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| Lunedì 01 Ottobre 2007 02:15 | |||
Titolo originale: 28 Weeks LaterNazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Horror, Thriller Durata: 99' Regia: Juan Carlos Fresnadillo Cast: Rose Byrne, Jeremy Renner, Harold Perrineau, Catherine McCormack, Idris Elba, Emily Beecham, Robert Carlyle, William Meredith, Meghan Popiel Produzione: DNA Films, Figment Films, Fox Atomic, Koan Films, Sociedad General de Cine Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 28 Settembre 2007 Trama: Sette mesi dopo la terribile infezione che ha colpito Londra e la Gran Bretagna sembra che la situazione sia sotto controllo. Tutti gli infetti sono stati sterminati e la popolazione sana è stata messa in contenimento in luoghi determinati dai militari. Ma un nuovo inaspettato evento con la speranza di una guarigione totale può portare invece anche a un nuovo terribile ritorno alla situazione preesistente.
Recensione di ALBERTO DI FELICE Non c'è che da essere invidiosi dell'Inghilterra, almeno per il cinema che sta producendo. 28 settimane dopo dello spagnolo Juan Carlos Fresnadillo, autore in precedenza solo dell'horror Intacto, va ad aggiungersi non solo al predecessore di Boyle (qui produttore esecutivo con Alex Garland) ma anche alle altre produzioni inglesi che sono V per vendetta dell'australiano McTeigue e I figli degli uomini del messicano Cuarón. Ma probabilmente, soprattutto se consideriamo il lavoro di un altro regista messicano come Guillermo del Toro con i due bellissimi La spina del diavolo e Il labirinto del fauno, o quello di Iñárritu, dobbiamo pensare che la lingua madre spagnola non sia una coincidenza. Neppure dev'essere una coincidenza che proprio ora questi registi stiano convergendo verso certe rappresentazioni del mondo contemporaneo, mutualmente rinforzanti.28 settimane dopo, scritto dal regista con Rowan Joffe, Jesús Olmo ed Enrique López Lavigne, è più vicino al film di Cuarón che non a quello di Boyle. È anche il film di fantascienza che Spielberg non è riuscito a fare con La guerra dei mondi. Come in Spielberg, anche qui la famiglia è l'asse problematico di partenza. Ma se Spielberg rimaneva sempre focalizzato sulla figura paterna, Fresnadillo aumenta i punti di osservazione costringendola a farsi agente del virus, che a seguito di una colpa repressa va fuori controllo. I problemi del film nascono infatti da una sua impotenza, e non in maniera meno importante dai figli Tammy (Imogen Poots) ed Andy (Mackintosh Muggleton), che si avventurano fuori dai confini consentiti per recuperare il ricordo che questa ha loro tolto. Fresnadillo baserà tutta la pellicola sulle incognite dell'apparentemente benevolo, rappresentandolo come un inerente agente patogeno da cui bisogna guardarsi con occhio instabile. Nel prologo nella casupola, un bambino viene accolto e racconta che la madre e il padre lo stavano inseguendo per ucciderlo. È esattamente questo che succederà anche a Tammy ed Andy. Con un incipit di grande efficacia figurativa, dopo il prologo il film riprende proprio dai tiratori scelti della missione americana e dal sergente Doyle (che guarda l'aereo che riporta gli espatriati, fra cui i due ragazzi, dal suo mirino) interpretato da Jeremy Renner (S.W.A.T.). Dai grattacieli del Distretto 1, chiedono qualcosa a cui sparare: la camera mossa li passa in rassegna uno ad uno. La cosa più evidente del film è che, con l'eccezione del papà interpretato da Robert Carlyle, spesso gli zombie non sono nettamente visibili: quando l'epidemia fa il suo ritorno, Fresnadillo li mischia alla folla in corsa e, facendo sparire le luci, non li mostra mai con chiarezza. I cecchini riceveranno di lì a poco l'ordine di sparare a qualunque bersaglio, infetto o no. È qui che il vero pericolo diventa la missione inviata per proteggere Londra, e che si volge a sterminare chiunque nella nebbia. Come in Cuarón, la promessa di salvezza (in parte contraddetta dal finale con Parigi invasa a sua volta, che presagisce un terzo episodio) viene assegnata ad un bambino. Non a caso il suo prezioso sangue, che contiene un probabile vaccino contro il virus, è ereditato da quello della mamma (Catherine McCormack). C'è anche una dottoressa (Rose Byrne) che capisce l'importanza del ragazzo, e la sorella che lo protegge. Le dinamiche di genere del film sono molto interessanti: il potenziale vaccino è nel sangue di un ragazzo, ma lo proteggono principalmente figure femminili, compresa idealmente quella della madre. Eccezion fatta per l'eroe maschile Doyle, spinto comunque a rigettare gli ordini e a unirsi a loro. Probabilmente per ricordarci di dar retta ai nostri istinti più puri e vigili, associati alla femminilità, opposti a quelli irriflessivi ed incauti degli strateghi