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L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford Stampa E-mail
Martedì 25 Dicembre 2007 13:46
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford / Locandina originaleTitolo originale:      The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford
Nazione:      U.S.A.
Anno:      2006
Genere:      Western, Drammatico
Durata:      158'
Regia:      Andrew Dominik
Cast:      Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Shepard, Sam Rockwell, Garret Dillahunt, Mary-Louise Parker, Barbara Kozicki, Paul Schneider, Jeremy Renner, Zooey Deschanel
Produzione:      Scott Free Productions, Plan B Entertainment
Distribuzione:      Warner Bros.
Data di uscita:      21 Dicembre 2007

Trama: Il celebre fuorilegge americano Jesse James è sempre alla ricerca di un nuovo colpo da compiere e di un modo per sfuggire ai numerosi cacciatori di taglie che lo inseguono per intascare il lauto compenso messo in palio dalle autorità. Jesse però non si rende conto che la vera minaccia potrebbe nascondersi tra le fila dei suoi uomini più fidati. (Yahoo)

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert FordBrad Pitt è l'appassionato produttore e protagonista di questa splendida pellicola di durata extralarge (160 minuti) che narra non tanto la biografia del capobanda Jesse James specializzato in rapine ai treni ricercato a lungo dall'agenzia Pinkerton (che al tempo, a metà 800 circa in poi, era una sorta di polizia privata arruolata e pagata dalle compagnie ferroviarie che vedevano la loro economia intaccata dai continui assalti dei fratelli James e Ford), quanto più l'evolvere dei rapporti all'interno della banda dove la figura dispotica e burbera del capo conclamato annulla e terrorizza tutti gli altri, anche quando è lontano come se fosse un fantasma che appare improvvisamente a saldare conti in sospeso. Il racconto si accentra sopratutto sulla figura di Robert Ford, il più giovane ed introverso dei fratelli, che ammira inizialmente Jesse per poi odiarlo mortalmente, in seguito alle continue subite prese in giro e alla totale indifferenza mista a disprezzo che gli mostra, fino a compierne l'assassinio in maniera vigliacca colpendolo alle spalle in un momento di tranquillità.
La figura del codardo traditore è interpretata magistralmente da Casey Affleck (fratello trentaduenne del più noto Ben, ha già una buona carriera alle spalle con un futuro di regista) che ruba letteralmente la scena a Brad Pitt, che sceglie di non essere prepotentemente presente ma in maniera defilata (il film è permeato dell'aurea del suo personaggio ma non lo si vede moltissimo).
Affleck Casey ci regala una interpretazione intensissima, piena di sfaccettature, tormentata ma senza mai esplodere in isterismi o folli comportamenti, che però quando non ne può più prende decisioni determinanti in maniera risoluta. Davvero incredibile vederlo mentre sbuffa e sorride delle continue prese in giro, amareggiato per tanta ammirazione che va a finire sul bagnato di un animo insensibile che lo sbeffeggia e maltratta in continuazione mostrandogli solo disprezzo, con toni recitativi sempre misurati che raggiungono l'apoteosi della perfezione nel finale di grandissimo impatto emotivo. Pitt è molto bravo nel delineare questo fantasma crudele e che arriva sempre dove c'è qualcosa che lo minaccia, le sue espressioni sono come sempre ottime e precise, ma stavolta ha davvero trovato pane per i suoi denti in una gara di bravura che fa solo bene al film e alla sua visione.
Del resto anche il regista, lo sconosciuto Andrew Dominik (ha fatto come regista solo Chopper, l'esordio nel 2000 di Eric Bana) non ha tremato di fronte a un incarico tanto gravoso ed affascinante e ha dato una grande prova direttiva, con ottime inquadrature in campo lungo e primi piani, impreziositi da una grande fotografia virata al seppia e nei momenti di divisione dei comparti narrativi ha autorialmente messo un filtro opacizzante ai lati facente effetto "vaselina" (ha anche eseguito la sceneggiatura traendola dal romanzo con il lungo titolo omonimo, chissà se la Wertmuller vorrà i diritti), e anche il montaggio è di buona levatura, anche se non brilla come quello primaesposto.
Tornando al valore non prettamente tecnico del film, non ci sentiamo da spettatori presenti a un western vero e proprio, anche se ovviamente paesaggi e personaggi lo sono totalmente, non ci sono inseguimenti, sparatorie furiose oppure delle grandi cacce all'uomo in movimento (e anche l'unico assalto al treno mostrato è veloce e fondamentalmente tranquillo nella dinamica, serve più per richiamare il fatto storico delle preferenze criminali di Jesse che altro), la pellicola è un lungo intenso totale lavoro di approfondimento psicologico. Non lo si può neppure accusare di lungaggini oppure di momenti di stanca, i discorsi e le sedute di confronto sono perfette, non ripetitive e aggiungono un tassello man mano al mosaico emotivo sempre sul punto di esplodere. Nel caso di Robert Ford l'omicidio di un bandito famoso e carismatico verrà visto come un atto vigliacco, mandando alla storia la vittima (bellissima l'apologia delle cartoline del corpo nel ghiaccio) e relegando al ricordo da infame l'esecutore che ne voleva con la scomparsa violenza mondare i grandi peccati.
Era tanto che non si vedeva un film concentrato a delineare rapporti di odio/ammirazione (senza presenza di figure femminili qui praticamente assenti) in maniera così valida in una cornice, oltretutto, diversa e suggestiva.
La voce narrante fuori campo entra senza disturbare, sottolinea senza infastidire, spiega senza essere freddamente storiografica, quasi che gli eventi da scrivere sui libri vengano temuti dal destino stesso che li trova ingiusti in una logica umana di doveroso onesto raffronto nel dirimere i conti in sospeso. Un film praticamente perfetto, che ovviamente per la sua lunghezza e tipologia richiede una grandissima concentrazione (alcune fasi degli eventi se si perde qualche passaggio possono poi risultare ostici da riprendere). Dobbiamo anche pensare che il cinema per elevarsi non può solo dare ma deve anche chiedere qualcosa, e di fronte a un lavoro tanto pregno e denso possiamo senza nessun dubbio donare tempo e mente per poterlo apprezzare nella sua intierezza.
Un grande applauso a Brad Pitt che ha creduto fermamente in un progetto ostico di sicura perdita (al botteghino in America è stato un terribile flop, costato 30 milioni ne ha incassati 3,5), che dopo essere stato sex symbol ora è in pieno attore di culto e promotore di grande cinema, con la grande promessa di Affleck Casey a valorizzare sorprendentemente il tutto. Non perdetevelo per nessun motivo.

