Titolo originale: The Savages Nazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Commedia, Drammatico Durata: 113' Regia: Tamara Jenkins Cast: Philip Seymour Hoffman, Laura Linney, Peter Friedman, Gbenga Akinnagbe, Cara Seymour, Philip Bosco, Sidné Anderson, Erica Berg, Michael Blackson, Hal Blankenship Produzione: Fox Searchlight Pictures, Lone Star Film Group, This Is That Productions, Ad Hominem Enterprises Distribuzione: 20th Century Fox Data di uscita: 25 Gennaio 2008 Trama: Residenti da tempo uno a Buffalo e l'altra a New York, e diversamente insoddisfatti delle loro vite, i fratelli Jon e Wendy Savage si ritrovano dopo anni quando muore la compagna dell'anziano padre Lenny, che vive a Sun City nel deserto dell'Arizona. Costretti a prendersi cura del vecchio e poco amato padre, ormai affetto da demenzia senile, i due lo riportano a Buffalo, dove trovano una piccola casa di cura e nel frattempo devono risolvere le loro questioni in sospeso.
Recensione di EMANUELE RAUCO
Con la nascita della politica neo-con, gli sfaceli del governo Bush, il bisogno di nuove rassicurazioni da parte del pubblico americano, il cinema degli anni ’00 ha fatto tornato alla ribalta, e con toni spesso cupi e ambigui, uno dei temi cardine della cultura americana, quello della famiglia e del rapporto con la generazione dei padri. Non si contano i film che hanno cercato, negli ultimi anni, di dire la loro sull’argomento, e spesso con toni consolatori; eccezione gradita la fa questo film di Tamara Jenkins, sempiterna promessa del cinema indipendente, che cerca invece di raccontare padri e vecchi con toni molto meni accomodanti. Quando il padre comincia a soffrire di demenza senile, Wendy e John devono cominciare a prendersene cura, cercandogli le cure e l’ospitalità adeguata, ma anche cominciando a fare i conti con le responsabilità e le colpe reciproche e del padre. Scritto dalla regista, un dramma familiare pacato e toccante, dai salutari tocchi ironici, che nel raccontare la piccola odissea di una famiglia allo sbando racconta anche un viaggio verso la morte e la fine. Ambientato nel centro degli Stati Uniti, lontani dalla fascinazione metropolitana e dentro la mediocrità urbana, il film racconta con toni realistici, pietosi ma anche cinici, il rapporto tra padri e figli in un momento in cui la malattia e la degenerazione del senno portano a ripercorre tutte le fasi di una relazione affettiva forte come nessun’altra, viscerale e endemica tanto più se costellata di dolori e rimpianti: perdono e comprensione, ma anche voglia di rivincite e giuste considerazioni. Così il film diventa, in seconda analisi, una riflessione sulla vecchiaia, sul suo squallore e sul viaggio silenzioso e inarrestabile che ci porta alla fine, visto sia dall’interno, dagli occhi spenti e delusi di un uomo che sente il peso della propria fine, sia dall’esterno, cioè dai due protagonisti che devono, prossimi alla solitudine, fare i conti con le proprie scelte di vita e coi propri modi d’essere. Riprendendo gli stilemi, i toni e le nuances degli anni ’70 (moda imperante nel cinema indie americano), Jenkins assembla un lavoro molto coerente stilisticamente, di personaggi e psicologie più che di sentimenti o eventi, che già nelle scelte narrative o registiche sembra voler guardare al rapporto tra passato e presente in modo onesto e diretto, senza che il realismo diventi mancanza di tatto, e senza che il rispetto diventi ipocrita edulcorazione: la desolazione diventa immagine pulita e toccante, mentre nelle descrizioni psicologiche non c’è mai cinismo ne depressione. Peccato solo che nel consueto finale “6 mesi dopo” si affacci un velo troppo accomodante che inficia un po’ il quadro complessivo. La sceneggiatura si concentra giustamente – oltre che sui caratteri – sull’atmosfera e slle sfumature narrative, che già dichiara i suoi intenti nell’incipit coi vecchi che vivono ciò che resta delle loro vite, e che trova il suo apice in dialoghi sinceri e lievemente dolorosi, che rendono i silenzi ancora più pesante (bellissimo il padre che si isola nel silenzio mentre i figli litigano per lui); Jenkins gestisce tutto con una regia demistificatoria, capace di trasmettere la solitudine morale dei personaggi, isolandoli spesso nell’inquadratura, e di rendere a pieno la falsità di lische e luoghi comuni sulla paternità e la saggezza dell’anzianità. Colonna portante dell’intera pellicola, che si concede a tratti qualche piccola faciloneria, la forza dei suoi attori, capitanati da un’irriconoscibile Laura Linney – mai così bella e all’apice della sua bravura – che supera un Phillip Seymour Hoffman fedele al suo ottimo standard e un Philip Bosco sorprendente. Successo, specie tra la critica e tra i premi indipendenti, tutto sommato meritato che aspetta la consacrazione alla notte degli Oscar, come fu per altri piccoli film scoperti a sorpresa, ma forse più meritevoli (pensiamo a Il calamaro e la balena). Non ci resta che augurargli in bocca al lupo.
Giudizio: 
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