confuso effetto di annebbiamento, rafforzato da una rimbombante trasposizione sonora della luminosità. Specularmente, l'impianto narrativo dà un'idea di disorientamento. Per buona parte si limita a riproporre modelli usuali (missione, imprevisto, guasto, contrasti, decimazioni), e quando decide di fare innesti maggiormente propri (il più importante dei quali, che menzioneremo fra qualche rigo, si conclude con un affettato doppio finale à la Solaris) diviene difficile capire se abbia un'idea chiara di dove andare a parare o se stia solo girando a vuoto con falsi idoli. Se, in buona sostanza, la pretesa allegorica del film venga effettivamente mantenuta. La risposta, evidentemente, dev'essere negativa. L'apparizione orrorifico/demoniaca del delirante comandante dell'Icarus I, Pinbacker (Mark Strong, Tristano & Isotta), sarebbe teoricamente leggibile nella direzione giusta, ma viene chiassosamente gettata nel quadro, sbilanciandolo e fornendo solo uno spunto portato all'eccesso e perennemente a rischio di ridicolo. Cosicché confusione narrativa e stilistica sono la stessa cosa: Boyle inonda di luce per far passare i minuti, e non per dir qualcosa di compiuto. Il cast di personaggi poco sviluppati vede in prima fila l'irlandese Cillian Murphy (Il vento che accarezza l'erba). Le seconde file, oltre a Curtis, sono Michelle Yeoh (La tigre e il dragone), Hiroyuki Sanada (Ringu), Chris Evans (I fantastici 4), Benedict Wong (Piccoli affari sporchi), Rose Byrne (Appuntamento a Wicker Park) e Troy Garity (After the Sunset). Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Incredibile Danny Boyle, dopo aver fatto il trasgressivo e onirico Trainspotting, e il suggestivo 28 giorni dopo, ora ci regala questo buonissimo mix tra Alien e 2001: Odissea nello Spazio, parlandoci di paure definitive sulla scomparsa del mondo per mancanza di energie vitali. Argomento
quanto mai attuale, estremizzato alle conseguenze totali sin dallo
strepitoso manifesto che incontriamo recandoci in sala, dove una
scritta prima luminosa poi finisce nel mondo delle ombre. Paure
odierne, ma anche paure ataviche, con l'eclisse che in tempi antichi
era considerata una maledizione da evitare perchè il sole che da la
vita non cessasse di esistere.Boyle prendendo ad esempio le grandi pellicole ambientate nello spazio siderale, organizza una sorta di bodycount con intruso, vista in chiave diversa in quanto i componenti della Icarus 2 sono già votati alla morte in nome di un ideale superiore e non lottano per salvare se stessi ma quanto per portare a termine la missione. Concetto straniante del solo fugace prolungamento della vita, trovando la catarsi dell'onore in una morte certa e non in uno spegnersi qualunque. Il gruppo composito di scienziati idealisti vivono questa avventura in maniera del tutto unita, senza avere sbavature di base, incarnazione della voglia di internazionalità di fronte a un dramma totale del regista testimoniata dal fatto che i componenti arrivano da diverse nazioni. Ci sono anche concetti importanti come la preservazione della natura per poter vivere (il giardino botanico), la pericolosità della follia che prende a scusa la conversazione con le entità superiori senza perdere la ragione con genocidi di massa in nome di falsi ideali (ovviamente in questa sede non si può spiegare oltre), mentre alla fine ne esce un elogio del coraggio che non rimane insensato. Scene veramente incredibili sono presenti in questo film, camminate nello spazio suggestive, corse all'interno degli angusti corridoi dell'immenso parallelepipedo, omaggiando Kubrick e Scott. Segno Kubrick non solo con l'ovvio 2001, ma anche con Shining (la foto degli astronauti che riprende ideologicamente quella dell'Overlook Hotel, il monopattino al posto del triciclo), proseguendo sempre il racconto in maniera cadenzata alla perfezione inserendo scene di grande stupore, forse non nuove ma sicuramente efficaci. Movimenti di camera sui modellini ci permettono di ammirare la maestosità della Icarus e del suo carico esplosivo, mentre le inquadrature dei locali sono sempre precise dando la sensazione di impotenza nel dover fuggire al pericolo. Nonostante questi pregi, purtroppo esiste un problema di fondo, la scelta del cast. I componenti dello staff della Icarus avrebbero richiesto per natura e logica persone molto più mature anche a livello di età per essere più credibili, non divetti fascinosi come Cillian Murphy (Red Eye e Il vento che accarezza l'erba), oppure comprimari anonimi come quelli presenti ad incarnare i personaggi orientali. Non riusciamo a credere molte volte che anche la giovinezza si sacrifichi con tanta splendida maturità, non riusciamo a calarci nell'idea che loro sono dei geni per nascita e il poco tempo per gli studi è stato sfruttato oltre il logico da doti innaturali. Pecca che se mancante avrebbe elevato a lidi ben diversi un film di grande fascino, poco originale in quanto decisamente troppo citazionale, ma di base un lavoro preciso e raffinato nella costruzione, che un cineasta impegnato a spargere validi concetti e dalla scarsa produzione ha costruito. Un film che non rinnega le attese, che scorre benissimo con il fiato sospeso, che non fa rimpiangere per nulla i soldi spesi regalando grandi sequenze di viaggi spaziali da gustare con il fiato sospeso, sperando di poterlo guardare ad occhi aperti anche fra i 50 anni che mancano rispetto al film nella vita reale con il sole che ci sorride senza problemi. Let the Sunshine in... Chiusura con doveroso omaggio alla sua amata Australia da parte del regista. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Sunshine
Per Danny Boyle e lo sceneggiatore Alex Garland (già assieme in The Beach e 28 giorni dopo)
il sole sarà prossimo allo spegnimento nel 2057. In realtà, come
chiunque dovrebbe sapere basandosi sul proprio bagaglio scolastico, la
nostra stella avrà all'incirca altri cinque miliardi di anni di vita.
La scelta di ignorare lo scientificamente appurato è una dichiarazione
d'intenti: Sunshine vuol essere una sorta di allegoria, come
del resto è d'uopo al genere fantascientifico. Da questo punto di vista
il film sembra inserito in un percorso, se non perfettamente compiuto,
quantomeno idealmente tracciabile: questo comprende, oltre alle
precedenti due opere già citate, anche la favoletta infantile Millions
del 2004, nella quale anche si partiva da una sorta di realtà
parallela. Dovrebbe insomma essere qualcosa di diverso dai
catastrofistici Armageddon o The Core, e poco avrebbe anche a che fare con la variante ambientalista di The Day After Tomorrow,
assecondando la quale dovrebbe semmai trarre spunto dal poco conosciuto
fenomeno dell'oscuramento globale, che comunque nulla ha a che fare col
sole.
Incredibile Danny Boyle, dopo aver fatto il trasgressivo e onirico Trainspotting, e il suggestivo 28 giorni dopo, ora ci regala questo buonissimo mix tra Alien e 2001: Odissea nello Spazio, parlandoci di paure definitive sulla scomparsa del mondo per mancanza di energie vitali. Argomento
quanto mai attuale, estremizzato alle conseguenze totali sin dallo
strepitoso manifesto che incontriamo recandoci in sala, dove una
scritta prima luminosa poi finisce nel mondo delle ombre. Paure
odierne, ma anche paure ataviche, con l'eclisse che in tempi antichi
era considerata una maledizione da evitare perchè il sole che da la
vita non cessasse di esistere.








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