Giudizio:


Recensione di ALBERTO DI FELICE

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert FordSarebbe bastata poco più di un'ora e mezza —mio calcolo: un'ora e quarantacinque minuti esatti, a volerla tirare leggermente per le lunghe— al neozelandese Andrew Dominik per raggiungere quello che ha raggiunto con due ore e quaranta minuti. L'assassinio di Jesse James, adattato dallo stesso regista dal romanzo omonimo di Ron Hansen, potrebbe esser pensato narrativamente come una graphic novel già dall'uso del voice-over. E racconta qualcosa di molto diretto negli intenti, in realtà: l'inesorabile mitizzazione del bandito nell'immaginario americano.
Il perno centrale del film è (dovrebbe essere) il gesto dell'uccisione, la sua nascita e le conseguenze che se ne traggono. Abbiamo così un giovanotto qualunque, Robert Ford (Casey Affleck), nel quale nasce deformata dal mito stesso l'ossessione di farsi egli stesso bandito, di avvicinarsi all'eroe figura stampata nei racconti illustrati d'infanzia. Ford ha maniacalmente costruito un piano di piccola grandezza —sebbene timido ed incerto—, ha instaurato un rapporto di ammirazione, quasi affettivo; ma anche già di rancore, perché come il bandito Jesse James (Brad Pitt, anche produttore) lui non potrà mai diventarlo. La sua tragedia, come in ogni buona tragedia, è già segnata.
Questo il quadro di fondo, sul quale la narrazione deve preparare il tradimento. Dominik sceglie di raccontare tutta la storia come evidentemente era nel libro, dimenticando forse (il produttore Pitt deve averlo aiutato a dimenticare) che il vero protagonista del suo film sarebbe per l'appunto Ford, e non Jesse James. Quindi segue tutti i passaggi fra i membri della gang di James, nei quali sono svariate le scene in cui Ford (e spesso anche James) non c'è proprio. Una scelta che genera parecchie scene inutili, facilmente sostituibili da ellissi. Al racconto, dunque, manca economicità.
Stilisticamente, le cose belle non mancano. Aiutato della splendida fotografia di Roger Deakins, densa di tonalità rosse e di contrasti, Dominik sfiora costantemente l'elegia, efficace anche negli interni. Anche qui però sembra perdere il focus della pellicola, allungando i tempi come se dovesse scoprire chissà cosa negli interpreti, anche i più secondari (ad esempio sul personaggio di Ed Miller, interpretato da Garret Dillahunt, la cui uccisione viene mostrata in flashback anche quando poteva essere resa semplicemente con l'analessi verbale del racconto di James) e non solo per quanto riguarda giustamente il confronto centrale.
Dall'uccisione di Jesse James in poi, però, il film combina solo cose buone. Perché torna a delineare quel quadro più ampio oltre il fievole abbozzo di psicologia che a tratti emerge nel resto del film, senza essere però granché approfondito, riprendendo il filo del bandito come rappresentazione, come "intimità culturale" della nazione americana. Poco interessa infatti, e nei fatti, di com'era Jesse James in questo film: interessa semmai come, dalle storie che leggeva Ford da piccolo fino alle fotografie del suo cadavere, è stato impresso nel pubblico. Da qui nascono sia il gesto di Ford che quanto ne segue. La sua stessa morte avviene davanti al ritratto di un cavallo, nel quale oltre a sé stesso si riflette l'immagine di colui che lo ucciderà. La riproposizione di questo atto, fedelmente riprodotto stavolta su un palcoscenico, genera una crisi di rigetto: la gente non è pronta ad accettare il traditore che ha assicurato il bandito alla "giustizia", perché da sempre per lei il bandito è l'eroe.
Perfetta la conclusione, anche perché specularmente opposta all'incipit —incluso il voice-over che al di là di queste due circostanze non è sempre usato nel migliore dei modi— che riassumeva la figura di James, bandito che circolava tranquillamente in città travestito da rispettabile uomo d'affari. Un uomo comune, un uomo del popolo. Peccato che il film si sia scordato della meta per buona parte della sua durata. Un soggetto come questo si prestava ad una riduzione; Dominik ha provato a farci un lungo ed arioso poema attorno ma non gli è riuscito.


Giudizio: 2

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