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Mein Führer - La veramente vera verità su Adolf Hitler Stampa E-mail
Martedì 27 Novembre 2007 09:27
Mein Führer - La veramente vera verità su Adolf Hitler / LocandinaTitolo originale:      Mein Führer - Die wirklich wahrste Wahrheit über Adolf Hitler
Nazione:      Germania
Anno:      2007
Genere:      Commedia, Drammatico, Guerra
Durata:      89'
Regia:      Dani Levy
ast:      Helge Schneider, Ulrich Mühe, Sylvester Groth, Adriana Altaras, Stefan Kurt, Ulrich Noethen, Lambert Hamel, Udo Kroschwald, Torsten Michaelis, Axel Werner, Victor Schefé
Produzione:      Y Filme Directors Pool
Distribuzione:      VIDEA-CDE
Data di uscita:      23 Novembre 2007

Trama: Germania, dicembre 1944. La guerra si sta rivelando per i tedeschi un disastro su tutta la linea. Le città sono distrutte e i sostentamenti per la popolazione scarseggiano. Gli stretti collaboratori di Hitler - Goebbels, Speer, Himmler e Bormann - si rendono conto che per riaccendere nel popolo un barlume di speranza ci vorrebbe uno dei famosi discorsi 'infiammati' del Führer, ma il grande dittatore è ormai un uomo spaurito che sembra essere diventato l'ombra di se stesso. Per far ritrovare ad Hitler l'antico smalto, viene chiesto aiuto all'ebreo Adolf Grünbaum, il suo vecchio insegnate di recitazione, ora rinchiuso insieme alla famiglia nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Dopo aver ricevuto assicurazione della liberazione per sé e per la sua famiglia, Grünbaum accetta l'incarico, convinto che una volta a tu per tu con l'odiato Führer sarà possibile per lui mettere in atto un piano per eliminarlo. In cinque giorni Hitler dovrà tornare ad essere il leader della nazione, l'arringatore di folle conosciuto da tutti, ma l'assidua frequentazione tra lui e Grünbaum, che non esita ad usare la psicoterapia, faranno completamente emergere il lato debole del Führer. (Yahoo)

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Mein Führer - La veramente vera verità su Adolf HitlerIl compianto Ulrich Mühe (protagonista splendido del film premio Oscar Le vite degli altri e purtroppo recentemente scomparso) è Adolf, un professore ebreo di recitazione che abbandona, su comando dei tedeschi, il lager per cercare di ridare forza e vigore ad un Hitler ormai spento e sconsolato per la prevedibile vicina sconfitta (la vicenda è ambientata alla fine del 1944). Goebbels, il cancelliere promulgatore delle idee del terzo Reich, ha pensato bene che organizzando una parata nella Berlino fintamente rifatta (e invece distrutta dalle bombe alleate) con un Führer (il cantante Helge Schneider) al massimo della forma l'orgoglio nazionale poteva essere ritrovato.
L'idea di base del film diretto da Dani Levy (ha diretto Zucker! che in Germania ha guadagnato molto bene) è quella che molte volte è più importante recitare e fingere di essere convinti di quello che si deve dire, anche se ciò non corrisponde alla realtà, per cercare di arrivare all'obbiettivo anche con l'inganno.
L'opera di rassicurazione e convincimento di un Führer ormai mentalmente depresso passa attraverso l'odio che questi ha per gli ebrei, di fatto il dualismo che si crea tra i due protagonisti è quello dell'allievo che deve prendere dal maestro i dettami e la forza per poi usarla per schiacciarlo, se avesse un professore tedesco ad aiutarlo non si avrebbero gli stessi stimoli. Come dimostra lo splendido cartellone, però l'astuzia di inculcare idee proprie facendole sembrare quelle che servono ad altri è un mezzo molto più fine e degno di menti molto più preparate. Chi si avvicina a questo film, realizzato da ebrei, non pensi assolutamente di trovarsi di fronte a una pellicola ridanciana che mette tutto in burletta, qui la satira è grottesca, malinconica e calibrata, non ci sono battute sguaiate o situazioni comiche pure, ma solo comportamenti paradossali che un regime dispotico e autoritario provoca non solo da parte di chi lo subisce (gli ebrei) ma anche da parte di chi lo compone (gli stessi tedeschi), arrivando alla nevrosi. Per cui assistiamo continuamente a saluti meccanici inutili inneggianti al fuhrer, seguiamo le riunioni dei capoccioni tedeschi sicuri all’apparenza ma che non sanno che pesci pigliare, cose che non ci fanno certo ridere ma soprattutto pensare a quanto una società possa divenire alveo di infermità mentale se non correlata da una logica di valori costruttivi, cosa che invece gli ebrei di contro sono disposti a fare con il loro sapere e con le loro capacità.
Film come questo ovviamente devono scontrarsi nel ricordo del capolavoro di Charlie Chaplin Il grande dittatore, ma senza arrivare a tali punti di lirismo e poesia, questo film di Levy ha una sua precisa dignità, raccontando non Hitler ma quanto più il suo mentore spirituale per la ripresa cognitiva.
Grazie ad una strepitosa prova d’attore di Mühe, che costruisce un personaggio sfaccettato e malinconico, i tedeschi vengono resi come i romani di Asterix, convinti di ordire dei piani che loro credono di comandare e che invece la furbizia di un piccolo disprezzato ebreo ritorce loro contro. Il loro Fuhrer viene plagiato, modellato, ricondotto su strade passate di sicurezza di se stesso ma non con convinzione, ma come un burattino che giocherella nella vasca da bagno con una navetta di plastica. L'uomo leader sparisce, rimane solo il simbolo del tutto innocuo, anzi scomodo per gli stessi tedeschi, di una vuota utopia. E il circolo narrativo si chiude con chi ora può guardare con soddisfazione la sconfitta non tanto dell'uomo ormai minato da insanabili conflitti interni al di là della finzione ordita da Goebbels, quanto più della sua idea di oppressione, in una Berlino fasulla tanto quanto chi comanda.
Il film è chiaramente di parte, la satira colpisce solo unilateralmente, ma la costruzione ci fa capire che la morte dello stesso fuhrer ormai alla deriva (che viene anche a dormire in mezzo una famiglia di ebrei) a quel punto sarebbe dannosa per lo stesso popolo della stella di David, perchè gli stessi tedeschi (che confondono addirittura ormai l'Adolf ebreo con quello vero) vedendo come è ridotto il loro condottiero si convincerebebro a chiudere per sempre la partita con il mondo.
Non entrate in sala chiedendo risate facili, qui siamo davvero in un altra ottica, è un film grottescamente impegnato che riprende spunti aperti da La caduta con Bruno Ganz, richiede una dose di attenzione particolare, che alla fine premierà i vostri sforzi con una sodisfazione cognitiva davvero buona. Lasciate perdere cose più facili ma vacue, e premiate questi buoni spunti intellettivi, anche perchè purtroppo è l'ultima occasione per applaudire un grande professionista scomparso troppo prematuramente.
Sui titoli di coda delle impressioni davvero surreali e durante il film inserzione di immagini di repertorio.

Giudizio:


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