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Cous cous Stampa E-mail
Giovedì 17 Gennaio 2008 11:04
Cous CousTitolo originale:      La graine et le mulet
Nazione:      Francia
Anno:      2007
Genere:      Drammatico
Durata:      151'
Regia:      Abdel Kechiche 
Cast:      Habib Boufares, Marzouk Bouraouïa, Faridah Benkhetache, Sabrina Ouazani, Alice Houri, Olivier Loustau, Bruno Lochet, Carole Franck
Produzione:      Pathé Renn Productions, Pathé Films
Distribuzione:   Lucky Red
 
Trama: Marsiglia. Slimane è un operaio portuale che perde il lavoro dopo 35 anni di onorato servizio. Diviso dalla sua numerosa famiglia da un divorzio, ora vive con una locandiera e la sua amorevole figlia Rym che lo adora nonostante non sia il suo genitore biologico. In preda a mille dubbi e sostenuto da Rym, Slimane non trova niente di meglio che organizzare il restauro di un peschereccio in disuso per adibirlo a ristorante, dove il piatto principale è il cous cous che l'ex moglie Souad sa così ben cucinare. Con uno sforzo tremendo per affrontare le spese e le difficoltà burocratiche, l'anziano lavorante riesce a organizzare il tutto per la grande serata di apertura di prova coinvolgendo i figli tutti, ma purtroppo...

Recensione di EMANUELE RAUCO

Cous cousÈ facile, o meglio comprensibile, parlando di un film, trovare le parole e le sensazioni per definire un capolavoro: si può parlare della perfezione della regia, la sublimità dello stile, l'intensità del racconto, l'acume della messinscena, la bravura degli attori. Tutto gira in tondo e funziona grandiosamente. Molto più difficile è definire filmicamente un colpo di fulmine, perché si rischierebbe di ricorrere a personalismi che non aiuterebbero il lettore. Ma di fronte a film grandi, intensi ed emozionanti come questo di Abdellatif Kechiche (Gran premio della giuria a Venezia quando tutti si aspettavano il Leone d'oro) è difficile non ricorrere ai superlativi e a non lasciarsi trascinare dalle emozioni, avvinti dalla verità di ciò che passa sullo schermo.
Beiji è uno stanco pescatore vicino alla pensione, che quando per l'età è messo da parte deve cercare di reinventarsi per sé e per le sua famiglia (amante e di lei figlia compresa); così decide di aprire un ristorante di cous cous su una barca in rovina. Ma realizzare il progetto sarà impresa quasi epica...
Scritta dal regista adattando un vecchio copione con Ghalya Lacroix, è una straordinaria commedia drammatica che mescola la coralità umanista e sociale di Altman, lo spirito battagliero di Ken Loach e la verve sensuale marittima di Guediguian con uno sguardo profondo e totale sulla famiglia, sul mondo e sul cinema che è pura farina del sacco di Kechiche (che al terzo film dimostra la stoffa del campione).
Ambientato nella cittadina portuale di Sète, vicino Montpellier, il film racconta la difficoltà e la bellezza della vita, i valori vitali di una certa tradizione popolare - soprattutto se d'origine nord-africana - messi in difficoltà dalla quotidiana spietatezza del mondo d'oggi, ucciso dalla fretta più che dalla cattiveria, dalla burocrazia più che dal cinismo. Un grande film sulla famiglia, i rituali e le radici, raccontato attraverso i sensi e la sensualità (il gusto, il tatto, la vista e l'eros), che però riesce a non fossilizzarsi mai su un unico sottotesto e schiva lo schematismo grazie a una profondità narrativa e stilistica che incantano.
Già dalla prima sequenza, Kechiche evidenzia come i sensi e la carnalità dei piaceri di tutti i giorni siano una delle chiavi di lettura privilegiate per la comprensione del film, fatto di cibo, semola e cefalo (come dice il titolo originale La graine et le mulet) come simboli di un desiderio di comunione e solidarietà in un mondo prossimo all'individualismo. Ma la grandezza filmica della pellicola sta nella meticolosa e ossessiva capacità di Kechiche di restituire la verità di luoghi, persone e azioni, sfrondando tutto il superfluo, reinterpretando fuori dagli schemi le convenzioni drammaturgiche, giocando con le attese dello spettatore e il tempo del cinema conformemente inteso.
E così la superba, e letteralmente straordinaria, regia di Kechiche rimodella tempo e spazio filmici, fa coincidere le limpide immagini di una messinscena (neo)realistica con una gestione maniacale della suspense e dell'emozione cinematografica (come nella lunga e maestosa cena finale), si attacca agli incredibili primi piani dei suoi protagonisti e ne scava le emozioni per poi aprirsi alla semi-improvvisazione, al dialogo in overlapping che ben presto diventa mezzo per comunicare l'angoscia, negando allo spettatore vie di fuga (esemplari il pranzo della domenica, o al suo opposto - anche visivamente - lo sfogo di Julia). A supporto dell'impressionante lavoro 'plastico' della regia, la sceneggiatura riesce a fondere perfettamente l'analisi della realtà e del quotidiano fluire (di sapore Dardenne) con una sapienza e una precisione nella costruzione del racconto, nell'organizzazione degli eventi, che rivelano un'abilità quasi hitchcokiana.
Una "maratona sensoriale e intellettiva" lunga 150 minuti, ma che definire appagante è dir poco, che riesce a trasmettere tutto l'amore, viscerale ma non acritico, per una cultura e per i suoi personaggi, resi con straordinaria plausibilità da un gruppo d'attori quasi dilettanti (tra i quali spiccano Habib Boufares e Hafsia Herzi, premiata a Venezia) che semplicemente vivono sullo schermo. Un'opera sicura e magnifica, in cui il regista, dopo averci conquistato con la sua visione del cinema, ci fa innamorare con la sua visione del mondo lucida e speranzosa, aperta al futuro ma lottando nel presente, intima e universale, commovente. Come dicevamo prima, epica.

