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Io non sono qui Stampa E-mail
Martedì 11 Settembre 2007 12:52
Io non sono qui / LocandinaTitolo originale:      I'm Not There.
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2006
Genere:      Biografico, Drammatico, Musicale
Durata:      135'
Regia:      Todd Haynes      
Cast:      Christian Bale, Cate Blanchett, Richard Gere, Julianne Moore, Michelle Williams, Marcus Carl Franklin, Heath Ledger, Ben Whishaw, Charlotte Gainsbourg, David Cross, Bruce Greenwood
Produzione:      Killer Films, John Wells Productions, John Goldwyn Productions, Endgame Entertainment, Film & Entertainment VIP Medienfonds 4 GmbH & Co. KG, Wells Productions
Distribuzione:      BIM
Data di uscita:      7 Settembre 2007

Trama: La vita, gli amori, la musica, le canzoni e gli anni della maturità artistica e personale del celebre cantante americano Bob Dylan, visti attraverso gli occhi di sette personaggi, ognuno dei quali interpreta il cantante in un particolare momento della sua vita. Dall'infanzia agli esordi come cantante folk, dal successo raggiunto nei primi anni '60 come artista politicamente impegnato, al controverso passaggio alla musica rock. Poi, l'incidente motociclistico e il conseguente ritiro dalle scene, fino al ritorno alle apparizioni in pubblico con una serie di concerti noti come il 'Never Ending Tour', iniziato nel 1988 e che lo ha portato ad esibirsi in oltre 2000 concerti. (Yahoo)
 
Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Io non sono quiOmaggio a Bob Dylan, in un esperimento davvero curioso questo operato dal regista Todd Haynes (cimentatosi con un film musicale come Velvet Goldmine), che abbandona tutti i canoni del racconto formale di una star (nascita, sviluppo della sua arte, splendore, poi creazione del nucleo familiare e cerchia di amici fidati, declino e morte) per affidarsi a un caleidoscopio iconografico del tutto surreale che traspone in immagini il significato delle sue canzoni, abbandonandosi a citazioni della vita vissuta solo quando vediamo con delle inserzioni il personaggio di Dylan, che si innestano sulle sei storie che compongono il film (che gode della sentita interpretazione di Cate Blanchett, ultimo film Intrigo a Berlino, in un personaggio estremo chiamato Miss Queen), alcune virate al bianco e nero.
Un lavoro di costruzione progressiva e laterale davvero azzardato, dove la storia informale delle canzoni del personaggio (perchè di questo si tratta) si muove rispetto allo spettatore con una necessità di conoscenza pressochè totale di eventi, testi delle canzoni e riferimenti alla vita del cantante autore, oltre che degli avvenimenti del momento.
Si parla di Vietnam, si parla di politica, si parla di giovani adolescenti neri vogliosi di mostrare le proprie capacità artistiche, tutte cose che sono presenti nelle sue canzoni a livello di racconto o di sensazioni, mettendo tutto in una sorta di calmo videoclip a comparti, si parla anche di Pat Garrett (spezzone interpretato da Richard Gere) ma non viene minimamente introdotto un concetto di correlazione spiegata, destinando questo film a un pubblico di super appassionati e con un notevole background dell'argomento ignorando le necessità di coloro che magari Bob Dylan e la sua opera l'hanno solo sfiorata con la conoscenza.
A quel punto se non si appartiene alla prima cerchia, con il beneplacito di Dylan che l'ha definita al sua migliore biografia (crchia di apapssionati che probabilmente di questo film ne sarà entusiasta perchè ha potuto vedere una sentita interpretazione delle sensazioni che la musica che hanno amato forniva, definendo oltretutto l'artista come un Astronauta, un relatore di arte fuori dal tempo e dalla altra schiera di colleghi tanto era innovatore), si rimane del tutto straniti, vedendo uno pseudo docufilm incomprensibile, difficile da assimilare, se non impossibile, pieno di momenti in cui l'attenzione scema per cercare il torpore e il senso del tutto.
Sono purtroppo davvero illogici questi lavori che vengono a colmare una serata dedicata al cinema, in quanto non è fattibile che tutti possano avere una conoscenza così profonda del personaggio e del suo status di crescita per capire un film, sono prodotti cellebrativi per soddisfare i fan che comunque, soprattutto fuori dall'America, non vedranno oltre a loro nessuno che si sofferma a sentire la splendida canzone con ritornello “No direction home” vedendo il resto del pubblico alzarsi subito, appena l'ultima immagine di repertorio di Dylan che suona si dissolve, per raggiungere l'uscita.
Il lavoro è comunque tecnicamente pregevole, il montaggio è ottimo, la fotografia di buona fattura (grande il bianco e nero) e ci sono alcune scene oniriche molto suggestive, aggiungendo a questo un cast di stelle oltre ai già citati Gere e Blanchett come Leadger, Juliette Moore e Christian Bale, tutti arrivati per onorare un maestro della musica che è nel loro apprezzamento.
Un film in definitiva tutt'altro che morbido, sperimentale e straniante, a cui bisogna avvicinarsi con una logica diversa da quella del godimento subitaneo che esiste solo per i fan, ma come un istinto ad andare in rete o in biblioteca dopo a curiosare cose che non si sono capite la prima volta che lo schermo le ha proposte. Dura anche 135 minuti, per cui se volete rischiare un prodotto tanto alternativo sappiate che il cammino non sarà dei più corti e metterà a dura prova la vostra presenza in sala. Al cinema certe volte io non sono qui, certe volte purtroppo c'ero e altre meno male che ci sono stato. Questo film dà di partenza certezza solo con la prima ipotesi.
 