militari, maschi. Giudizio: Recensione di PIETRO SIGNORELLI A dirigere il seguito dell'ottimo 28 giorni dopo di Danny Boyle (ormai autore riconosciuto dopo le ottime prove che ha eseguito, come nel caso di Sunshine),e che non dimentichiamo fu uno dei primi a introdurre il concetto dei non morti che corrono, è stato chiamato il misconosciuto Juan Carlos Fresnadillo, autore e regista solo di Intacto. La cosa per i numerosi estimatori del film precedente (che aveva un inizio sfolgorante con quella Londra deserta e che provocò non pochi disagi per filmarla) all'inizio poteva sembrare quasi un affronto, con il rischio di costruire affidandolo a mani inesperte il solito zombie-movie carneficina senza nessuno spessore solo per richiamare folle di teen ager amanti del gore, rovinando l'impatto e l'affresco costruito precedentemente serializzandolo.Invece niente di tutto questo: Fresnadillo evita accuratamente di cadere nelle facili cadute di tono con stereotipi e colloca il film prima con un inizio shock in campagna (ricollegando e riconducendo al precedente la situazione e interiorizzando nella disperazione dei protagonisti lo spettatore), con la telecamera che segue impazzita le terribili scene che avvengono, sporcandole nei colori e rendendolo monocramitche sul seppia. Un lavoro che arriva agli intenti, che nonostante non mostri praticamente l'atto della lotta nei suoi dettagli e non si soffermi mai su un particolare rende perfettamente l'idea di come può essere invivibile un mondo ancora contaminato. Certo, di sicuro la furbizia non manca ad un regista senza particolare dote di filmare in maniera dilettantesca per coprire pecche artistiche, ma cogliendo il bersaglio questo si tralascia nell'ottica visiva. Poi la seconda parte ci mostra l'effetto asettico del paese libero dall'infezione ma per nulla sicuro, in quanto le decisioni dei militari per liberarsi del problema rendono la cosa praticamente una prigionia, e introducendo in sceneggiatura la possibilità chimera di un rimedio stabile si trova il modo di giocarsi l'ingresso, per quanto pericoloso, del vero ritorno alla vita. La fotografia (colori smorti e sporchi) e il lavoro di inquadratura sono la cosa tecnicamente migliore del film (l'uso dei cecchini continuato e il loro mirino ne esalta la scelta), che non perde di ritmo, si muove all'inizio con calma poi diventa un action zombie di graduale schema nell'ottica della lotta per sopravvivere, dove il caos imperante impedisce di capire chi sono gli amici e chi sono i nemici. E la scelta di trovare luoghi disabitati dove prima c'erano folle (lo stadio, la città) aumenta in noi lo stato di soppraffazione per la terribile diaspora abitativa. Se qualche difetto si può trovare lo si deve cercare in alcune scelte narrative un po' ingenue (certe cose di fatto sembrano un po' troppo tirate per i capelli, come la scoperta della grande possibilità che avviene senza che ci sia un controllo preventivo sulla fuga e l'inizio della contaminazione priva di sorveglianza, ma c'è qualche altro particolare che non cito per non rovinare la sorpresa ) che testimoniano che era difficile uscire dal labirinto situazionale in piena credibiltà, ma riuscendo a tenere alto il tono del film, queste cose si disperdono e vengono anche bonariamente tralasciate. Anche perchè usando iconografia davvero performante nel ricordo (quel buio nelle segrete per i prigionieri che ricorda le camere a gas naziste di Schindler's List) si lascia davvero poco spazio alla descrizione che avrebbe appesantito. Nel cast abbiamo Robert Carlyle (che aveva già lavorato con Danny Boyle sia in Trainspotting che in The Beach) che disegna perfettamente il profilo del padre con una macchia da nascondere e che poi si disperde nelle necessità recitative per via della parte che gli viene affidata. Un film davvero buono, angosciante, che anche se non arriva ai livelli del precedente ne è un ottimo prosecutore, dotato di effetti speciali limitati e non invasivi, che fa della solitudine e dell'insicurezza la sua arma migliore per tratteggiare l'alba di un mondo che non può sentirsi sicuro solo con palliativi di contenimento e non di cura. E anche chi non è un fan del genere zombie-contaminated se lo può godere senza problemi, a patto ovviamente di non essere ultrasensibile, è un film che esce dai canoni e dalla nicchia di genere. Un terzo capitolo di questo livello non sarebbe davvero un brutto presentimento. Due curiosità: il nome del soldato coraggioso che vediamo in azione è Doyle (quasi ad omaggiare il regista precedente) mentre una scena è identica a quella di Planet Terror di Robert Rodriguez in uscita nelle sale contemporaneamente a questo. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: 28 Weeks Later
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