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Sleuth - Gli Insospettabili Stampa E-mail
Mercoledì 14 Novembre 2007 02:00
Sleuth - Gli Insospettabili / LocandinaTitolo originale:      Sleuth
Nazione:      Gran Bretagna, U.S.A.
Anno:      2007
Genere:      Thriller
Durata:      86'
Regia:      Kenneth Branagh
Cast:      Jude Law, Michael Caine
Produzione:      Riff Raff Film Productions
Distribuzione:      Sony Pictures Releasing Italia
Data di uscita:      9 Novembre 2007

Trama: Lo scrittore Andrew Wyke e l'attore Milo Tindle sono innamorati della stessa donna e ognuno dei due è pronto a commettere le peggiori nefandezze pur di avere la meglio sul rivale. (Yahoo)

Recensione di EMANUELE RAUCO

Sleuth - Gli insospettabiliÈ un argomento, quello del remake, su cui siamo costretti a tornare più volte; forse perché l’industria hollywoodiana e non solo —in questo caso la produzione è britannica— ha preso quella del rifacimento come un pratica non solo commerciale, ma ormai artistica e culturale (per quanto discutibile), che può dare anche dei buoni prodotti.
Come questo ultimo film di Kenneth Branagh, rifacimento di un classico del 1972 di Joseph Mankiewicz (Gli Insospettabili, appunto), che riprende la trama basilare e il gioco al massacro ma ne radicalizza non solo il racconto e gli spunti del discorso ma anche lo stampo teatrale della messinscena.
Andrei è un ricco scrittore di thriller che invita a casa sua Milo, il nuovo amante dell’ex-moglie: il suo piano è coinvolgerlo in una truffa. Ma il gioco al massacro è solo all’inizio.
Scritto dal premio Nobel Harold Pinter, da un testo teatrale di Anthony Shaffer, un thriller psicologico che è un tesissimo passo a due tra teatro e cinema, che passa disinvoltamente dal dramma da camera ai risvolti gialli fino a venature sessuali che spiazzano e turbano lo spettatore.Tutto chiuso nella lussuosa casa di Andrew e strutturato ovviamente in tre atti, il film è un perfetto gioco geometrico che parla della menzogna e della seduzione come chiavi di lettura del nostro presente, la maschera e la recitazione come uniche possibilità di vittoria in una società dove la lotta di classe ha solo cambiato volto e si è spostata dalle piazze ai salotti, dall’economia al mercato, dove il denaro ha livellato tutto e tutti al suo volere, dividendo spietatamente le persone in vincitori e vinti, più che in ricchi e poveri (la metafora tennistica ricorrente nel film).Branagh imposta il film come in una grande camera di sicurezza, riprendendo i suoi protagonisti spesso con in quadrature fisse che mimano le telecamere della casa, gioca con le superfici e le pareti riflettenti per sottolineare l’analisi della grande falsità del mondo in cui viviamo, dove tutto è luce riflessa e neanche il cinema può più essere veicolo di presunte verità, dovendo fare i conti con il moltiplicarsi di immagini vere e false che costituiscono ormai il nostro immaginario: aggiornati i temi rispetto all’originale, il film è ancora più radicale tanto nello sviluppo narrativo e nella crudeltà sensuale che trasuda (con uno spiazzante e imprevisto risvolto esplicitamente omosessuale) quanto nelle colorazioni meta-teatrali che ne sono il sottotesto, anche se forse manca un po’ di fascino sottile.
Un film che, al di là dei suoi contenuti a cavallo tra intelligenza e esibizione un po’ fuori luogo, si rivela una quasi inattaccabile macchina da intrattenimento: la sceneggiatura è rischiosa e tirata, gioca consapevolmente con l’artificiosità e la credulità dello spettatore confondendo carte e idee ma tenendo perfettamente le redini; la regia è praticamente perfetta (e in questo si vede la polivalente grandezza di Branagh) nella scelta anche teorica delle inquadrature (straordinario l’inizio), nella tessitura di un ritmo inesorabile, nella gestione dei meccanismi di un terzo atto così difficile, nella direzione di uno spassoso duetto d’attori.
Non ultimo, nella gestione dei contributi tecnici, su tutti quello monumentale dello scenografo Tim Harvey e della fotografia di Haris Zamarlouskos, che rendono ancora più intrigante e valida la prova di un duo d’attori imperdibili: Jude Law, che rifà il ruolo che era di Michael Caine nel vecchio film (cosa ormai abituale), è all’altezza, mentre grande e sopra ogni considerazione un Caine semplicemente grandioso, che non fa rimpiangere il Laurence Olivier del ’72. Riserve e dettagli a parte, ci si può ritenere soddisfatti.

Giudizio:


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Sleuth - Gli Insospettabili
Purtroppo è deludente la ri-messa in scena del film di Mankiewicz. L'adattamento di Harold Pinter, dalla pièce di Anthony Shaffer, estremizza le polarità e aumenta i ribaltamenti, mutando totalmente l'ultimo atto. Se da una parte questo trova un finale efficace almeno dal punto di vista drammatico, il film nell'insieme risulta deformato profondamente nello spirito. Non siamo più di fronte al sottile gioco-scontro di caratteri dell'originale, bensì ad una crescentemente plateale sfida all'ultimo sangue nella quale lo scontro fra mente e corpi pende dalla parte degli ultimi. Perché sono cambiati i tempi, forse. Ora l'edonismo dei protagonisti —stavolta più legato a fama, sesso e denaro piuttosto che a lignaggio e discendenza— la fa da padrone.
Il nuovo Milo Tindle (Jude Law, anche produttore e per questo prima donna nonostante la presenza di un Caine come sempre valido in sé e per sé) è diventato un attorucolo strafottente, che non vuole tanto rispondere ai colpi inferti con ben poco onore da un viziataccio supponente aristocratico per preservare la propria dignità, ma dissanguarlo oltre il buon gusto fino ad annullarlo nel più intimo. Si perde progressivamente l'ironia del testo originale, sostituita infine da un outing crudele (che se rapportato alla durata del film, più breve di cinquanta minuti rispetto a quello del 1972, assume proporzioni ragguardevoli) risolto nella tragedia.
Il personaggio di Wyke (Michael Caine), invece, acquista spessore proprio come contraltare del mutato Tindle, ma anche per la classe con la quale il vecchio Caine sa vendere il nuovo twist del film. Quello vecchio viene spostato a metà, con Law truccato come Jared Leto che liquida la faccenda in pochi minuti. La prova di Law, se non fosse chiaro, non mi è piaciuta neanche un po', ma il problema è in partenza della sceneggiatura di Pinter.
Al di là della nuova sorpresa —che personalmente mi lascia parecchi dubbi per modi ed esiti ideologici, anche se ripeto almeno nel finale ha un certo effetto drammaturgico— a non convincere molto è anche la direzione di Branagh, che dopo una bella trovata d'apertura (la videocamera di sorveglianza che sopra l'entrata di casa Wyke riprende dall'alto le due macchine dei contendenti con questi ultimi nel mezzo) si adagia spesso sullo stesso motivo del circuito di sorveglianza, alternandolo con la scenografia high-tech del fido Tim Harvey. Il ritmo diventa più serrato, il motivo branaghiano/shakespeariano del mondo come palco viene ribadito puntualmente, ma il racconto è più provocatorio che non intelligente e acuto come era quello da cui trae le mosse.

Giudizio:


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