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| La promessa dell'assassino |
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| Mercoledì 19 Dicembre 2007 22:34 | |||
Titolo originale: Eastern PromisesNazione: U.S.A., Gran Bretagna Anno: 2008 Genere: Drammatico, Thriller Durata: 100' Regia: David Cronenberg Sito ufficiale: www.focusfeatures.com/... Cast: Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Raza Jaffrey, Radoslaw Kaim, Cristina Catalina, Alice Henley, Tamer Hassan, Gergo Danka, Olegar Fedoro Produzione: Serendipity Point Films, BBC Films, Focus Features, Kudos Film and Television, Scion Films Limited Distribuzione: Eagle Pictures Data di uscita: 14 Dicembre 2007
Trama: Londra. Nel periodo natalizio una ragazzina quattordicenne muore di
parto. La levatrice che l'ha assistita senza riuscire a salvarla cerca
di indagare su chi potrebbe essere il padre della bimba. Tutto potrebbe
farsi ricondurre a un fatto di violenza pedofila da parte di un capo
della mafia russa. L'indagine diviene da subito oltremodo pericolosa, e
soltanto un coraggioso appartenente al clan di nome Nikolai sembra
volerla aiutare veramente, mentre anche i suoi stessi familiari cercano
di scoraggiarla dal continuare le scottanti indagini.
Recensione di EMANUELE RAUCO
Il raggiungimento della maturità è sempre un processo di difficile comprensione, perché si abbandonano le velleità, i vizi e le caratteristiche di un tempo, si smussano gli angoli, si è più prossimi al compromesso ma al tempo stesso più acuti ed esperti nell’affrontare le situazioni; così anche al cinema, quando un autore raggiunge il grado più elevato di maturità qualcuno storce il naso nel non vedere più – all’apparenza – gli elementi di un autore altrimenti amato.E’ quello che è successo anche a David Cronenberg, autore eccezionale e in grado di rendere visibile un reale e straordinario percorso di maturazione, che dopo aver raggiunto l’apice della stilizzazione è sembrato chiudersi in una messinscena fredda e geometrica, a qualcuno apparsa convenzionale; mentre invece, con A History of Violence e quest’ultimo Eastern Promises ha trovato il modo perfetto e significante per scardinare le certezze dei nostri tempi. Nikolai è l’autista del figlio di un boss mafioso russo a Londra; Anna è un’infermiera (di origini russe) che nella borsa di una ragazza morta partorendo trova il biglietto di un ristorante, gestito dal boss in questione. Le ricerche porteranno i due personaggi sempre più vicini e sempre più coinvolti in un’oscura realtà.
Scritto da Steve Knight, su un soggetto che richiama vagamente le graphic novel a cui Cronenberg si è recentemente ispirato, è un dramma violento e molto doloroso, raccontato come un noir, ma dove pulsa il mélo familiare, in cui gli sprazzi di violenza e humour danno ancora più ricchezza a una storia che dentro la tradizione russa sembra esserci cresciuta.
Ambientato in una Londra oscura, priva di glamour, quasi dickensiana, il film è una riflessione completa, complessa e ficcante sulle radici sociali, culturali, emotive e genetiche e sul peso che hanno all’interno di una vita, su come il richiamo del sangue o della classe siano un peso insopportabile più che una possibilità, su come la necessità quasi patologica di appartenenza schiacci la forza individuale delle persone: la famiglia, ovviamente, è al centro di tutto e il film gira attorno – per poi affondare le unghie – ai nostri tempi, al bisogno ossessivo di figure paterne e autoritarie di cui siamo pronti a occultare errori e orrori e alla mancanza di esempi positivi (materni) a cui sopperiamo con la violenza. Come il coltello nella carne, Cronenberg affonda il suo discorso lucido nelle pieghe dei personaggi, facendo scaturire la forza delle idee direttamente da immagini e racconto (così come ogni regista che si rispetti dovrebbe) senza precostituire nulla, anzi portando lo spettatore in quel luogo oscuro che si chiama mente che troppo spesso mettiamo da parte, aiutandolo in un percorso di svelamento non solo narrativo, ma soprattutto concettuale, che rendeva grande anche il precedente film del regista. Non a caso, come A History of Violence era una storia americana, questa è una storia profondamente europea che va dal citato Dickens (anche questo in fondo è un racconto di Natale) a Dostoevskji e che deve fare i conti con una profondità letteraria che a volte rischia di ingoiare il cinema (cosa che nella giovane cultura americana non può avvenire, anzi). A sventare questo rischio ci pensa il genio e la precisione di Cronenberg, in cui la freddezza chirurgica, l’impasse emotiva che diventa implosione sensoria (e che era lo straordinario leit-motiv del film precedente) sfumano gradualmente in un andamento doloroso fatto di tensione più sfumata, di inquadrature e movimenti più compositi, di colori cupamente caldi e via via meno agghiaccianti, ma in cui la consapevolezza del presente è ancora sofferta; in questo, Cronenberg è coerente con una sceneggiatura più accessibile del solito, con qualche tocco per il pubblico in più, ma precisa nell’analisi dei rapporti e nello spessore anche letterario del racconto. Nonostante l’apparenza meno estrema del film, e un’atmosfera da incubo meno angosciante, l’opera colpisce e affascina, fino a gradualmente emozionare (cosa a cui Cronenberg aspira di rado), e infila anche un paio di pezzi di violenta abilità, come il folgorante incipit – che fa il paio con un finale che lo avvicina a Il padrino – e la lunga e durissima sequenza nel bagno. A convincere un po’ meno sono gli attori, funzionali come Mortensen o Cassel (distrutti dal doppiaggio) o un po’ sottotono come Naomi Watts; l’unico a convincere a pieno e a strappare l’applauso è Armin Muller-Stahl. Non a caso prima abbiamo citato Coppola, perché Cronenberg è riuscito nella non facile impresa di trasformare un racconto di mafia e perversioni nel prologo di una saga familiare ad alta intensità intellettiva. Chapeau.
