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4 mesi, 3 settimane e 2 giorni Stampa E-mail
Domenica 26 Agosto 2007 07:53
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni / LocandinaTitolo originale:      4 luni, 3 saptamâni si 2 zile
Nazione:      Romania
Anno:      2007
Genere:      Drammatico
Durata:      113'
Regia:      Cristian Mungiu
Cast:      Adi Carauleanu, Luminita Gheorghiu, Vlad Ivanov, Anamaria Marinca, Alexandru Potocean, Laura Vasiliu
Produzione:      Saga Film
Distribuzione:      Lucky Red
Data di uscita:      24 Agosto 2007

Trama: Otilia e Gabita condividono la stessa stanza in un dormitorio per studenti. Frequentano l’università in una piccola cittadina della Romania, negli ultimi anni del comunismo. Otilia affitta una stanza in un albergo economico. Nel pomeriggio, incontreranno un certo signor Bebe. Otilia e Gabita si troveranno a vivere una situazione che avrà delle conseguenze inaspettate e che le porterà a riflettere sulla loro amicizia. (Yahoo)
 
Recensione di PIETRO SIGNORELLI

4 mesi, 3 settimane e 2 giorniArriva sui nostri schermi il film Palma d'oro al Festival di Cannes 2007, prima opera Rumena a vincere l'ambito premio ed esordio cinematografico come regista di Cristian Mungiu, lavoro robusto e assolutamente meritevole di tale assegnazione. La storia della semi svampita Gabita (Laura Vasiliu) che rimane incinta e che porta senza alcuna coscienza la gravidanza troppa avanti (da qui il titolo del film), è girata in uno stile asciutto, che negli esterni ricostruisce benissimo il disagio della Romania sotto dittatura (il film è ambientato nel 1987) con fotografia dai colori smorti e verdi pallido, splendidamente realizzata da Oleg Mutu, rimandando la sensazione dello spettatore sempre ad una sensazione di oppressione e di impotenza, dove le uniche strade da percorrere sono quelle del sottobosco e del nascondersi per la paura di ogni possibile ritorsione. Il regista privilegia lunghe inquadrature fisse in cui si svolgono dialoghi taglienti, con al centro la bravissima Anamaria Marinca (che fa la bionda Otilia) che fa da ago della bilancia e peso determinante per ogni movimento della trama.
Da incorniciare la scena del confronto familiare con i genitori del fidanzato, medici e chirurgi che stanno a discutere sui fronzoli di un titolo avuto sul lavoro mentre noi siamo in tensione per la sorte di una vita, con la protagonista assolutamente muta che in mezzo all'inquadratura rappresenta la classe medio bassa in tacita lotta per la sopravvivenza mentre si parla di carriera e si mangiano dolciumi ricercati fatti in casa. Ci sono anche altre ottime inquadrature e recitazioni, come quella del dialogo a tre tra le due ragazze e il laido Bebe (un ispiratissimo Vlad Ivanov, doppiato tra l'altro superbamente) nell'albergo, che mostrano una sorta di impotenza e mancanza di ribellione rispetto a ciò che sta sopra di loro, finendo con il pagamento inusuale a sfregio completo della dignità. Un film come si può capire di grande respiro che va al di là di quello di una sciocca ragazza rimasta gravida per leggerezza (leggerezza che Gabita dimostra continuamente in ogni situazione), che vuole denunciare un sistema passato di sopportazione e accettazione multistrato, interrotto fortunatamente dalla successiva grande ribellione al dittatore, quasi partorendo (letteralmente) in quei momenti un feto immaturo che poteva nascere solo successivamente quando si prese coscienza. Un film carico di simbolismi e di richiami, dove incredibilmente non mancano i momenti di tensione pura per la sorte delle ragazze, che non annoia neppure per un secondo e che ci porta verso il finale in maniera completa e totale «Facciamo finta che questo non sia mai successo», riferimento a una precoce pretesa di maternità per i tempi non maturi al grande evento ancora da nascondere al mondo e la potere.
Tra l'altro con un abilità thriller insospettabile Mungiu cosparge il film di finti indizi e oggetti che non verranno mai usati come sembrerebbe prevedibile (la carta d'identità, il coltello), sviando continuamente le possibilità di evoluzione della trama, che trova sfogo nella scena del matrimonio dove invece della concordia troviamo degli scontri (le idee che non si sposano anche se dovremo mangiare tutti le stesse cose, come nella scena del piatto porto dal cameriere). E il film si segue splendidamente, in un crescendo rossiniano di ansie, paure, scelte impossibili, il tutto con tre soli protagonisti, di cui due presenti in maniera marginale sulla scena come minutaggio, premiando un valore di realizzazione sceneggiato e pensato davvero pregno facendo dimenticare il basso budget.
Un film che non possiamo non consigliare a tutti, che riconcilia con il cinema che dimostra una volta di più che per essere vero e coinvolgente non ha bisogno di chissà quali mirabolanti prodigi, ma solo di coraggiosi e ispirati cantori che hanno ben in mente il loro messaggio ed attori che si immedesimano nella maniera più totale nei loro personaggi.
 
