CLASSIFICA SETTIMANALE

Incassi al 07/02/2010
1 Avatar 3D =
2 Baciami ancora =
3 Paranormal Activity
new
4 Alvin Superstar 2
a
5 Tra le nuvole
-
6 Avatar
-
7 La prima cosa bella
-
8 Io, loro e Lara
-
9 Bangkok Dangerous – Il codice dell'assassino new
10 Il quarto tipo
-
Archivio incassi settimanali

Designed by:
SiteGround web hosting Joomla Templates
Into the Wild - Nelle terre selvagge Stampa E-mail
Venerdì 25 Gennaio 2008 02:25
Into the Wild / Locandina originaleTitolo originale:      Into the Wild
Nazione:      U.S.A.
Anno:      2007
Genere:      Avventura, Drammatico
Durata:      140'
Regia:      Sean Penn
Cast:      Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian Dierker, Catherine Keener, Vince Vaughn, Kristen Stewart, Hal Holbrook
Produzione:      Paramount Vantage, River Road Films, Art Linson Productions, Into the Wild, River Road Entertainment
Distribuzione:      BIM
Data di uscita:      25 Gennaio 2008

Trama: Nel 1992, dopo la laurea al college, il brillante studente Christopher McCandless abbandona tutto quello che possiede e tutti quelli che conosce. Vuole arrivare in Alaska e ritrovare sé stesso nella solitaria e selvaggia natura.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Into the WildLe domande ultime dell'esistenza sono poche e semplici. Nel proprio percorso, ognuno di noi si troverà suo malgrado a chiedersi cosa lo rende umano, da cosa ricava pienezza, di cosa ha bisogno. Tutto questo, da sempre, è determinato anche e forse soprattutto, fra il casuale ed il costretto, da qualcosa di fondamentalmente insondabile, un insieme di fattori genericamente racchiudibili in quel termine usato per comodità ma necessariamente indefinito: la società. L'individuo si scopre così in vario modo delimitato dai princìpi, dalle categorie e dai concetti portanti del luogo e del tempo che, da animale sociale, abita. Opposto a questi è un altro termine, sfuggevole stavolta perché da definire autonomamente, l'istinto, l'esser-per-sé in distanza dagli altri, essere libero e incondizionato nel cosa e nel come.
Christopher McCandless (Emile Hirsch) si è dovuto (o si è voluto) porre queste domande, si è dato una risposta chiara, definitiva, e una meta. L'esser-per-sé è un ritorno all'antitesi sociale: la natura. Nella solitudine dei vasti spazi, vivere il momento fermo nella sua pura bellezza, e solo in esso trovare la propria semplice, immutabile compiutezza. Chris ha scelto l'Essere, la libertà. Più che di istinto, si potrebbe parlare al contrario di perfetta razionalità, per ricondurre ciò che è incomprensibile ad unità. È forse la società "razionale"? È davvero guidata da una "mano invisibile" per mezzo della quale tutto trova una sua giustificazione complessiva? O è forse un contratto, una convenzione che nonostante tutto mantiene immutato il caos, la barbarie dell'uomo-contro-uomo, un equilibrio fittizio?