Giudizio: 4


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Cous CousDopo gli ottimi Tutta colpa di Voltaire e La schivata il regista d’origine maghrebina Abdel Kechiche torna a raccontare il cinema che gli piace di più, cioè quello di esposizione etnica. La storia drammatica del sessantunenne Slimane (interpretato da Habib Boufares, trovato nei provini direttamente nei porti) si snoda su più fronti: dopo essere stato licenziato per non volersi adeguare alla flessibilità del lavoro, deve affrontare da padre divorziato anche i problemi che i suoi numerosi figli hanno, e nel contempo relazionarsi con la nuova compagna, sorretto solo dall'affetto sincero della figliastra Rym (interpretata magistralmente da Hafsia Herzi, che senza le esagerazioni dette dal regista nei paragoni con la Magnani, concede una prova davvero valida in intensità e partecipazione, sono sicuro che la rivedremo molto presto sugli schermi dopo essersi fatta notare in questo ruolo). L'unica soluzione che gli viene disperatamente in mente è quella di aprire una attività gastronomica a bordo di un peschereccio rimesso in uso stile ristorante. Ovviamente i troppi soldi che necessitano e le difficoltà burocratiche sembrano poter fermare il suo sogno, ma la bontà del cous cous cucinato tanto bene può fare miracoli.
Kechiche si concentra a creare uno spaccato di società musulmana ormai radicata all'interno della Francia, coinvolgendo come protagonisti attori di questa etnia che bianchi puri francesi che appaiono come contorno e più che altro per lanciare frasi salaci infastiditi dalla troppa emigrazione («Fa entrare il lupo nel pollaio e non riuscirai più a farlo uscire») e per mettere i bastoni tra le ruote al progetto del disperato Slimane con cavilli burocratici di ogni tipo (mentre tra l'altro uno dei figli dell'ex operaio copula con la moglie del futuro possibile sindaco).
Quello che impressiona di questo buonissimo lavoro è l'esposizione intensa delle emozioni che vengono a galla durante le varie fasi, dove il regista concentra lunghi comparti parlati che servono mettere in pentola quello che bollirà poi.
Vediamo l'ex famiglia numerosissima di Slimane vivere senza una vera unità e non sapendo bene come gestire le difficoltà, con la madre Souad (Bouraouia Marzouk) che per accomodare le cose si accontenta di riempire le pance evitando accuratamente di affrontarle («Non c'è nulla che un buon cous cous non possa accomodare»).
Di contro a questa numerosa progenie in crisi di vario tipo (tra cui tradimenti e superstizioni) poco risoluta, abbiamo il micronucleo del padre che si è accasato con una donna nuova e sua figlia che si sono fatte da sole un piccolo alberghetto, gente decisa quindi a combattere e non a lasciarle perdere (come sottolinea l'intenso dialogo tra Rym e la madre alla finestra). Slimane di fatto sembra voler lasciar parlare tutti senza mai curarsi di nulla in una sequela di espressioni assenti (nella fase finale una violenta, intensissima crisi di pianto non trova da parte sua il minimo pronunciare di parola ma rimane solo una sofferenza interna) badando a lavorare tutto il giorno per ultimare il suo progetto.
La cosa incredibile di questo film (ricordiamo premiato con il premio del pubblico e della critica a Venezia, una sorta di consolazione e scusa della giuria per aver scelto il più conosciuto e artistico Ang Lee) è come dalle piccole cose se ne traggano scene di un pathos tremendo, ci mettono in ansia per vedere come si svolge il tutto, e perchè il protagonista deve affrontare un destino tanto difficile, lui uomo retto e probo lavoratore instancabile.
