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| American Gangster |
| Lunedì 21 Gennaio 2008 01:00 | |||
Titolo originale: American GangsterNazione: U.S.A. Anno: 2007 Genere: Drammatico, Crimine Durata: 157' Regia: Ridley Scott Cast: Denzel Washington, Russell Crowe, Josh Brolin, Cuba Gooding Jr., Chiwetel Ejiofor, Carla Gugino, John Hawkes, Edwin Freeman, Jason Furlani Produzione: Universal Pictures, Imagine Entertainment, Relativity Media, Scott Free Productions Distribuzione: UIP Data di uscita: 18 Gennaio 2008 Trama: Tratto da una storia vera. 1968. Frank Lucas è il fidato autista di un potente boss di Harlem, del quale conosce a menadito le abitudini e le modalità di controllo del territorio. Alla morte del suo capo, Frank ne prende il posto e ne segue le abitudini che ha imparato, introducendo un commercio di eroina abilmente trafugata dal Vietnam dove è in corso la sanguinosa guerra che vede gli Usa coinvolti. Il suo potere grazie a questo traffico oculatamente gestito sale in maniera esponenziale facendolo diventare ricchissimo, ma un piccolo errore che commette fa insospettire il tenace poliziotto della narcotici Richie Roberts che sta per diventare avvocato. Fiutata la preda Roberts si mette a caccia per consegnarlo alla giustizia, ostacolato però dalla corruzione imperante nel corpo di polizia. L'impresa sembra davvero ardua, ma... Recensione di ALBERTO DI FELICE L'America si racconta con le storie dei suoi gangster. Non è la prima
volta. Il criminale e la sua famiglia, biologica e/o allargata, sono i
naturali prodotti umani, i modelli ideali ed epici di una struttura
invisibile, quella del "potere", che nella macchina economica, politica
e militare degli Stati Uniti trova il "demone" ultimo. Il film di
Scott, se ce ne fosse bisogno, lo rende chiaro sin dal titolo, quasi
come il Cronenberg di A History of Violence: in American Gangster vediamo la storia di un gangster americano.
Che forse "America" stia (anche) in questo caso per "violenza"? Sembra
piuttosto che Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian
(co-sceneggiatore guarda caso dello scorsesiano Gangs of New York)
per "America" intendano "ordine". Un ordine imposto appunto dal potere
sistemico, illegale e machiavellico, che governa cosa e chi entra ed
esce dal Paese, i principi da dettare per mungere le sue mucche da
soldi e rimanere in piedi.Ci sono il criminale e il poliziotto, il nero e il bianco, diversi ma ugualmente reietti. Il primo, a modo suo, incarna i valori tradizionali americani: famiglia (fratelli, cugini e mamma accolti nella dimora fresca di vernice all'eroina) e matrimonio (la moglie non si tradisce), religione (la mamma si porta a messa tutte le domeniche), il Merry Christmas con la neve e i tacchini del Giorno del Ringraziamento, l'etica imprenditoriale protestante del duro lavoro, della parsimonia (niente gingilli) e del profitto sua giusta ricompensa, il rispetto della proprietà (il trademark). Non appare casuale che la facciata della sua stessa casa —che significativamente ci viene mostrata in campo lungo in due occasioni: l'arrivo della famiglia dal North Carolina e l'arrivo del detective Trupo (Josh Brolin) in cerca del malloppo prima dell'arresto— ricordi la Casa Bianca. L'altro pure incarna valori tutti americani: la legge, l'incorruttibilità, l'onestà, la testardaggine del giusto. C'è però che entrambi se la cavano parecchio male nei campi che sono il punto di forza dell'altro: il criminale è appunto un criminale, e il poliziotto non sa cosa sia la famiglia né cosa gli sia conveniente. Il film è ovviamente impegnato, senza farci vedere i due assieme se non alla fine, a opporne pregi e difetti, doppie facce (che infine si uniscono e completano) di una doppia nazione. Ma l'affresco di storia vera, pur rispettando i loci classici del genere costruendo su questa opposizione buona parte di sé, con frequente ottimo uso delle sequenze a episodi e del montaggio parallelo (opera del fido Pietro Scalia), oltrepassa il dato umano e la saga universale sulle origini del male e del bene, su intrighi, morte e fatalità, che sfumerebbe quasi nell'indefinito: si impone soprattutto come commento politico circostanziato e preciso. Questo film infatti non racconta la solita ascesa e caduta di un mafioso. Pur evitando facili schematismi, si conclude con la messa in accusa non risolutiva o totalizzante del sistema stesso, o meglio della sua parte marcia, il suo anello più debole: l'avversario del detective Richie Roberts (Russell Crowe) non è il boss Frank Lucas (Denzel Washington), ma quelli per cui lavora. Lucas pensa orgogliosamente di essersi guadagnato l'indipendenza, l'agognato sogno americano: lui non lavora per nessuno se non sé medesimo. Il film non genera