Della "società", elemento costitutivo, al di sopra del singolo, è la famiglia. Unità base fondamento stesso della socialità, primo gruppo intermedio fra l'individuo e il più ampio complesso di rapporti sovrastante. Forma primogenia, risalente ai tempi dei tempi, per definizione la basilare "società naturale". Ma dove finisce il suo essere "naturale" e inizia il suo essere "sociale", la sua costruzione ad hoc sulla base di definizioni variamente fabbricate? È questa la vera domanda che ha spinto Chris a lasciare i genitori (William Hurt e Marcia Gay Harden) e l'amata sorella (Jena Malone), appunto la domanda fondamentale sull'unità sociale fondamentale dalla quale, nel bene o nel male, tutto deriva. Quello che è successo nella sua famiglia, o meglio come la sua famiglia ha vissuto sin da quando era piccolo, ha trovato per lui finalmente una spiegazione, un segreto, che gliela rende insopportabile: scoprirsi non il frutto di un progetto consapevole e perfetto, naturale, ma risultato di un accidente, della distruzione di un altro nucleo famigliare, infine di qualcosa che è schiavo del tempo che scorre rivelando la supremazia delle cose sulle persone. In questo spazio si perde la definizione di sé, il vero Io è distrutto, si è quello (cose) che è altrove stabilito: una macchina nuova, i corsi cadenzati della vita (diploma, laurea, Harvard), l'orologio. Se tutto è sostanziale bugia, bisogna allora tornare all'unità che precede il sociale, alla simbiosi dell'Io con l'infinito, uno spazio attorno non contingentato da artificiosità di cose e persone, e dunque al pieno rapporto con sé.
Chris così parte, semina tracce e le disperde, fa in modo di perdersi e non esser più trovato. La sua meta è l'Alaska, il Nord disabitato. Ma scegliendo il viaggio per scegliere la sua individualità, ha automaticamente creato inconsapevolmente uno iato fra quello che voleva raggiungere, l'essere fermi nella frontiera Nord per fermare il proprio Essere, il tempo, la vita, e quello che vivrà effettivamente, la molteplicità del mondo in cui tutto scorre. Nella testa di un figlio benestante degli anni '80 giunti alla loro fine, tempo di Bush padre dopo Reagan, un American Psycho post-litteram proiettato negli anni '90, l'accidentalità da lui non voluta porterà inevitabilmente ad un lavoro da colletto bianco, una nuova famiglia, un'immagine vincente. Non si sa con quale reale senso, anzi si sa già che un senso non ci sarà. Ma in quest'immagine che Chris dà per scontata, quella che la "società" gli renderà impossibile rifiutare se non rifiuta per prima la società stessa, è postulata l'idea di un'altra immutabilità, quella della mancanza di scelta dentro la società. Questa scelta deriva dalla collisione dell'Io con altri Io, e attraverso l'incontro porta all'Essere vero, ossia l'essere che si forma lungo un tragitto non ancora scritto.
Si può sapere chi si è senza avere un altro Essere di riferimento sul quale parametrare e misurare la propria umanità, nel cui sguardo riconoscersi? Chris in cuor suo è convinto di sì: nel viaggio incontra delle persone, ma il percorso verso la meta fissa non può esserne deviato, non può perdere la sua razionale progressione. Le persone sono accidenti, la natura è eterna. Vedrà fiumi, foreste, neve e deserti. Non sa ancora che quando sarà il momento di vedere quello che è davvero importante, questo sarà in lacrime e volti umani, quelli sui quali risplende la luce di Dio. Qualsiasi cosa Dio sia.

