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| Leoni per agnelli |
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| Venerdì 21 Dicembre 2007 13:36 | |||
Titolo originale: Lions for LambsNazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Thriller, Guerra Durata: 92' Regia: Robert Redford Cast: Robert Redford, Meryl Streep, Tom Cruise, Michael Peña, Andrew Garfield, Peter Berg, Kevin Dunn, Derek Luke Produzione: Andell Entertainment, United Artists, Wildwood Enterprises Distribuzione: 20th Century Fox Trama: Tre storie parallele su temi convergenti. Una giornalista sta facendo unanitervista shock a un senatore arrivista; il professor Malley è a colloquio con uno studente perplesso che chiede le ragioni di certe scelte eseguite da degli studenti, due ragazzi della West Coast University, allievi di Malley stesso; questi ultimi si sono arruolati per fare qualcosa di importante nel corpo dei marines, ma nel corso di una missione andata male finiscono dispersi braccati dai talebani sulle nevi dell'Afghanistan.
Recensione di ALBERTO DI FELICE La riflessione su cos'è l'America oggi ha ormai una lunga (e aperta) lista di titoli che più o meno direttamente si propongono come commento al post-9/11. Le prospettive sono varie. Per rimanere alle ultime due stagioni, ad esempio, il cinema di genere ha ritrovato l'arma allegorica (basti citare i recenti Invasion e 28 settimane dopo, fino all'incompreso ultimo Jordan de Il buio nell'anima); Greengrass (United 93) e Stone (con l'altro incompreso World Trade Center) tornano sul luogo e sul tempo di quel giorno; Clint Eastwood (col suo dittico Flags of Our Fathers/Lettere da Iwo Jima) decostruisce e frantuma i miti e i fabbricati storico-ideologici della nazione. L'ultimo di Robert Redford appartiene più evidentemente ad un cinema impegnato, per intenti simile a quello di Eastwood ma sostanzialmente diverso in quanto più puramente politico. Le loro opere hanno un peso specifico che deriva probabilmente anche dagli autori, che per età, fama e integrità possono permettersi di guardare negli occhi la propria nazione. Eastwood le parla come un padre, mentre Redford le parla come un professore.Più di una volta la giornalista Janine Roth (Meryl Streep) chiede al senatore repubblicano Jasper Irving (Tom Cruise), che le sta snocciolando la nuova strategia per l'Afghanistan, come mai solo ora si siano decisi a fare questi cambiamenti. Allo stesso modo potremmo chiedere perché questo film esca solo ora, e perché la nuova strategia riguarda l'Afghanistan quando gli occhi di tutti sono sull'Iraq. Sviluppato dalla sceneggiatura di Matthew Michael Carnahan (scritto da lui anche The Kingdom, il cui regista Peter Berg è qui nella parte del colonnello Falco) sul perno di due set in interno congiunti per tramite della vicenda dei soldati Ernest Rodriguez (Michael Peña, pompiere del film di Stone) e Arian Finch (Derek Luke) in combattimento in Afghanistan, il film—che forse significativamente esce quasi ad un anno esatto prima della cinquantacinquesima elezione presidenziale degli USA il prossimo 4 novembre 2008—risponde collegando i vari punti successivi di questa domanda. Accusato da molti di schematismo e verbosità, il film fa in realtà uso sapiente ed essenziale del montaggio per sostanziare la sceneggiatura; rinunciando però anche a farlo fino in fondo. Leoni per agnelli contrappone e chiude quasi in tempo reale, in un andirivieni metodico che funziona come un continuo montaggio parallelo su tre fronti (ma in pratica due), quello che avviene in Afghanistan dentro i due dialoghi fra giornalista e senatore e fra il professor Stephen Malley (Redford) e l'alunno promettente ma disilluso Todd Hayes (Andrew Garfield). La costruzione della pellicola crea in questo modo la giustificazione al titolo, usando i soldati/leoni per parlare degli agnelli che nel chiuso di quattro mura li mandano a combattere. Ma anziché i generali (i politici) in questo caso gli agnelli sono soprattutto coloro, una giornalista ed uno studente di politica, che dalla propria comoda posizione sono chiamati a prendere coscienza della centralità del loro stesso ruolo. Dominato in gran parte dai dialoghi e dalla direzione invisibile di Redford, il film riesce a generare una tensione interna tutta figlia, come detto, del montaggio (Joe Hutshing, fido collaboratore di Stone e Cameron Crowe), con la sua capacità di creare associazioni e significato partendo dalle sue dissociazioni. È così che la costruzione parallela fa avanzare il ragionamento, con tre scene in particolare a far da contrappunto alla progressione: il flashback della presentazione dei due soldati un tempo studenti di Malley, che interrompe virtualmente ma in realtà completa e spiega il lavoro di montaggio; la carrellata sulle foto sulle pareti del sanatore Irving che, quando questi si assenta lasciando la Roth sola dopo un dialogo essenziale, spezza il campo/controcampo; il ritorno sul divano, da dove siamo partiti, del giovane