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Quel treno per Yuma Stampa E-mail
Domenica 21 Ottobre 2007 02:36
Quel treno per Yuma / LocandinaTitolo originale:      3:10 to Yuma
Nazione:      U.S.A.
Anno:      2007
Genere:      Western
Durata:       122'
Regia:      James Mangold
Sito ufficiale:      www.310toyumathefilm.com
Cast:      Christian Bale, Ben Foster, Russell Crowe, Alan Tudyk, Vinessa Shaw, Peter Fonda, Gretchen Mol, Kevin Durand, Logan Lerman, Luke Wilson
Produzione:      Relativity Media, Tree Line Films
Distribuzione:      Medusa
Data di uscita:      19 Ottobre 2007

Trama: Arizona, fine '800. Ben Wade e la sua banda di fuorilegge con le loro scorribande hanno seminato per anni il panico lungo la linea ferroviaria. Quando finalmente Wade viene catturato, si vede la necessità di trasferirlo al forte di Yuma, dove avrà luogo il processo. A scortare il pericoloso bandito sarà Dan Evans, un povero contadino veterano della Guerra Civile, offertosi volontario per la pericolosa missione. Durante il viaggio a bordo del treno, i due uomini impareranno a conoscersi e rispettarsi, ma l'incarico di Evans si rivelerà molto pericoloso, soprattutto a causa dei tentativi dei complici di Wade di liberare il loro capo. (Yahoo)
 
Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Quel treno per YumaIl western, si sa, è un genere che nella sua accezione più pura è ormai morto da tempo. Oramai le sue propaggini di sopravvivenza sono destinate solo alle contaminazioni di ogni genere che mette storie che nulla hanno apparentemente a che vedere con cowboy ed indiani in ambientazioni paesaggistiche e conformazioni ambientali dell'old wild west. Per farlo sopravvivere nella sua totale purezza, la produzione e il regista James Mangold (autore dell'ottimo Walk the Line) hanno pensato bene di fare il remake di uno dei western esistenziali più famosi, cioè quel 3:10 to Yuma diretto da Delmer Daves (curiosamente con Invasion abbiamo al cinema contemporaneamente due remake di due film in bianco e nero negli originali quasi dello stesso anno, 1956 per Don Siegel e 1957 per questo). Al posto di Glenn Ford abbiamo il roccioso ex gladiatore Russell Crowe, al posto di Van Heflin a fare il contadino coraggioso Evans è stato chiamato il Batman cinematografico attuale Christian Bale.
Le differenze che hanno portato questa pellicola ad essere 25 minuti più lunga dell'originale (117 contro 92) sono in fondo più di giri di percorso per arrivare allo stesso risultato che di effettivo significato (i concetti base di Daves ci sono tutti), con la diramazione della trama che fa incontrare gli indiani al gruppo e li porta anche a una miniera, forse per dare una connotazione western a 360° che non c'era nel film base che utilizzava gran parte del tempo solo in confronti di pensiero esistenziali che trovavano il culmine nei momenti di stazionamento nella casa e nell'albergo. Mangold ripercorre il passato esagerando il tasso di violenza già all'inizio, dove un assalto cruento alla diligenza finisce in una strage anzichè con i due soli morti dell'originale, dove spunta una gatling e i banditi sono del tutto privi di ogni scrupolo morale a colpire senza pietà anche chi è ferito a terra. Il film, trovando in questa scelta di siringata adrenalinica una caratterizzazione personale, si perde purtroppo quando cerca strade autonome con sottotrame fiacche e poco convincenti (gli incontri con gli indiani, la vicenda per come ci si arriva alla miniera del tutto campata per aria nella logica che vorrebbe più adatto che il percorso fosse fatto al contrario e non verso la stazione) per arrivare ad un finale davvero spiazzante che differisce nelle metodiche anche se non nei concetti.
I concetti esistenziali di uno dei più "tranquilli" western movies dove si sparava ben poco e in momenti concentrati senza particolare numero di vittime, vengono presi in questo epigono come momenti di sfida per la supremazia di chi sarà il vincitore tra Evans e Wade nello spezzare l'obbiettivo (speranza contro libertà) dell'altro, avvicinando li bandito man mano alla coriacea tenacia di chi comunque nella vita di povertà ha trovato l'estrema dignità.
Il finale poi vuole maggiormente chiarire un avvicinamento a concetto di pulizia e realtà («Essendo a capo di queste canaglie io non posso non essere marcio fino in fondo!»), unica vera basilare differenza tra i due film, laddove il bandito malinconico faceva capire che comunque la sua vita dissoluta e i suoi compagni sarebbero sempre stata la sua bandiera e la sua compagnia, qui si parte da una consapevole scelta per un nuovo futuro diverso dato che si è fatta piazza pulita con il passato. Le emozioni non mancano per la serratezza degli avvenimenti discostati dai ragionamenti emozionali, ma Crowe e Bale sono lontani anni luce da Ford-Heflin, le troppe diramazioni per renderlo più completo e movimentato (variando le situazioni sempre in ambientazioni tipici dei paesaggi western brulli e aridi) lo perdono di consistenza morale etica, e non basta una buona regia per disaffrancarlo dal passato che viene rimescolato ma in fondo ripetuto senza vera originalità, cercando nella forza e nella violenza linfa vitale che non c'entra molto con gli intenti della storia. Un prodotto che va benissimo per tornare a rivedere paesaggi immortali, per rimettersi di fronte a una cinematografia di un genere che fu, nobilitato da due ottimi attori calati nella parte, ma che soffre troppo della sua origine cinematografica per darsi dignità vera e propria di grande livello. Comunque ci sono tanto poche occasioni per poter vedere un western puro, che cavalcare questo non è davvero una delle esperienze più becere.
Senza dimenticare che rivedere anche Peter Fonda fa sempre piacere.
 