parallelismi manichei, tuttavia ci dice a chiare lettere che non è così: Lucas si sta arricchendo grazie alle bare dei soldati morti in difesa della "democrazia", in Vietnam, e per conto di un vasto apparato di corruzione che dà da mangiare a due terzi di quelli che dovrebbero dargli la caccia. Lo fa tagliando fuori gli intermediari, andando dritto alla fonte della droga e vendendola direttamente al pubblico. Il suo mentore e capo per quindici anni, Bumpy Johnson (Clarence Williams III), non vedeva la cosa di buon occhio: per lui l'eliminazione degli intermediari era il problema dell'America. Fra la droga e il pubblico che la consuma c'è adesso solo la polizia, pubblico potere che non fa il suo dovere. Fatte le differenze del caso, viene per certi versi in mente il discorso portato avanti da Redford con Leoni per agnelli. In entrambe le pellicole si riflette sulla mediazione come fattore irrinunciabile, sul ruolo civile delle scelte: Scott trova in un poliziotto "boyscout" e in un boss decaduto quella "parte migliore" del Paese che Redford spera di rintracciare nelle decisioni future di una giornalista e di uno studente. Scott fa come Redford un pamphlet, assieme disilluso e assertivo, ma senza l'aulicità del pamphlet redfordiano, lavorando con le associazioni e metafore della narrazione di genere anziché prendere più alla svelta il toro per le corna. Riprendendo il filo della "mediazione", si potrebbe dire forse che Scott fa più affidamento sul potere mediativo del cinema, testimoniando la sua persistente valenza ermeneutica sul reale. In ogni caso, mostrando un cinema che per essere civile non deve esibire il suo impegno, per essere critico non deve rifuggiarsi nel nichilismo, e che per descrivere una nazione sceglie di dire che il suo valore —citando le parole di Frank a suo fratello Huey (Chiwetel Ejiofor)— si vede solo da chi è "the weakest one in the room".
Giudizio: Recensione di PIETRO SIGNORELLI Il grande Ridley Scott ha deciso di continuare la sua meravigliosa
carriera di artista della cinepresa (inutile citare i suoi capolavori
della fantascienza come Blade Runner e Alien, ma è
autore talmente talentuoso da poter girare sempre grandi risultati
qualunque genere) con la trasposizione cinematografica della storia
vera di Frank Lucas in arte "Superfly", capace di diventare da semplice
autista di un boss di Harlem il più grande narcotrafficante della sua
epoca. Lucas elaborò un geniale sistema di arrivo dal Vietnam negli Usa
della sua droga purissima non tagliata (denominata "Blue magic") a
prezzi relativamente bassi, sfruttando la congiunzione della terribile
guerra in atto al tempo (il film parte con la sua storia dal 1968).
Sulle orme de Il padrino (notare che nel capolavoro di Coppola
Don Vito Corleone osteggiò sempre il traffico di droga da parte della
sua mafia) Lucas diventa potentissimo e raduna intorno a sé tutta la
sua famiglia a lavorare con lui, crea degli intelligenti traffici
satellite, non esagera mai con le azioni criminali per guadagnare oltre
il possibile, peccato che ironia della sorte l'unica volta che commette
un veniale errore (non vi diremo ovviamente quale) scatena addosso a se
un mastino incorruttibile come il poliziotto Richie Roberts, donnaiolo
in totale crisi coniugale, ma diventato famoso per aver restitutito al
comando centrale, in nome dell'onestà, un milione di dollari che poteva
senza rischio tenere per se.A quel punto i due fanno strada parallela inversa, mentre Roberts affronta i problemi avvocatizi per l'affidamento del figlio, Lucas si sposa con Eva, affascinante Miss Portorico, mentre il poliziotto scava nel torbido il boss sente il suo impero attaccato da più parti. Scott, inutile dirlo, sfodera una maestria senza pari nel dipingere per la sua lunghezza questo stupendo affresco (157 minuti), riprese eccezionali da ogni angolazione, tempi perfetti di entrate in scena degli attori, scene studiate e montate (per non parlare della fotografia con tonalità sempre plumbee adattissime al racconto) nei minimi dettagli (grandiosa quella dell'arrivo della numerosa famiglia nella tenuta di Frank). Denzel Washington è il boss che viene continuamente confuso per un mafioso del Bel Paese dagli investigatori ("È un nero, non un italiano") continuando i riferimenti coppoliani, interpretazione a dir poco eccezionale la sua (profumo di oscar prossimo venturo), calibrata e sospesa tra l'estrema crudeltà (anche verso i fratelli che sbagliano) e il rispetto delle regole che ha assorbito dal suo mentore. Russell Crowe (attore feticcio di Scott dopo Il gladiatore e Un'ottima annata) è perfetto nel ruolo dell'onesto poliziotto con il vizietto delle donne, che riesce a mostrare con grande efficacia i turbamenti interiori e le paure del personaggio, ma