Giudizio:
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Eastern Promises è uno di quei film che mettono di fronte al presente sintetizzando le sue primitive forme fondamentali. E così mettono di fronte alla Storia, al suo impatto sull'uomo. Una storia, per Cronenberg, di violenza —riprendendo il suo precedente lavoro, che forse ho addirittura sottostimato. È un film agghiacciante perché le ossessioni di Cronenberg vi sono ormai ristrette e rimodellate, e per questo esercitano una pressione diversa, linearmente tesa, sul reale. Cronenberg ora narra, opera chirurgicamente su una superficie liscia e opaca. In Eastern Promises i corpi non scavano più convertendo i disturbi in sintomi organici, sono masse su cui l'imprinting di quella famiglia chiamata cultura viene impresso indelebile a segnare l'identità dell'individuo, la speranza riposta in lui e la sua possibilità di sfuggire alla sua violenta predestinazione. Il titolo Eastern Promises (cambiato in italiano per motivi che mi sfuggono) allude appunto alle vite giunte dall'Est con la speranza di un'esistenza migliore. Le giovani promesse dell'Est. Allo stesso tempo rimanda alle promesse infrante di altra gente dell'Est che le ha portate lì, e per associazione alla loro controparte letterale, ovvero le promesse infrante dell'Occidente in cui arrivano; un Occidente dalle dimensioni mitiche, ma che in realtà non sa coniugare sé stesso con il diverso e anzi sembra deformarlo. «Sai, non nevica mai in questa città. Non fa mai caldo. Londra è una città di puttane e di checche. Credo che Londra ha la colpa per quello che lui è», dice un mafioso russo —con un figlio puttaniere come lui che ha un rapporto col suo autista/scagnozzo in cui è palpabile la tensione omoerotica repressa— che vorrebbe tornare in Russia ma non può perché fa troppo freddo e lo starebbero ad aspettare gli eredi del KGB.Il film inizia collegando subito i destini di due anime "toccate dagli angeli". Nella prima scena, Ekrem (Josef Altin), che ha solo sedici anni ed è malato mentale, viene usato dallo zio Azim (Mina E. Mina) per uccidere nel suo negozio di barbiere (al piano di sopra sapremo che c'è un club privato, e possiamo intuire che sia della stessa natura di quello che vedremo mezz'ora più tardi) l'avversario ex-amico di Kirill (Vincent Cassel), Soyka (Aleksandar Mikic). Non viene detto da dove vengono Azim ed Ekrem, ma intuibilmente sono di qualche repubblica ex-sovietica dell'Asia centrale. Il ragazzo taglia la gola di Soyka col rasoio che gli passa lo zio: dopo averlo fatto, ci viene mostrato ansimante e spaventato. Morirà allo stesso modo, ma non adesso. Da lui si stacca sull'asfalto di una strada, vicino ad un marciapiede e davanti ad una farmacia. Dopo qualche secondo compaiono dei piedi nudi e vediamo una ragazza: è Tatiana (Sarah-Jeanne Labrosse), che ha solo quattordici anni ed è stata portata a Londra da un triste paesino fuori San Pietroburgo, con la promessa di fare la cantante al ristorante Trans-Siberian di Semyon (Armin Mueller-Stahl). Invece fa la prostituta bambina, e di lì a poco sverrà, verrà portata al Trafalgar Hospital dove è di turno la levatrice Anna (Naomi Watts), morirà alle 23:13 e darà alla luce la piccola Christine (da Christmas: è il 20 dicembre) alle 23:14. La mattina dopo, lo zio di Anna, Stepan (Jerzy Skolimowski), trova il diario della ragazza, che Anna le ha preso. «Dovresti metterlo nella bara. Seppellire i suoi segreti con suo cadaveri». Anna lo corregge: «Cadavere, singolare». Stepan non ne vuole sapere di conoscere quel che c'è in quel diario (poi sarà lui a tradurlo), e noi non sappiamo ancora niente del contenuto. Ma non appena Anna trova fra le pagine un vecchio biglietto da visita del ristorante di Semyon, parte una voce fuori campo. «Mi chiamo Tatiana. Mio padre è morto nelle miniere del suo villaggio; perciò era già sepolto quando è morto. Eravamo tutti sepolti lì, sepolti sotto il sole della Russia. Per questo me ne sono andata: per trovare vita migliore». Stepan non si era sbagliato: nella bara di Tatiana, assieme al suo corpo, ce ne sono figurativamente molti altri. Mentre ascoltiamo queste parole del diario, vediamo Anna sulla sua moto che sta andando al ristorante. Anna è di origini russe, o meglio ha un padre russo, che ora