Giudizio:
 
 
Recensione di ALBERTO DI FELICE
 
Quel treno per YumaIl film di Mangold è una splendida rilettura dell'originale di Daves. Michael Brandt e Derek Haas lo riscrivono sulla vecchia sceneggiatura di Halsted Welles, tratta dalla short story di Elmore Leonard, avendone enorme rispetto. Interi dialoghi sono riprodotti fedelmente. Tuttavia, e con un finale drammatico, la filosofia dietro le due pellicole è sensibilmente diversa. Se il film del 1957 era un western morale incentrato sulle psicologie dei due protagonisti, quello del 2007 ne mantiene lo spirito facendosi però più propriamente racconto di frontiera, fino ad inglobarne i miti fondanti che costituiscono ancora oggi la spina dorsale di una cultura.
Il nuovo script muove il focus lavorando interamente sulla figura di Dan Evans (Christian Bale) e sui personaggi e le trame secondarie. Evans adesso ha un figlio maggiore, William (Logan Lerman), che ha ancora più anni del minore (Benjamin Petry, che scopriremo in un dialogo finale essere la ragione per la quale la famiglia si è trasferita; acquista in relazione a ciò un nuovo significato il dialogo fra Wade e la cameriera interpretata da Vinessa Shaw, alla lettera quasi identico), è prossimo all'età adulta e comincia già ad avere risentimento verso il padre. Quest'ultimo porta sul corpo i segni della guerra di secessione, durante la quale ha combattuto per il Nord, avendo perso un piede. Fra i secondari, l'uomo che vuole vedere Ben Wade (Russel Crowe) sul treno, non è più semplicemente il padrone della diligenza assalita, ma un dirigente delle ferrovie, Grayson Butterfield (Dallas Roberts).
Inizia già da qui a delinearsi un percorso che sulla strada per Contention, viaggio che nel film di Daves era risolto in pochi minuti e qui diventa invece un on the road nel polveroso cantiere del West frontiera del progresso, passa per un paese costruito da migranti (gli orientali) e altri schiavi (i neri, assenti lontani del selvaggio ovest) a favore di colossi commerciali il cui interesse viene prima di quello della Storia e degli uomini (gli indiani, i migranti, le vittime di Wade, ma anche la propria stessa origine: la ferrovia è del Sud ma ha capitali del Nord) e di quello della gente comune, che come Evans ne è dipendente.
La determinazione e l'ostinazione del protagonista diventano dunque altro rispetto alla voglia di riscatto di un uomo ridotto quasi in povertà e desideroso di dimostrare qualcosa alla moglie (interpretata da Gretchen Mol; il loro dialogo prima della partenza per Contention condensa significativamente anche quello finale dell'originale) ed ai figli: diventa l'unica risposta coraggiosa e retta di un uomo semplice che cerca di preservare la propria dignità in un mondo che non ne ha rispetto. «La morale non c'entra un bel niente qui», dice lo scagnozzo della ferrovia interpretato da un Luke Wilson non accreditato. Alter ego di Evans può essere solo un criminale che come lui infine non scapperà di fronte al giusto (una giustizia che non è dell'autorità, che se ne lava le mani) quando ogni convenienza vorrebbe il contrario.
Con una rinnovata tempra morale del racconto, la direzione di Mangold, regista che ha sempre dimostrato la sua indubbia abilità, può trovare l'ambiente ideale. Anche qui, la distanza da Daves è evidente nell'ottica disillusa che non è più idealmente al di sopra dei personaggi, per quanto meravigliosamente abile nel catturarne il pensiero e le motivazioni, ma è frantumata e posta alla loro altezza. La nuova idea di giusto che ha è quella di due uomini opposti non tanto l'uno all'altro quanto insieme opposti in nome di una comune innocenza.
 
Giudizio:
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