Giudizio:

 
Recensione di ALBERTO DI FELICE
 
Io non sono quiIn Pat Garrett e Billy the Kid il nome del personaggio interpretato da Bob Dylan era Alias. Kris Kristofferson, che era Billy the Kid in Pat Garrett e Billy the Kid, è adesso il narratore (ovviamente nella versione originale) di questa operazione che ha chiari tanto gli obiettivi quanto il risultato. «La gente parla sempre di libertà. Libertà di vivere in un certo modo, senza essere comandati a bacchetta. Naturalmente più vivi in un certo modo, meno ti sembra libertà. Io? Beh, posso cambiare nel corso della giornata. Mi sveglio e sono una persona, e quando vado a dormire so per certo che sono un altro. Non so chi sono la maggior parte delle volte».
Su queste parole (che sono di Dylan e vengono lette da Kristofferson) il Billy the Kid di questo film (Richard Gere) trova, nel vagone treno nel quale sta scappando dalla contea di Enigma (cittadina dall'umanità molto vagamente Big Fish che prepara Halloween, forse a burtonianamente chiedere ancora: cos'è fantasia e cos'è realtà? «Le sole cose veramente naturali sono i sogni, che la natura non può toccare con la decomposizione»), e rispolvera la chitarra che un altro Dylan scappato da Enigma (Marcus Carl Franklin) ci ha lasciato. "This machine kills fascists".
Di Dylan ce ne sono altri quattro, e quello che si riconosce di più (fra l'altro gli è riservato l'avvenimento, la conversione al rock, che forse è l'unico della vita di Dylan che conoscono tutti) è interpretato da una donna, Cate Blanchett. Il concetto è di una semplicità disarmante: abbiamo già nell'ordine i lapalissiani indizi "alias" ed "enigma". Insomma l'identità di Dylan (compresa dunque la sua musica: folk, musica matematica basata sugli esagoni, o come la volete chiamare) non la potremo conoscere: è un alias, ossia un altrove. Dylan non è qui. Un personaggio ed una musica colmi di mistero, contraddizioni, caos. «Troppo irreale per morire».
Tutto questo attraverso appunto sei personaggi (gli altri sono interpretati da Ben Whinshaw, Christian Bale e Heath Ledger) presentatici in parallelo, come un flusso di coscienza unico, ognuno con un frammento delle reali esperienze di Dylan: conversioni, matrimoni, carriera. E la cosa non può non legarsi a quello che l'America è stata nel frattempo, e a come Dylan intendeva la sua musica in relazione alla politica: «Non mi hanno capito, sapete, perché hanno i paramenti. Vedono solo la loro causa, e come usare la gente per la loro causa, e ora cercano di usare me per qualcosa. Vogliono che io porti un cartello da picchetto, insomma che mi faccia fotografare. Devo fare il bravo negretto, insomma, e non incasinare il loro giochetto. Da me vogliono solo canzoni puntadito, ma io ho solo dieci dita». «–Non credo possa tornare sul palcoscenico. È penetrato in tantissime menti. E la morte occupa gran parte della scena americana attualmente; –Sono i rossi che lo rendono cattivo; –Se n'è già andato». Insomma, al di là dell'apparente frammentarietà è tutto molto chiaro. Forse troppo, tanto che in buona sostanza questo lungo flusso sullo stesso motivo mi ha detto ben poco.
 

Giudizio:

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