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| Lunedì 15 Ottobre 2007 06:22 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Invasion è un film che ci si trova quasi in imbarazzo a giudicare. Probabilmente più perché sappiamo che l'opera finale è il risultato di un progetto abortito per come originariamente portato a termine dal regista accreditato, Oliver Hirschbiegel de La caduta al suo debutto americano, che non per il film in sé. I fratelli Wachowski hanno riscritto e il loro fido assistente James McTeigue ha ridiretto parti (si mormora quasi un terzo) del film, che alla Warner Bros. non era piaciuto nel montaggio originale. La fisionomia della pellicola può dunque sembrare ineguale, con uno stacco piuttosto avvertibile soprattutto negli ultimi dieci minuti di inseguimenti con una Kidman in un'auto in fiamme. Tuttavia, il lavoro sul modello del famoso romanzo di Finney (sceneggiatura di Dave Kajganich) è lucido e maturo, e l'operato di Hirschbiegel non viene nella sostanza rovinato dalle riscritture.Nella tradizione del miglior horror, di cui l'originale di Siegel del 1956 è fra gli esemplari imprescindibili, Invasion è un'allegoria del contemporaneo. Ed il film di Siegel è il modello cui si rifà, inevitabilmente chiamando in causa lo scenario odierno sul quale inizia a delinearsi una riflessione cinematografica intelligente e problematica. Basti pensare che nelle sale in questo momento c'è anche l'ottimo 28 settimane dopo di Fresnadillo. Ambientato tra Washington e Baltimora, dove nella seconda parte si sposta l'azione (l'inseguimento finale è però girato nel centro di Los Angeles), e con lo sfondo onnipresente dei notiziari (FoxNews è il canale più in vista, e c'è motivo per pensare che non sia solo una coincidenza), il film assimila il meccanismo di Siegel, ivi compreso l'espediente della cornice, per invertirne le polarità ed aggiornarne al contempo l'assunto. Protagonista, per iniziare, è una donna, Carol Bennell (Nicole Kidman). Al contrario del sostanziale conservatorismo dei ruoli in Siegel, che faceva assumere grande rilievo alla storia d'amore fra il dottor Bennell e Becky, Carol è una «femminista post-moderna», come lei stessa si descrive. Ad una fastosa cena dal dottor Belicek (Josef Sommer), un collega di Ben Driscoll (Daniel Craig), Carol siete di fianco all'ambasciatore russo Yorish (Roger Rees). Scherzando col suo amico cecoslovacco padrone di casa, Yorish le spiega (traduco dai dialoghi originali, e quindi divergerò probabilmente dall'adattamento italiano): «Io dico che la civiltà è un'illusione, un gioco di finzione. Quello che è vero è il fatto che siamo ancora animali guidati da istinti primari. Come psichiatra, Lei deve sapere che questo è vero». «Onestamente, ambasciatore, quando qualcuno inizia a parlarmi della verità, quello che io sento è quello che mi dicono su sé stessi più che quello dicono del mondo». «Probabilmente ha ragione. Probabilmente essere un russo in questo paese è una sorta di patologia. Cosa dice, può aiutarmi? Può darmi una pillola per farmi vedere il mondo nel modo in cui voi americani vedete il mondo?». Se il romanzo era un traslato della paura comunista, ed il film di Siegel era tanto articolato da tramutarlo in un j'accuse nascosto all'America paranoica maccartista, il film di Hirschbiegel mette le parole che spiegano il film nella bocca di un ex-sovietico, esplicitando tramite l'ex-nemico (ora spinoso alleato) l'oggetto della sua riflessione. Questa è pienamente involuta: «Può una pillola aiutarmi a capire l'Iraq, o il Darfur, o anche New Orleans?». «La civiltà si sgretola quando più ne abbiamo bisogno». L'invasione aliena nasce significativamente dall'incidente di uno shuttle, tecnologia amica, da cui si propaga un virus che cancella le diversità, tanto nel paese quanto fuori di esso. Il chiaro sottinteso è rivolto ad una concezione del mondo che appiana convenientemente la problematicità del reale, propugna per il proprio vantaggio ideali universali e nello stesso tempo dimostra il proprio svigorimento e la propria miseria. Nonostante le traversie di produzione che non ci permettono di sapere con perfezione cosa è attribuibile alle nuove riprese, la pellicola mantiene ben saldo questo approccio. Appare evidente comunque che quanto cambiato da Wachowski e McTeigue tocchi soprattutto la risoluzione, affrettandola e spettacolarizzandola (con tuttavia modesti risultati), e che tutto ciò che c'è di riuscito in termini di regia e tenuta drammatica vada attribuito al tedesco, che con una strategia di piani medi, camera a mano e steadicam elabora interni ed esterni (fotografia di Rainer Klausmann) costruendo una tensione intimamente severa. Giudizio: ![]()
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Invasion è un film che ci si trova quasi in imbarazzo a giudicare. Probabilmente più perché sappiamo che l'opera finale è il risultato di un progetto abortito per come originariamente portato a termine dal regista accreditato, Oliver Hirschbiegel de La caduta al suo debutto americano, che non per il film in sé. I fratelli Wachowski hanno riscritto e il loro fido assistente James McTeigue ha ridiretto parti (si mormora quasi un terzo) del film, che alla Warner Bros. non era piaciuto nel montaggio originale. La fisionomia della pellicola può dunque sembrare ineguale, con uno stacco piuttosto avvertibile soprattutto negli ultimi dieci minuti di inseguimenti con una Kidman in un'auto in fiamme. Tuttavia, il lavoro sul modello del famoso romanzo di Finney (sceneggiatura di Dave Kajganich) è lucido e maturo, e l'operato di Hirschbiegel non viene nella sostanza rovinato dalle riscritture.









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