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| Sabato 04 Agosto 2007 14:57 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di EMANUELE RAUCO Nell’epoca del consumismo, dell’invasione mediatica, delle dive da clinica di riabilitazione, ecco giungere quello che potrebbe fungere da testo teorico e fondamento pratico per una generazione orrenda, dai modi e gli ideali raccapriccianti, coltivata da genitori ed adulti con la bava alla bocca per l’odore dei soldi.Oltre gli orrori delle gemelle Olsen, ecco arrivare nelle nostre sale – fortunatamente dimenticato nell’ozioso agosto – il film delle sorelle Duff (Hilary ed Haley), con Martha Coolidge a tener loro il sacco in veste di regista (ed è la cosa più ironica del film) ed un corollario allucinante di stupidità, ipocrisia, strisciante razzismo classista. Le due sorelle Marchetta (cognome evidentemente simbolico, se si pensa che Hilary Duff con questo film pubblicizza il suo profumo) sono ricche, viziate, lussuose, relativamente belle: ma cosa succede se la bancarotta dell’azienda familiare le porta a vivere in mezzo ai poveri? Che cercheranno di tornare ricche, ovviamente. Il fatto che ci riescano, grazie ad intrighi gialli e legali ed un presunto trionfo di verità e giustizia, è la prova provata dello squallore di un film scritto da John Quaintance, Jessica O’Toole e Amy Rardin; che cercare di essere ad un tempo commedia sociale e commedia thriller (plagiando dichiaratamente Erin Brockovich e Ugly Betty), non solo fallendo in entrambi i fronti, ma lasciando trapelare una vena di disprezzo verso i temi trattati che ne fa un film opposto alle intenzioni. Ambientato nel mondo fasullo di una Los Angeles da fantasia per ragazzine sceme, dove i tentativi di realismo sono ancora più fasulli, il film dovrebbe essere una riflessione ironica sul mondo dei ricchi e famosi d’oltreoceano, sul loro vivere fuori del mondo e su come sia difficile l’adattamento a condizioni di vita «normali»; ma purtroppo – per dolo o per semplice incompetenza – diventa un diseducativo e noiosissimo film sulle capacità, le risorse, i valori morali nascosti anche nelle due ragazze più stupide ed oche di Los Angeles. Che di per sé non è un male, anzi, se ci fosse un po’ dell’ironia o della verve di un filmetto come La rivincita delle bionde, ma se la verve ed il senso comico sono assenti ingiustificati è un dramma, specialmente perché nel film, sotterraneamente ma non troppo, viene a galla un disprezzo per la classe media o popolare, un odio per la povertà ed i poveri che sfiora il razzismo (basti guardare il ritratto che si fa di chi prende l’autobus), arrivando a dipingere i non-ricchi come puzzolenti, rozzi, stupidi e potenzialmente criminali. E neanche il finale migliora l’assunto, visto che loro si riprendono il potere e trascinano con loro i nuovi fidanzati (professionisti e borghesi, comunque), come se solo l’ingiustizia e la falsità possano privare una ragazza delle sue carte di credito. Una disgustosa scemenza, che nausea già dopo 3 minuti intrisi di leziosità kitsch e doppiaggio sopra le righe, dove lo humour idiota e la mancanza di senso comico della sceneggiatura fanno il paio con il ritmo inesistente e la narrazione senza senso della Coolidge. Il tutto sublimato da un senso morale ed ideologico più dannoso che inutile ed una recitazione disarmante in cui fa piangere la presenza alimentare di una grande come Angelica Huston. Per non parlare dei prodotti del brand Duff. O delle loro orride canzoni. Siamo contro la censura o i boicottaggi, ma stavolta ce n’è bisogno: se i vostri figli, nipoti etc. devono vedere questo film e non potete impedirglielo, accompagnateli e cercate di spiegare loro perché questo prodotto è un insulto. In ogni senso. Giudizio: ![]()
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Nell’epoca del consumismo, dell’invasione mediatica, delle dive da clinica di riabilitazione, ecco giungere quello che potrebbe fungere da testo teorico e fondamento pratico per una generazione orrenda, dai modi e gli ideali raccapriccianti, coltivata da genitori ed adulti con la bava alla bocca per l’odore dei soldi.









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