è morto; però non parla russo, di fatto di russo non ha niente se non la moto e il cognome. Quando Semyon lo legge, le chiede quale fosse il nome del padre: Ivan. «Allora Lei è Anna Ivanova». Dentro il ristorante, Semyon le fa assaggiare il boršc che sta cucinando. «Mio Dio, è buonissimo! Mio padre faceva un boršc come questo». Anche Nikolai (Viggo Mortensen) è russo. I suoi cadaveri non sono quelli dei padri morti ma sono, come quelli di tutti i criminali russi, sul suo corpo sotto forma di tatuaggi. Il film è sempre vago su di lui, e il finale è raggelante appunto per questo. È un autista/scagnozzo, sappiamo che sa fare bene il suo lavoro. E sappiamo che sta aiutando Anna, che lei lo sappia o no. Ma non sappiamo di preciso le sue motivazioni profonde, neanche quando sappiamo tutto: leggiamo però ogni sua espressione, la sua fissità romantica. Dove vengono condotti questi personaggi? Alla fine del film qualcuno tornerà fra la "gente normale", qualcun altro dovrà rimanere fra la gente cattiva. In ogni caso, sempre sepolti sotto il sole della Russia, a Londra.
Giudizio:
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Il grande regista canadese David Cronenberg, autore di grandi
lavori e considerato uno dei director più visionari ed eccessivi
dell'epoca moderna (vedere per credere il suo cosiddetto ciclo della
filosofia carne, con la manipolazione delle fisionomie dei corpi),
prosegue il trend iniziato nel 2005 con A History of Violence
virando completamente verso uno stile più reale di racconto e di
azzeramento dell'astrazione visuale. Stavolta Viggo Mortensen
(protagonista anche del precedente film sopracitato di Cronenberg) è il
grandioso protagonista che tratteggia un ritratto di killer senza
scrupoli della mafia russa che deve giocare di bilancino per giostrare
i suoi sentimenti verso la coraggiosa levatrice (interpretata dalla
brava e bella Naomi Watts, che era la lady di cui King Kong si
innamorava nel film di Peter Jackson) e contemporaneamente non tradire
il suo clan, il cui capo sembra si sia macchiato di un orrendo crimine.Il clima natalizio della pellicola contrasta fortemente con le immagini (non visionarie ma durissime) che vediamo sullo schermo, come se Cronenberg ci tenesse a sottolineare che le cose brutte succedono sempre e le feste sono solo congiunture temporali che non inficiano assoutamente sulla crudezza delle azioni dell'uomo. La storia è brutale, parla di atto di pedofilia con morte susseguente della povera madre bambina, le azioni/reazioni innescate dall'indagine della levatrice violentissime, in una spirale senza fine che lascia solo sangue per strada. Cronenberg con la sua arte filmica di altissimo livello riempie le scene di grandi momenti di impatto (la scena dei bagni, l'arrivo della bambina gravida nella farmacia, l'abbandono nelle acque dei corpi) donando alla trama del film, semplice e lineare storia di vendette e punizioni, una grande tensione di base ed un fascino tutto autoriale al lavoro. Lo spettatore, anche il fan più accanito legatissimo alla lunga fase dei film visionari ed astratti del regista e che magari vede sgraditamente questa nuova tipologia di racconto del tutto slegato da temi paranormali o d'amalgama, riesce a leggere nel dipanarsi degli eventi le simbologie del corpo tatuato oppure il sangue perso sono comunque delle icone diverse ma non meno pregne di quanto sia importante preservare la propria integrità morale prima di quella fisica, dove le persone più indifese (i bambini) sono l'ago della bilancia per la vita che deve proseguire donandogli una serenità che certi atti basici e primordiali possono solo corrompere. I grandi temi del film sono l'onestà contro i sorprusi verso i piccoli, la caparbietà (che va contro anche ai voleri della propria famiglia che cerca di dissuadere la levatrice dall'indagine che scotta), per finire con la determinazione senza paura nel combattere anche per ciò che viene definito un valore perso, anche perchè se si scava in ogni persona, anche la peggiore, possiamo estarre del buono. Mortensen è bravissimo a portare sulla scena i disegni di Croneberg, killer/autista esistenziale perfetto, (non esita neppure a recitare completamente nudo nella strepitosa e durissima scena dei bagni), la tensione rimane sempre altissima