Giudizio:

 

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Into the WildTratta dal libro di Jon Krakauer, la vita vera di Christopher McCandless e il suo desiderio di vivere nelle terre selvagge, libero da ogni vincolo della società e i suoi dettami. Una storia umana intensissima che avrebbe potuto far tremare i polsi ad ogni regista, ma non a Sean Penn, diventato ormai artista totale da diverso tempo, sia in direzione che in recitazione, che qui colleziona e ci dona una perla infinita dal valore poetico grandioso. La trama è semplice e lineare: il giovane McCandless subito dopo la laurea capisce che qualcosa ormai non lo soddisfa più nella sua famiglia e nel suo modo di vivere, dona i suoi averi a una associazione benefica, e parte per un giro itinerante a piedi (da trampoliere, Supertramp) con destinazione finale la solitudine dell'Alaska per raggiungere un traguardo personale di completamento spirituale. Nel cammino incontra varia umanità e si relaziona con essa.
Sembrerebbe un tema affascinante per un film on the road, da cui però pare difficile poter estrarre un autentico capolavoro cinematografico; invece, grazie a una perfetta miscela di ogni comparto (prima di tutto per come sono fotografati i paesaggi strepitosi che fanno sfondo alla vicenda, ma anche protagonisti e antagonisti del giovane eversivo ragazzo), si forma una delle pellicole degli ultimi anni più umane, intense, coinvolgenti, stimolo di grandi riflessioni post-visione che rimane impressa nel nostro animo a marchio di fuoco che non si vuole mai cancellare. La musica (OST da acquisto immediato) con le sue parole perfette (tra l'altro grande totale completa sottotitolazione delle canzoni, anche con i titoli di coda che scorrono) che fanno da arco e cornice alla vicenda che vediamo. I testi che leggiamo si integrano a completare il senso del peregrinare di Supertramp, che con la sua logica di vita strega non solo noi spettatori ma anche i personaggi che incontra, che da lui prendono beneficio e valore nuovo, quasi che dopo aver completato la sua visita e il suo incontro debba andare subito per portare altre parole a persone che ne hanno bisogno (il vecchio solitario, i due ragazzi di Copenaghen in visita in America, la coppia di hippie e la ragazzina con la chitarra sedicenne che si innamora di lui). Il cammino è ogni volta irto di nuove fatiche, incontra vari tipi di ostacoli e con il paesaggio che cambia sempre bisogna che il protagonista (un Emile Hirsch sublime, ricordiamolo in Alpha Dog e Il club degli imperatori) si adatti alle difficoltà, che affronta con sorriso e con caparbietà senza mai stancarsi, fino a che trova il suo sancta sanctorum nel Magic Bus, un pullmino abbandonato che in passato era usato per dei ritrovi o rifugio di cacciatori (quando lo scopre, dopo aver gridato per essere sicuro di essere solo, rinviene un tavolo, un letto e qualche altro arnese da utilizzare). Il sistema di racconto è molto particolare: con un sapiente montaggio si parte dal momento del ritrovo del bus al freddo della neve dell'Alaska, poi con dei flashback, cadenzati con didascalie dal tempo che li distanzia dalla scena iniziale, si percorre il cammino spirituale di McCandless dividendolo in capitoli che sono il percorso della vita (dalla nascista alla saggezza/maturità).
I dialoghi sono eccezionali, parole nel vento che ci fanno venire i brividi con voci calde ed intense fuori campo, come le sensazioni della sorella che approva il comportamento del fratello ma vorrebbe sapere come sta, dialoghi da pelle d'oca che mettono a disagio per non sentirsi all'altezza della sfrontata utopia che il ragazzo coltiva, tanto sicuro di sé da non capire che la sfida per abbattere le frontiere è pericolosa, irta di pericoli e soprattutto senza possibilità di essere direttamente raccontata da chi l'ha ideata («Voglio che quello che è successo lo racconti mio fratello, non qualcun altro»). Il tutto senza la minima sbavatura, con un racconto asciutto, completo, efficace.
Viene da pensare e riflettere che in fondo la parola "Alone" ossessivamente scritta sul legno sia un viatico per dare una similitudine di necessità nel dover vivere con un contatto anche nei territori selvaggi, perché dal momento che è rimasto completamente solo e non può parlare con nessuno Christopher perde la sua sicurezza e le sue certezze, non dando beneficio ma neppure ricevendone, messaggio univoco di dover cercare il proprio senso della vita ma non per forza uscendo da ogni canone o aggregamento urbano/societario. E di fatto quando rinnega uno dei suoi dogmi per disperazione («Avere solo il necessario») uccidendo l'alce e prendendo più di quello che gli serve, la natura sembra voglia ribellarsi e punirlo. Ha vissuto due anni girando nelle difficoltà ma sempre con qualche valido appiglio, rifiutando anche un letto a cui ormai non era più abituato, ma ora che non ha nessuno deve per forza pagare il suo rifiuto totale non calibrato del fatto che non siamo soli e non possiamo né dobbiamo esserlo per forza.
Oltre al grandioso protagonista (totalitario nella difficile parte) abbiamo la presenza performante di Vince Vaughn (con barbetta e baffi nei panni di un agricoltore trafficone), quella di William Hurt (l'arcigno e arido padre, vero motore della rivolta emotiva di Supertramp) e Catherine Keener (Jan Burres).
In definitiva un grandioso lavoro emotivo, che si fonda su immagini fondamentalmente semplici di grandiosi ambienti, ma perfettamente incastonate tra loro come una collana di perle dalle perfette tonalità di colore diverso. Lavori di questo livello e di questo valore, così sentiti e così poetici, dove ci troviamo ad essere impotenti umili spettatori di tanta forza sanguigna della sfida dell'uomo alla natura e ai propri limiti, sarà molto raro vederli in futuro, e dobbiamo ringraziare Penn per un regalo fenomenale giunto da dove ce lo si aspettava (la sua bravura ormai non era una novità); ma non ci si poteva aspettare certo che fosse di tale proporzioni, connubio perfetto di costruzione filmica con sentimento emotivo. Da non perdere assolutamente per nessun motivo, soprattutto al cinema per ammirare a dovere il respiro della terra selvaggia, dove un uomo si scopre nei suoi limiti e nei suoi difetti. Non abbiamo diritto di autoescluderci totalmente, ma di scegliere con chi e come stare, e il mancato rispetto dei pericoli insiti non sempre è un orso caritatevole che ci ignora e non ci divora. Grazie Sean. Non sappiamo che cosa abbiamo fatto per meritarci questo regalo, ma ora che l'abbiamo nell'anima non lo lasceremo mai andare via.

