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| Venerdì 24 Agosto 2007 03:50 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Il bersaglio di Sicko è un'anomalia (gli USA unico paese occidentale a non avere assistenza sanitaria universale e gratuita) con la quale l'americano medio si trova a dover fare i conti ogni volta che serve un'ambulanza, ogni volta che si deve entrare ed uscire dall'ospedale. Quello che Moore sa, e che noi altri occidentali sappiamo, è che il medio americano non si rende conto di essere l'eccezione. Anzi: se ne rende conto ma ne è orgoglioso. Compito del documentario è demolire miti e fantasmi costruiti, come d'abitudine con certa propaganda, con la reiterazione oltre i tempi maccartisti della paura socialista, ad uso e consumo di chi con quella paura continua a crearsi lauti profitti.Il film inizia con due brevi storie (un filmato amatoriale di un uomo costretto, dopo un incidente, a darsi i punti da sé; un uomo costretto a scegliere quale falangetta farsi riattaccare) di persone non coperte da assicurazione. Alla prima ci avverte che non è di quella storia che il film parlerà; passa allora alla seconda, e ancora dice che non è quella la storia che gli interessa. Sicko parla infatti non dei non-assicurati, ma dei 5/6 della popolazione statunitense, di quelli che un'assicurazione ce l'hanno. Moore lavora cullando nei suoi luoghi comuni il pubblico cui fa appello, dandogli l'impressione di star fornendo qualcosa cui si può ribattere («Cosa si aspettavano, senza un'assicurazione?»), per poi allargare bruscamente l'angolo visuale e frustrare quella vana speranza di essere rassicurati. Ho detto «cullando», e non intendevo in senso figurato. In questa scena Moore usa la musica (il pezzo strumentale «Baseball» di Thomas Newman, tratto dalla colonna sonora di In the Bedroom) con l'intento di trasmettere una confortante sensazione subliminale: «Tranquilli. Sì, queste cose sono spiacevoli, ma non sto parlando di voi», sta dicendo. Ecco che alla fine di questo prologo viene però inserito un altro allegro motivetto («Loverly Spring», da Lemony Snicket) a commentare placide immagini dagli sgargianti colori anni '50: un ragazzino consegna i giornali in bici, una mamma fa il bagnetto alla figlioletta, mamma-papà-figlio con cappello da cowboy seduti a tavola, un barbecue in giardino. Il tono di Moore cambia impercettibilmente; ora sta dicendo: «Vi ho gabbati: sto per parlare proprio di voi». E implicitamente lo possiamo vedere in un manifesto, conciato come lo Zio Sam, che punta il dito: «I want you». La prima sezione del film, lunga meno di mezz'ora, copre svariate testimonianze sia di chi è stato vittima sia di chi, pentito, ha fatto parte del sistema. Dopo la deposizione di fronte ad una commissione del Congresso, in cui la dottoressa Linda Pino confessa di aver negato trattamenti essenziali per garantire profitti alla compagnia per cui lavorava, Moore intervalla la narrazione con una registrazione audio di una conversazione del 17 febbraio 1971 tra John Ehrlichman, consigliere ed assistente agli Affari Interni, ed il presidente Nixon. Il nastro magnetico che ascoltiamo, mentre le foto dei due commentano come in un fumetto, segue quelle storie; poi è seguito, chiuso a sandwich dalla dichiarazione pubblica con cui Nixon annuncia il nuovo piano sanitario nazionale alla stampa, il giorno dopo. Moore non ha mai incastrato qualcuno così bene. La sezione centrale, meno di dieci minuti, esplora la politica che c'è dietro, esclusivamente con filmati d'archivio. Come contrappunto alla riproduzione della minaccia socialista, attraverso i messaggi pubblicitari di Reagan ma soprattutto attraverso il modo in cui il suo gergo viene appositamente tramandato nel dibattito politico odierno, Moore dedica tutta la terza sezione a far vedere come vanno le cose in altri sistemi difficilmente etichettabili come socialisti (anche se il punto per l'americano conservatore vale poco: per lui tutta l'Europa, ad