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Paranoid Park Stampa E-mail
Lunedì 10 Dicembre 2007 01:00
Paranoid Park / LocandinaTitolo originale:      Paranoid Park
Nazione:      Francia, U.S.A.
Anno:      2007
Genere:      Thriller, Drammatico
Durata:      90'
Regia:      Gus Van Sant
Sito ufficiale:      www.paranoidpark-lefilm.com
Cast:      Gabe Nevins, Dan Liu, Jake Miller, Taylor Momsen, Lauren Mc Kinney, Olivier Garnier, Scott Green, Winfield Henry Jackson, Dillon Hines, Brad Peterson, John “Mike” Burrowes
Produzione:      MK2 Productions
Distribuzione:      Lucky Red
Data di uscita:      7 Dicembre 2007

Trama: Alex è un diciottenne di Portland sempre in giro sul suo inseparabile skateboard. Un giorno, accidentalmente, uccide un agente di sicurezza e, invece di cercare aiuto o di costituirsi alla polizia, fugge cercando in ogni modo di nascondere l'accaduto. Alex dovrà imparerà presto quanto possa essere difficile mantenere un segreto. (Yahoo)
 
Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Paranoid ParkDal romanzo omonimo di Blake Nelson. Il talentuoso regista/pittore indipendente Gus Van Sant (diresse anche Nicole Kidman e Uma Thurman) torna alla regia con un film dedicato interamente ai ragazzi e alla sua città di nascita, Portland, raccontandoci il disagio e l'esistenza di un sedicenne del liceo locale (Alex, interpretato da Gabe Nevins, ottimo nell'asciutezza e compostezza di una interpretazione mai fuori dalle righe e compassata come richiesto dal copione) che si trova suo malgrado accidentalmente invischiato in un brutto fatto di cronaca locale, la morte di un sorvegliante della stazione dei treni.
Il tipo di racconto ricorda moltissimo quello del suo precedente Elephant, dove il disagio giovanile lì esplodeva in atti violenti ed inconsulti di morte all'interno dell'ambiente scolastico, qua invece nel parco delle paranoie (luogo dove vanno gli skaters a provare i loro numeri sul cemento di appositi mezzi tubi grafitati con le bombolette) il disagio implode, i protagonisti adottano una tecnica di chiusura nel loro paradiso riserva, il parco appunto, per trovare la serenità e l'interesse scintilla di vita che nelle normali attività della società non vedono.
Alex non è un ragazzo privo di soldi oppure di comodità, ma è privo, insieme al fratello, di un vero faro guida per la sua vita, con genitori che stanno divorziando e che non sanno minimamente gestire la situazione dei figli.
Questa mancanza di vere logiche lo porta a disinteressarsi al partecipare a tutto, rimanendo apatico anche di fronte ad un amplesso con la bella fidanzatina (scena girata con una perfezione e tenerezza cristallina, mostrando nulla facendo capire tutto il senso di visione opposto di coinvolgimento con sguardi e carezze) ma anche di fronte al terribile evento che lo vede protagonista, del quale preferisce non fare parola a nessuno (davvero surreale la scena del binario con il povero sorvegliante completamente staccata dal contesto generale del film in quanto ad iconografia di visione).
Con la flebilissima trama gialla, in pratica un pretesto per sottolineare e non vero motore di racconto, Van Sant ci narra di come per essere veramente degni del loro interesse, dobbiamo coinvolgere maggiormente i ragazzi ad interagire e alle attività, capendo ed aiutando, senza mai reprimere, altrimenti li relegheremo in riserve come di fatto è Paranoid Park, sorta di isola felice di maggior interesse della guerra in Irak (della quale Alex dichiara di non volersi minimamente interessare senza leggerla sui giornali dopo averla presa come scusa di disinteresse mentale durante il rapporto/confronto con le ragazze).
Film di regista e non di attori (praticamente tutti esordienti o quasi), Van Sant gira in Super8 e 35MM le sue astrazioni mentali donando sin dall'inizio (come in Elephant) una sorta di quadri naif strepitosi con camera fissa in cui si muovono sul paesaggio le auto o i protagonisti, in un apertura ciclica di giorno e notte che si rincorrono. Notevole l'uso della tecnica del mostrare la solitudine esistenziale come un deserto, dove i protagonisti si muovono in lunghi corridoi vuoti, e le grandi concentrazioni avvengono solo nel parco degli skaters, ma incredibile è anche l'aspetto femminile del racconto, dove le ragazze sono le uniche ad avere il piglio di affrontare le cose in maniera ferma e decisa rispetto all'impermeabilità emozionale dei ragazzi («Comprerò io i preservativi» e «Non mi puoi mollare dopo aver fatto l'amore con me»). Ci sono delle scene cinematograficamente perfette come quella del litigio silenzioso, oppure quella della doccia mondaproblemi, realizzate nel modo più semplice e asciutto da un regista che come tutti i grandi sa far privilegiare l'arte partendo da cose tecnicamente povere (e i brevi commenti musicali sottolineano perfettamente il tutto).
Siamo di fronte a un lavoro completo, sentito e coinvolto, un racconto semplice ma totale di chi vorrebbe farsi scivolare addosso il mondo ma non può perchè alla fine le cose ti rincorrono, ma per nulla difficile da seguire nel suo svolgimento, privo di qualunque orpello, per cui purtroppo la maggior parte del pubblico potrebbe disinteressarsi a una pellicola totalmente dedicata alla riflessione, nella quale un regista che non ha paura di essere dalla parte totalmente del suo disagiato protagonista, prova a darci un nuovo grande quadro da mettere nella memoria.
In questo periodo natalizio ci sarà altro tempo per le cose innocue e colorate, non ci rovineremo certo le feste, ma le impreziosiremo, se godiamo di un piccolo intenso bel film come questo.
 