anche il suo coraggio indomito che non ha paura della lotta intestina con gli altri poliziotti. Lymari Nadal è la bellissima Eva, moglie decisa di Frank, mentre Carla Gugino è la moglie in rotta con il poliziotto. Parlato dei lati tecnici a dir poco strepitosi (compresi sparatorie ed inseguimenti) bisogna parlare dell'iconografia di questo film, che il geniale Ridley usa per parametrare comportamenti e filosofie di vita, situazioni storiche con quelle dei singoli. Un elicottero buttato in mare alla fine della guerra del Nam coincide con le difficoltà di Frank ("Superfly non vola più"), un continuo spostamento di bicchieri di caffè sembra una partita a poker dalla posta decisiva nel grandioso faccia a faccia tra i due contendenti, un aspirapolvere sottolinea le pulizie di uomini, l'inizio della guerra e la sua fine scandiscono gli stati di gloria del boss, un cane e una cuccia vogliono dire rifugio sicuro di cose ben diverse, la morale fatta al fratello è la cosa che mette nei guai, il sogno americano infranto è il sogno perdurante e arricchente di un altro impero. Siamo di fronte a un lavoro praticamente perfetto che si snoda stupendamente in ogni settore cinematografico, dall'attoriale con una gara tra campioni, a quello di sceneggiatura (eseguita da Steven Zaillian) e regia, senza dimenticare tutto il resto, con un preciso senso del potere degno e nel nome dello Scarface di De Palma. Il tutto perfettamente calato nella difficile realtà di Harlem e dintorni di quaranta anni fa. In definitiva un film potente, immedesimante e coinvolgente, fatto benissimo, da vedere e gustare assolutamente, senza minimamente farsi spaventare dalla sua durata extralong che serve a farlo svolgere nella perfezione e non nell'allungarlo privo di fascino, commovendoci nell'abbagliante finale. Perderselo sarebbe un delitto verso il cinema e verso di voi, e se i crimini fossero cercati e risolti da un poliziotto bravo come Roberts al momento dell'arresto per non averlo visto, potremmo solo dire "Mea Culpa". Meglio pagare un appagante biglietto che vivere con il rammarico. Non perdetevi la straniante scena dopo tutti i titoli di coda.
Giudizio:
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Titolo originale: American Gangster
L'America si racconta con le storie dei suoi gangster. Non è la prima
volta. Il criminale e la sua famiglia, biologica e/o allargata, sono i
naturali prodotti umani, i modelli ideali ed epici di una struttura
invisibile, quella del "potere", che nella macchina economica, politica
e militare degli Stati Uniti trova il "demone" ultimo. Il film di
Scott, se ce ne fosse bisogno, lo rende chiaro sin dal titolo, quasi
come il Cronenberg di A History of Violence: in American Gangster vediamo la storia di un gangster americano.
Che forse "America" stia (anche) in questo caso per "violenza"? Sembra
piuttosto che Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian
(co-sceneggiatore guarda caso dello scorsesiano Gangs of New York)
per "America" intendano "ordine". Un ordine imposto appunto dal potere
sistemico, illegale e machiavellico, che governa cosa e chi entra ed
esce dal Paese, i principi da dettare per mungere le sue mucche da
soldi e rimanere in piedi.
Il grande Ridley Scott ha deciso di continuare la sua meravigliosa
carriera di artista della cinepresa (inutile citare i suoi capolavori
della fantascienza come Blade Runner e Alien, ma è
autore talmente talentuoso da poter girare sempre grandi risultati
qualunque genere) con la trasposizione cinematografica della storia
vera di Frank Lucas in arte "Superfly", capace di diventare da semplice
autista di un boss di Harlem il più grande narcotrafficante della sua
epoca. Lucas elaborò un geniale sistema di arrivo dal Vietnam negli Usa
della sua droga purissima non tagliata (denominata "Blue magic") a
prezzi relativamente bassi, sfruttando la congiunzione della terribile
guerra in atto al tempo (il film parte con la sua storia dal 1968).
Sulle orme de Il padrino (notare che nel capolavoro di Coppola
Don Vito Corleone osteggiò sempre il traffico di droga da parte della
sua mafia) Lucas diventa potentissimo e raduna intorno a sé tutta la
sua famiglia a lavorare con lui, crea degli intelligenti traffici
satellite, non esagera mai con le azioni criminali per guadagnare oltre
il possibile, peccato che ironia della sorte l'unica volta che commette
un veniale errore (non vi diremo ovviamente quale) scatena addosso a se
un mastino incorruttibile come il poliziotto Richie Roberts, donnaiolo
in totale crisi coniugale, ma diventato famoso per aver restitutito al
comando centrale, in nome dell'onestà, un milione di dollari che poteva
senza rischio tenere per se.







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