esempio, e Francia in primis, è socialista): come vengono trattati i cittadini di altri paesi (Canada, Regno Unito, Francia), ma soprattutto i cittadini americani quando si trovano in vacanza o ci vivono. In tutta quest'ultima parte Moore continua il metodo sovra descritto, stavolta fingendosi sorpreso come l'americano medio: «Dov'è l'inghippo?». Così scopre che anche negli ospedali inglesi bisogna passare dalla cassa prima di uscire: ma questo sollievo iniziale viene annullato dalla scoperta che è la cassa a dare soldi al paziente, non il contrario, per rimborsargli le spese di viaggio sostenute ed assicurarsi che abbia i mezzi per tornare sano e salvo a casa. Più in avanti, Moore torna in America, e racconta la storia di una bambina morta per una febbre alta. Subito dopo racconta un'altra storia simile, che però è finita bene ed è stata risolta molto in fretta e con la massima dedizione da parte del sistema sanitario: «Ecco, quella era un'eccezione: in America le cose vanno bene». Questo è il pensiero prima di venire a sapere che la seconda mamma americana vive in Francia. Più avanti ancora Moore chiacchiera con un gruppo di americani che gli descrivono quanto offre lo Stato francese ad una mamma che ha appena avuto un bebé. Concludono dicendo che fra le comodità fornite c'è addirittura un aiuto per fare il bucato: «Ne han sparate troppe... Questi francesi ci prendono in giro: sarà una battuta», pensiamo prima dello stacco su Moore di fianco alla prova vivente. Il film torna poi nuovamente negli USA, ci fa vedere pazienti che non possono pagare scaricati su un marciapiede da un taxi, poi alcuni soccorritori volontari nei giorni e mesi dell'11 settembre. Il governo li ha dimenticati, sembra. Non ha dimenticato però i (presunti) terroristi detenuti a Guantanamo, che si scopre sono gli unici su suolo americano ad avere assistenza sanitaria gratuita. Col proverbiale spirito attaccabrighe, Moore carica concittadini bisognosi di cure su tre barche alla volta della base militare, dove ovviamente gli negano l'accesso. Scopre, ripiegando sulla Cuba cubana, che lì i medicinali costano 2500 volte meno, e che anche in quel paese comunista la gente vive di più (la classifica dell'OMS è una costante, e per una volta, malgrado tutto, l'Italia può vantarsi della sua invidiabile posizione al secondo posto) rispetto a chi vive in America. Probabilmente mai come in Sicko Moore è stato in grado di accostare l'ilarità all'amarezza. Come sempre, partecipa umanamente alla sua invettiva, occupa lo schermo con la sua presenza, sta vicino fisicamente durante le testimonianze che raccoglie. Il che è anche, da sempre, il suo limite: occasionalmente Moore non sa quando indiettreggiare, quando smettere di insaporire/drammatizzare i suoi argomenti. Così il viaggio a Cuba, importante per portare a casa punti profondi, in cui la sanità comunista tratta gli americani come dei pascià (Moore afferma di aver chiesto di dare lo stesso trattamento riservato ai cubani: c'è spazio per credere non abbiano seguito la sua raccomandazione alla lettera) e in cui questi incontrano i pomperi di Castro che rendono tributo, dura qualche minuto in troppo, e perde parzialmente la forza dello sbalordimento che prima creava solo col suo stile demistificatore. Il regista di Flint racchiude nel segmento finale che qui ha inizio un'istanza che in realtà, come si vede sporadicamente in tutto il film, va oltre il tema centrale della sanità: dice la sua agli Americani sulla concezione della vita nel Paese, sul modo in cui i servizi (come l'istruzione universitaria) vengono resi disponibili, facendosi capofila di un cambiamento che continua con ogni altro mezzo pacifico disponibile (lo stesso documentario nasce da segnalazioni giunte attraverso il suo sito). Il suo è un pamphlet che l'americano medio troverà forse meno discutibile di quelli contro le armi o Bush, ma il suo quadro è ancora più radicale. Giudizio: ![]()
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