Todd dopo il colloquio con Malley. Queste ultime due scene, accomunate dallo zoom-in (nella prima sul dettaglio di un estratto dell'articolo della Roth incorniciato; nella seconda su quello dello newscroll a fondo schermo che Todd guarda durante l'ultimo report sulle gesta di una simil Lindsay Lohan/Britney) chiudono e portano a compimento con pura forza filmica un discorso iniziato con l'arma della parola. Ponendo in risalto le due figure di giornalista (una come sempre splendida Meryl Streep, per chi scrive la più grande attrice vivente) e studente, messi in discussione in modo diverso da senatore e insegnante, Redford instaura un discorso in cui il punto centrale non è lo svelamento dell'inganno del potere, dato per assodato a questo punto, quanto la passività colpevole della vasta platea dei "sudditi", il ricordargli che le proprie stesse scelte hanno avuto e avranno a tutti gli effetti un peso decisivo. Per questo, la figura del senatore e la sua retorica fanno esclusivamente da tramite che a sua volta rivela una strategia per un paese che nella sua testa in realtà è secondario (ancora collegando punti successivi della domanda lungo la linea Iraq-Iran-Afghanistan), e chiama in discussione il ruolo dei media nel passato e nel futuro. Il troppo aperto intento didattico della pellicola ne limita tuttavia—pur non cancellandola—la riuscita. Il dialogo fra studente ed insegnante, e in particolare il suo collegamento con la vicenda dei soldati, è il vero punto debole del film. La lezione che ha lo scopo di impartire si sposta un po' troppo verso i comodi lidi dell'aulicità, per quanto diretta ed onesta, fino ad aver bisogno di portare a termine la martirizzazione di Finch e Rodriguez per concludere il suo meccanismo a tesi. Giudizio: Recensione di PIETRO SIGNORELLI Il grande Robert Redford (in forma smagliante nonostante l'età) dirige questo film a tre strati, composto da due situazioni di incontro statiche (nella prima la giornalista Meryl Streep incontra il senatore arrivista e speculativo Tom Cruise; nella seconda il professor Malley, lo stesso Redford, si confronta con un perplesso studente) e una di movimento (due giovani marines, un nero e un ispanico, sono feriti e braccati dai talebani in un Afghanistan innevato e ghiacciato). Tra uffici dove si comunicano per fare speculazione politica strategie non del tutto convincenti, atenei che sperimentano ed incoraggiano comportamenti ardimentosi e il campo di battaglia dove i pensieri e le teologie si perdono per diventare necessità di sopravvivenza pura, il film si dipana come un lungo talk movie racchiuso in mura ristrette a due. Migliore il segmento del dialogo tra una sconsolata ed incredula Meryl Streep e un irrivente e spocchioso senatore Tom Cruise rispetto a quello di Redford che propone una soluzione davvero inusuale per risolvere i problemi di studio a un suo allievo. Di fatto le espressioni della Streep sono fenomenali nell'ascoltare le soluzioni che il grande pensatore (a suo modo di credere) propone per ridare vigore a una campagna politica e militare in declino, che si riducono a un ritorno a situazioni del Vietnam che già avevano fallito il loro obbiettivo. Una sorta di errori che vengono ripercorsi dopo aver rassicurato a lungo la popolazione che l'Iraq o l'Afghanistan non ne saranno un nuovo capitolo, con la contemporaneità delle due vicende che potrebbero avere un nuovo corso se una di esse fosse risolta (una vittoria panacea che farebbe dimenticare un fallimento per l'opinone pubblica). Il lungo discorso tra giornalista e senatore con soluzioni di continuità (i tre segmenti sono montati in pezzi alternati uno con l'altro) rivela aspetti esecrabili della gestione centrale, con soluzioni-pezza per un buco profondo di sistema che l'amministrazione si preoccupa di voler chiudere in qualche modo, non per umanità o coerenza verso il dovere del paese ma per non vedere il proprio potere personale e la seggiola dorata sui cui si è seduti intaccati.Le numerose foto di Cruise con i potenti (Bush Jr. compreso) stigmatizzano come il senatore Jasper Irving sia un uomo che gode di grande fiducia da più parti che lo chiamano come soluzione estrema per i loro problemi, a cui lui si dedica indipendentemente da quale sia la fonte (e la giornalista che lo sente perplessa in passato lo aveva glorificato con un articolo). Nell'altro segmento Redford e il suo studente analizzano i comportamenti dei laureandi, partendo da una “proposta indecente”, cioè un 26 praticamente gratuito senza esame con solo obbligo di frequenza alle lezioni che ora vengono disertate, per poi discutere delle motivazioni che i due giovani compagni di college hanno maturato per decidere di arruolarsi nei marines. L'attacco all'amministrazione del presidente Johnson del tempo è totale, con la precisa accusa di aver mandato obbligatoriamente al Nam giovani delle classi sociali più disagiate ed irrequiete, e anche i carcerati, per liberarsi indirettamente di un problema in modo