Giudizio:




Recensione di EMANUELE RAUCO

Into the WildIn anni in cui attori, registi ed eminenze di vari colori di Hollywood fanno a gara per aggiudicarsi il palco mediatico dal quale attaccare Bush e la sua politica, c'è qualcuno (pochi in verità) che si ritrae schivo, che mette in atto le sue idee e le traduce in pensieri e opere.
Tra questi c'è sicuramente Sean Penn, che negli anni in cui tutti parlavano solo da casa (come fa notare Robert Redford nel suo Leoni per agnelli), è andato in Iraq a sdraiarsi nei territori quotidianamente devastati dalle bombe. Forte del suo carisma, Penn ha presentato alla Festa del cinema di Roma questo suo nuovo film, che lontano dalle sterili polemiche della quotidianità, ma dentro quello spirito nazionale che la guerra uccide ogni giorno, racconta la natura e l'animo di un popolo. Centrando un capolavoro.
Christopher, ragazzino benestante e da poco laureato, parte, abbandona tutto e tutti, con l'obiettivo di scoprire la natura e raggiungere l'Alaska. Incontri, esperienze, riflessioni, ne segneranno per sempre la vita.
Scritto e prodotto dallo stesso Penn, un eccezionale viaggio, un road movie drammatico, intimo e assoluto che racconta la formazione e la nuova nascita di un uomo a contatto con la natura e il mondo non civilizzato, ma anche la crescita spirituale e mistica di un popolo che negando il contatto con la terra ha negato la grandezza delle sue radici.
Diviso in 5 capitoli e raccontato dalla voce over della sorella, è la storia vera di Christopher McCandless (a cui Jon Krakauer ha dedicato il libro "Nelle terre estreme"), ragazzo degli anni '90, saturo della civiltà dei consumi e del benessere, che comincia un percorso attraverso la solitudine e l'isolamento, in cui il rifiuto dei simboli del benessere diventa la ricerca dello sporco e della fatica, del sudore e della scomodità, dell'ossessione acuta per un modo di vita e pensiero che, con un violento colpo di spugna, cancelli la civilizzazione e i suoi danni. A lato, discretamente, si snocciola il ritratto di una famiglia il cui crollo delle certezze è il crollo delle basi di un mondo (Bush padre, a ricordarci del figlio). Penn, con una sincerità che va da John Ford a Zabriskie Point, da Grizzly Man fino a Una storia vera, legge l'anima della nazione, con i suoi luoghi e i suoi topoi come tappe del viaggio, le sue persone come compagni (straordinari i ritratti dei molti vecchi), le sue disperazioni come sfondo del racconto: lo stupore di fronte alla natura e la scoperta mistica di un rapporto diverso con i bisogni, ovviamente, ma anche la consapevolezza di un bisogno di comunicare e condividere, in cui il ciclo della vita non termina con la morte, ma con la rinascita.
Tanto profondo ed emozionante da poter durare anche il doppio dei suoi 148 minuti, lo script rende la complessità di un personaggio la cui naïveté e il cui narcisismo di fondo diventano la base di un'ambiguità narrativa su cui Penn sa approfondire i propri dubbi, sa smuovere l'intimo dello spettatore, sa commuoverlo di continuo senza mai estorcergli le lacrime. Rischia, punta molto in alto, sfida anche il ridicolo nella sua radicalità, ma non dimentica mai la purezza con cui guarda al cosmo, con cui vive il cinema, con cui riflette sul mondo.
Un western contemporaneo, l'unico possibile al di là degli omaggi e dei remake, in cui l'unica frontiera è quella interiore e ancestrale, dove la natura madre e matrigna non ha bisogno di ribellarsi perché nessuno può schiavizzarla: e per rendere così toccante e totale (a giudicare dall'unanime commozione alla Festa di Roma) un film del genere, gli attori devono essere straordinari. Non solo lo sono, ma smettono anche di essere attori ed Emile Hirsch, Hal Holbrook, Brian Derker e Catherine Keener diventano semplicemente l'essenza del racconto e della natura. È per film del genere, e per personaggi come Penn, che non possiamo smettere di amare l'America, nonostante tutto.

Giudizio:

 

Commenti (0)
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti!
 








AL CINEMA

Avatar
avatar-poster
 
La prima cosa bella
prima-cosa-bella-poster
 
Tra le nuvole
up-in-the-air-poster
 
Paranormal Activity
Paranormal Activity
 
Il concerto
Il concerto
 
Alvin Superstar 2
Alvin Superstar 2
 
L'uomo che verrà
L'uomo che verrà
 
Il quarto tipo
Il quarto tipo
 
Il mondo dei replicanti
Il mondo dei replicanti