e non si concede mai un momento di stanca, riuscendo ad elevare ad attore anche il non eccelso Vincent Cassel (fa il figlio sessuomane del boss, ma di fatto molte volte lo vediamo solo in parti defilate quando non recita al fianco della moglie Monica Bellucci) che qui riesce ad essere convincente nella cruda ottusità del personaggio che interpreta. Un film davvero ottimo, che supera in intensità l'iniziatore del nuovo corso registico A History of Violence che viveva parecchio di stereotipi meno affascinanti di questi, realizzato con maestria e che ci costringerà ad avere dei validi moti emozionali di condanna (che portano a una riflessione sugli argomenti trattati) sia per la crudezza di quello che racconta e per certe immagini forti che possono turbare gli spettatori meno avvezzi alla visione di sangue e tagli di varie genere. D'altronde se si vuole dare un messaggio forte e preciso non si può tergiversare nascondendo la cruda realtà, e non aspettatevi che sia Cronenberg ad occultare la sua prosa dietro immagini tenue o più consolanti.
Giudizio:
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Titolo originale: Eastern Promises
Il raggiungimento della maturità è sempre un processo di difficile comprensione, perché si abbandonano le velleità, i vizi e le caratteristiche di un tempo, si smussano gli angoli, si è più prossimi al compromesso ma al tempo stesso più acuti ed esperti nell’affrontare le situazioni; così anche al cinema, quando un autore raggiunge il grado più elevato di maturità qualcuno storce il naso nel non vedere più – all’apparenza – gli elementi di un autore altrimenti amato.
Eastern Promises è uno di quei film che mettono di fronte al presente sintetizzando le sue primitive forme fondamentali. E così mettono di fronte alla Storia, al suo impatto sull'uomo. Una storia, per Cronenberg, di violenza —riprendendo il suo precedente lavoro, che forse ho addirittura sottostimato. È un film agghiacciante perché le ossessioni di Cronenberg vi sono ormai ristrette e rimodellate, e per questo esercitano una pressione diversa, linearmente tesa, sul reale. Cronenberg ora narra, opera chirurgicamente su una superficie liscia e opaca. In Eastern Promises i corpi non scavano più convertendo i disturbi in sintomi organici, sono masse su cui l'imprinting di quella famiglia chiamata cultura viene impresso indelebile a segnare l'identità dell'individuo, la speranza riposta in lui e la sua possibilità di sfuggire alla sua violenta predestinazione. Il titolo Eastern Promises (cambiato in italiano per motivi che mi sfuggono) allude appunto alle vite giunte dall'Est con la speranza di un'esistenza migliore. Le giovani promesse dell'Est. Allo stesso tempo rimanda alle promesse infrante di altra gente dell'Est che le ha portate lì, e per associazione alla loro controparte letterale, ovvero le promesse infrante dell'Occidente in cui arrivano; un Occidente dalle dimensioni mitiche, ma che in realtà non sa coniugare sé stesso con il diverso e anzi sembra deformarlo. «Sai, non nevica mai in questa città. Non fa mai caldo. Londra è una città di puttane e di checche. Credo che Londra ha la colpa per quello che lui è», dice un mafioso russo —con un figlio puttaniere come lui che ha un rapporto col suo autista/scagnozzo in cui è palpabile la tensione omoerotica repressa— che vorrebbe tornare in Russia ma non può perché fa troppo freddo e lo starebbero ad aspettare gli eredi del KGB.
Il grande regista canadese David Cronenberg, autore di grandi
lavori e considerato uno dei director più visionari ed eccessivi
dell'epoca moderna (vedere per credere il suo cosiddetto ciclo della
filosofia carne, con la manipolazione delle fisionomie dei corpi),
prosegue il trend iniziato nel 2005 con A History of Violence
virando completamente verso uno stile più reale di racconto e di
azzeramento dell'astrazione visuale. Stavolta Viggo Mortensen
(protagonista anche del precedente film sopracitato di Cronenberg) è il
grandioso protagonista che tratteggia un ritratto di killer senza
scrupoli della mafia russa che deve giocare di bilancino per giostrare
i suoi sentimenti verso la coraggiosa levatrice (interpretata dalla
brava e bella Naomi Watts, che era la lady di cui King Kong si
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