Era tanto che un dramma familiare non sfociava in maniera tanto emozionale, con punte di coinvolgimento totali, come nella lunghissima scena della megacena sul battello. Per tutto il film siamo ad attendere che il destino faccia giustizia dei mali e conceda un po' di respiro, invece implacabile la soluzione non arriva mai, assommando guai su guai, come se ci fosse un dettame detto da entità superiore che il troppo orgoglioso affrontare il fato inevitabile invece di accomodarlo deve essere considerato superbia da punire (come il discorso al bar degli amici vorrebbe mostrare in maniera occulta). Il clima generale comunque è quello del mostrare la famiglia in maniera genuina e ruvida attraverso la consumazione del cibo con mani sporche (concetto ed assorbimento di sensazione aiutato anche dalle riprese non propriamente perfette volutamente in continuo movimento per cercare a turno colui che parla), per rendere il lavoro completo come se fosse anche esso prodotto dagli sforzi di un volgo radicato in un paese straniero e che deve ancora ben conformarsi alle sue abitudini. Attorno al personaggio centrale di Slimane si muovono i destini e le coscienze di tutti, l'unico capace di riunire sotto una unica bandiera persone che convivono in maniera difficile, peccato che solo Rym sappia capire la lezione di testardaggine del patrigno e si muova decisionista per risolvere la situazione diventata insostenibile del destino del ristorante galleggiante.
Ci sono segni ed iconografie ben precise in questo lavoro, il canarino che una volta cantava e ora non lo fa più (l'immigrato che perde la sua identità nazionalpopolare), la pancia piena con cui si dorme bene e sicuri, la poca voglia di non stare più zitti della moglie continuamente tradita (quale non vi diciamo, ma è il sinonimo di non accettare più i torti per il quieto vivere), per finire con una danza del ventre (scena a dir poco strepitosa) di una pancia ben tonda che si è nutrita a dovere ma non per questo non agisce.
Ci sono punti del montaggio (nel finale soprattutto) davvero preziosi, che evidenziano in maniera perfetta le varie situazioni e le contraddizioni di cosa sta succedendo ai personaggi, impreziosendo ancora il tutto.
Kechiche dedica questo film al padre deceduto prima delle riprese (e che doveva fare lui Slimane) come si legge nella didascalia finale, omaggiando un ciclo di vita davvero perfetto che si conclude con un finale per nulla consolatore ma altamente significativo.
In definitiva un lavoro davvero ottimo, un film significativo, appassionante, che sfonda il concetto di base etnico per mostrare emozioni forti in maniera grandiosa, scegliendo scene semplici e nude, forse ancora più emozionanti perchè fuori di pelle come dei fili elettrici scoperti. E scopriamo che quando non arriva più energia dobbiamo cercarla nei modi e nei posti più impensati senza mai cedere.
Non fatevi spaventare dalla durata del film (151 minuti), questo cous cous è dannatamente buono e pieno di sapore non solo per lo stomaco ma sopratutto per il nostro intelletto troppe volte violentato da prodotti di cinema insipidi, e dato che è qualche settimana che stiamo mangiando bene con alcuni film davvero notevoli (non italiani purtroppo) non perdiamo l'abitudine al buono e fagocitiamocelo senza neppure pensarci.

Giudizio:


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