Giudizio:
 
 
Recensione di ALBERTO DI FELICE
 
Paranoid ParkResistiamo alla (un po' squallida) tentazione di iniziare a blaterare dei giovani d'oggi soli allo sbando, della società (che tristezza: è sempre colpa della "società", qualsiasi cosa voglia dire), del vuoto, dell'incomunicabilità e di tutto il resto. Questo non perché il cinema di Van Sant non ne viva, ma perché è molto più interessante capire la filosofia visivo-sonora che ne è il vero contenuto.
Dopo la visione di Paranoid Park il mio pensiero dominante è quello di rivederci un bel po' di De Palma. E anche di Dumont. A Van Sant, diciamolo pure, interessa soprattutto indugiare sui corpi, e tutto quello che dice lo dice indugiando sui corpi e su spazi sgombri e vacanti. E attraverso di essi dilatando il tempo filmico. La "rarefazione esistenziale" è concretizzazione concettuale di una forma che si focalizza ossessivamente sui personaggi e non solo, catturando nella loro bellezza di agnelli sacrificali un lirismo costantemente imploso e prossimo alla deflagrazione. Qui il significato è creato in maniera sensoria, è esterno o laterale a quello che viene inquadrato, descrive qualcosa, lo immola per raccogliere quello che è fuori da quanto viene narrato al momento.
Rivedendoci De Palma non posso che rivederci Hitchcock. O meglio, Van Sant ha immagazzinato argutamente la lezione del suo remake di Psycho. Paranoid Park inizia non a caso col campo lunghissimo di un ponte sul quale, velocizzate, scorrono delle macchine nelle due opposte direzioni. In sottofondo, "La porticina segreta" di Nino Rota ricorda una partitura di Herrmann. Questa è un'inquadratura in netto contrasto con il resto del film, dove vedremo semmai rallentato quello che succede. Van Sant la usa in modo intellettuale, con un montaggio interno che comprende anche quello che sentiamo. Stiamo per assistere ad un mistery, la cui trama non è ancora intuibile, ma per il momento vediamo solo un'enorme struttura di ferro, ferma nella sua possenza sullo sfondo di un cielo inquietantemente contrappuntato da torve nubi, sulla destra dei rami autunnali. Guardiamo in silenzio e quasi estasiati dalla sua bellezza, è un quadro perfetto: una musica tenuta in volume molto basso, le nubi minacciose, le ombre che cambiano sulla colonna del ponte posta al centro del quadro, e le auto che scorrono veloci ma quasi invisibili ci preannunciano qualcosa di sinistro. Quest'inquadratura, sui titoli di testa, dura un minuto.
Come detto, nel resto del film è il ralenti a farla da padrone. Ma fa la stessa cosa in modo diverso. Si prenda la scena in cui Alex (Gabe Nevins) e Jennifer (Taylor Momsen) fanno l'amore. La steadicam inizia a seguirli in esterno, da fuori il garage della casa di Jennifer. Loro entrano nell'inquadratura tenendosi per mano e vengono ripresi di spalle fin quando, attraversato il garage, si affacciano sulla piscina nel giardino sul retro. Mentre camminano sentiamo sempre più forti le voci degli amici che sono lì. Stacco sulle scale. Le voci si attutiscono di nuovo. Due carrellate consecutive (con gru: una in alto e una verso destra) li seguono verso e dentro la stanza. Dopo un po' che i due sono stesi sul letto inizia un ralenti quasi impercettibile, si stacca su un primissimo piano di Alex, che è posto sottosopra, coperto ad un certo punto dalla testa e dai capelli di Jennifer, sulla quale la camera stacca quando lei si solleva. Le due inquadrature successive li mostrano nelle loro rispettive posizioni, uno alla volta: nella prima Alex, che è steso, si volta a destra rivolgendo quasi lo sguardo alla camera; nella seconda Jennifer volta lo sguardo sempre alla sua destra (sinistra per noi), poi tornando a guardare in avanti. L'unico audio sono le voci degli amici in lontananza, ovattate dalla distanza ma anche rimbombanti nelle menti dei ragazzi che stanno facendo l'amore. Il sonoro le isola, e così ci fa intuire (ma non spiega) a cosa stanno pensando i due.
Poco più di cinque minuti dopo nel film, Alex e Jennifer si lasceranno. La scena segue un dialogo fra Alex e il padre. Carrello a sinistra. Alex attraversa uno scuro corridoio a scuola, sfocato, col suo skate. Guarda a destra e grida il nome di Jennifer due volte; la camera si gira veloce con lui, diventando una semi-soggettiva. Jennifer è con le sue amiche, ragazze pon-pon come lei. Corre da Alex e viene in primo piano. È già partito il tema di Amarcord, e il tempo interno all'inquadratura si è spostato da un tempo reale ad un altro ralenti quasi impercettibile. I due parlano, ma sentiamo solo la musica. Jennifer (bellissima) è al centro del campo e siamo naturalmente portati a guardare lei, Alex (le sue spalle) è a destra quasi fuori; sullo sfondo a sinistra, sfocate, le amiche che ora si sono voltate e li stanno guardando occupano all'incirca metà del campo. La scena appare spensierata, ma ancora la sua composizione (in questo caso sintetizzabile tutta in un'inquadratura e ancora con l'uso complementare e necessario del sonoro) suggerisce altri dettagli e venature. Ancora una volta, l'inquadratura sacrifica agli occhi dello spettatore qualcosa di bellissimo ma, dilatando il tempo di osservazione, lo costringe a riflettere sul significato stimolato da quanto sembra secondario, creando uno spazio subliminale che si può riempire con mille pensieri, ma senza fornirne uno specifico.
 
Giudizio:
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