del tutto pulito e senza sporcarsi le mani in modo visibile. Un giovane professor Malley del tempo in una manifestazione anti-Nam si prese anche parecchi punti di sutura in testa a seguito di percosse, peccato che il Malley odierno abbia a tutti i costi cercato di convincere con un progetto universitario ardito due giovani (che incarnano le classi disagiate e scomode che combatterono contro i vietcong) ad andare oltre invitandoli indirettamente a combattere in Afghanistan. il passato con i suoi errori ritorna, si trasforma e fa diventare gli uomini giovani delle controparti contraddittorie passate nella loro maturità post-esperienza odierna. I due giovani convinti da Malley sono i protagonisti del terzo strato del film, quello sul campo, dove le parole non sono molte e c'è l'azione, con i due sfortunati e illusi protagonisti a dover essere inchiodati su un terreno gelato da nemici e ferite con tentativi disperati di soccorso (che sono paradigma e icona delle pezze che Irving vuol mettere alla due guerre che si stanno rivelando un fallimento) che non si sa se andranno mai a termine troppo ostacolati dal clima e dalle decisioni dall'alto inesatte. C'è sempre un fattore x che impedisce di portare a termine anche le operazioni tecnologicamente perfette, e questo è dato dall'orgoglio dei due che non vogliono cadere sdraiati ma in piedi rischiando di rendere la già diffiicile operazione di salvataggio inutile, l'uomo che mette lo spirito che lo differenzia dalla macchina. Un film che dura molto poco (90 minuti scarsi) ma che è molto denso nelle sue affermazioni, dove ovviamente gli strati parlati sono il fulcro del come e perché mentre quello sul campo di battaglia le conseguenze (disastrose) dirette di quanto deciso. Un film quindi tutt'altro che semplice, che richiede una buona dose di concentrazione, che va affrontato come un'esperienza di approfondimento, migliore se è presente un medio background su quanto è avvenuto nella pluricinematograficamente celebrata esperienza del Viet americana per capire le parole enunciate. Esperienza parlata al vetriolo questo è certo, decisamente forte e valida per un cinema che vuole andare oltre alla presenza in sala, utilizzando uno stile da confronto televisivo in locali tutt'altro che pubblici, che per meglio farsi capire mostra l'esterno per catalizzare quanto spiegato all'interno. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Lions for Lambs
La riflessione su cos'è l'America oggi ha ormai una lunga (e aperta) lista di titoli che più o meno direttamente si propongono come commento al post-9/11. Le prospettive sono varie. Per rimanere alle ultime due stagioni, ad esempio, il cinema di genere ha ritrovato l'arma allegorica (basti citare i recenti
Il grande Robert Redford (in forma smagliante nonostante l'età) dirige questo film a tre strati, composto da due situazioni di incontro statiche (nella prima la giornalista Meryl Streep incontra il senatore arrivista e speculativo Tom Cruise; nella seconda il professor Malley, lo stesso Redford, si confronta con un perplesso studente) e una di movimento (due giovani marines, un nero e un ispanico, sono feriti e braccati dai talebani in un Afghanistan innevato e ghiacciato). Tra uffici dove si comunicano per fare speculazione politica strategie non del tutto convincenti, atenei che sperimentano ed incoraggiano comportamenti ardimentosi e il campo di battaglia dove i pensieri e le teologie si perdono per diventare necessità di sopravvivenza pura, il film si dipana come un lungo talk movie racchiuso in mura ristrette a due. Migliore il segmento del dialogo tra una sconsolata ed incredula Meryl Streep e un irrivente e spocchioso senatore Tom Cruise rispetto a quello di Redford che propone una soluzione davvero inusuale per risolvere i problemi di studio a un suo allievo. Di fatto le espressioni della Streep sono fenomenali nell'ascoltare le soluzioni che il grande pensatore (a suo modo di credere) propone per ridare vigore a una campagna politica e militare in declino, che si riducono a un ritorno a situazioni del Vietnam che già avevano fallito il loro obbiettivo. Una sorta di errori che vengono ripercorsi dopo aver rassicurato a lungo la popolazione che l'Iraq o l'Afghanistan non ne saranno un nuovo capitolo, con la contemporaneità delle due vicende che potrebbero avere un nuovo corso se una di esse fosse risolta (una vittoria panacea che farebbe dimenticare un fallimento per l'opinone pubblica). Il lungo discorso tra giornalista e senatore con soluzioni di continuità (i tre segmenti sono montati in pezzi alternati uno con l'altro) rivela aspetti esecrabili della gestione centrale, con soluzioni-pezza per un buco profondo di sistema che l'amministrazione si preoccupa di voler chiudere in qualche modo, non per umanità o coerenza verso il dovere del paese ma per non vedere il proprio potere personale e la seggiola dorata sui cui si è seduti intaccati.







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