Giudizio:


Recensione di ALBERTO DI FELICE

4 mesi, 3 settimane e 2 giorniLa staticità come orizzonte degli eventi. Cristian Mungiu usa la camera figurativamente in funzione estensiva, seleziona ed allarga lo sguardo piombando le sue protagoniste (la sua protagonista) nell'abisso del tempo, a ritroso di soli vent'anni. Lo fa incredibilmente rinunciando (se non quando di principio necessario) a muoversi, lascia che lo sguardo cada dove la forza dell'oggetto/soggetto lo attrae. Il tempo non è così poco, ma questa Romania slavata lo fa apparire come vicolo cieco attuale, una trasfigurazione alternativa e viva dell'oggi non solo rumeno. Un cinema senza l'ombra di compiacimento formale o adagiamento nella nobiltà dei "temi": solo una testimonianza pietosa, impassibilmente spaventata, imponente perché annullata nella storia ma non dalla Storia, affidata a segni che mettono il referente fuori e imprigionano nel quadro gli effetti di una normalità lacerante.
Due pesci rossi in un acquario, al centro del quadro su un tavolo. Un acquario minuscolo, sì e no un sesto della verticale dell'inquadratura. I pesci possiamo vederli appena: solo l'unica cosa che si muove nell'inquadratura (che di per sé è mossa, essendo una camera a mano) oltre al fumo di una sigaretta sulla sinistra, poggiata su un posacenere. Spunta fuori la mano di Gabriela (Laura Vasilui) ad afferrare la sigaretta; la camera la segue con un repentino spostamento verso sinistra: ecco uno dei due pesci rossi. La prima parola pronunciata nel film segue dopo qualche secondo da fuori campo: «Bene». «Grazie», risponde Gabriela. La camera si sposta indietro e Gabriela si alza a sistemare alcune cose; nel quadro entra la sua amica Otilia (Anamaria Marinca). Due pesciolini, due brevi parole: hanno appena finito di delineare, con incolpevole levità, il piano d'azione che porta Otilia ad aiutare Gabriela.
Questa è una delle poche occasioni nelle quali la camera si muove per dirci cosa è importante, e lo fa a mo' di dichiarazione subito in apertura: dichiara le due imbrigliate. Un elemento profilmico aiuta l'associazione del concetto al movimento: lo sfondo del dipinto dentro l'acquario, sul quale si muovono i pesci, preannuncia la dilatazione dell'ambiente che inizierà con i susseguenti movimenti di macchina e con la successiva descrizione dello spazio architettonico e sociale. Nel resto della pellicola, quando non segue Otilia, la camera rimane quasi sempre ondulatamente immobile a distanza d'osservazione, si appoggia fisicamente su elementi scenografici (i banconi delle reception dei due alberghi, di fianco ad un comò, di fianco ad un letto, poggiata su una tavola) per lasciare naturalmente che l'occhio e l'intelletto cadano sul particolare più terrorizzato e terrorizzante. Un terrore che esiste in quel particolare ed in quello che lo circonda, sul quale ci possiamo spostare a piacimento, nello spazio e nelle persone coesistenti (perfetta sintesi nella scena a tavola a casa del ragazzo di Otilia), nella stanza accanto (la compravendita sesso-aborto ripresa dall'interno di un bagno; il banchetto di nozze del quale vediamo solo un dopo-rissa).
Fin quando lo sguardo, la camera, deve muoversi e deve guardare esprimendo con la volizione una scelta. Un feto di quattro mesi, tre settimane e due giorni. Non esiste che lui, buttato nell'inquadratura, anche lui minuscolo, poco più di un settimo della verticale dell'inquadratura. È una dissimulazione dolorosa e necessaria, nella quale è assente ogni esibizione. Anzi, Mungiu —oltre a mantenere la distanza— obbliga lo spettatore a riflettere sul senso di quell'essere, provocandolo a distogliere lo sguardo. Inserisce elementi che potrebbero potenzialmente spostare l'attenzione da quanto viene mostrato: un telefono che squilla (inizia a squillare, Otilia allunga un attimo la mano come a toccare il feto, desiste scioccata, esce di campo per andare a rispondere, la camera scende subito repentina a mostrarci, anzi a indicarci nettamente l'orrore), una luce che si accende nella parte alta del quadro, le voci fuori campo e l'ombra di Otilia. Ma non si può: per venti secondi (come vent'anni) lo spettatore non può evitare di notare solo quella minuscola vita sacrificata da un fuori campo più raccapricciante della sua stessa apparizione.

Giudizio:
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