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| Sabato 02 Febbraio 2008 13:23 | |||
Titolo originale: CloverfieldNazione: U.S.A. Anno: 2008 Genere: Azione, Fantascienza, Thriller Durata: 85' Regia: Matt Reeves Cast: Blake Lively, Mike Vogel, Lizzy Caplan, Jessica Lucas, Michael Stahl-David, Odette Yustman, T.J. Miller Produzione: Bad Robot Distribuzione: UIP Data di uscita: 1 Febbraio 2008 Trama: Durante una festa come tante, un gruppo di amici sta chiaccherando in una tranquilla New York. Uno di loro, Hud, riprende tutto con la sua videocamera mentre l'amico Rob gli chiede di fare una specie di reportage registrando le impressioni della serata. All'improvviso un boato sconvolge la città: una petroliera viene ribaltata da un essere misterioso e gigantesco, e la testa della statua della libertà staccata e gettata in strada. Tutti cercano di salvarsi scappando dove possono, mentre Hud non cessa mai di riprendere quanto accade. Qualche tempo dopo questi tragici fatti ci viene mostrata l'intera sequenza di quanto accaduto proprio come Hud l'aveva ripresa con la sua videocamera. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Incredibile davvero J.J. Abrams, il geniale produttore e ideatore con Bryan Burk di questo atipico disaster movie (termine caro alla cinematografia degli anni settanta/ottanta), che fonda la sua stranezza dall'essere girato interamente come un reportage in presa diretta degli accadimenti con camera a mano, apparentemente (ovviamente nella realtà della realizzazione filmica non è così) senza alcun tipo di montaggio. Abrams si era già segnalato per essere il regista dell'action Mission: Impossible III con Tom Cruise, ma soprattutto per le sue serie televisive di successo come Alias e Lost. Trama e metodologia di ripresa davvero affascinanti, con un intenso lavoro di marketing che ha tenuto nascoste le immagini del mostro che provoca il disastro fino all'ultimo e distillato in rete a poco a poco facendo rimbalzare ogni tipo di congettura (addirittura unendo due poster del film si vedrebbe la sagoma della terribile inarrestabile bestia arrivata da chissà dove, che potrebbe essere anche un esperimento fallito del governo o risvegliata da un terremoto sottomarino), strategia vincente che ha fatto salire l'attesa per questo Cloverfield (letteralmente "campo di trifogli", ma deve avere dei significati slang particolari) alle stelle.Blog, siti di cinema e forum hanno ipotizzato che la creatura poteva essere un prosieguo dei film giapponesi con un redivivo Godzilla, qualche figlio transfugato dal giappone generato da quel genere di mostri, invece niente di tutto questo. La creatura è autoriale, personale e nuova. Non genialissima nella morfologia alla fine dei fatti, ma teniamo conto che la cosa, in questo caso, non è neppure poi così importante. In un film di questo tipo dove i protagonisti sono delle persone qualunque, non armati, spaventati (e tutti attori volutamente semisconosciuti proprio per calare lo spettatore idealmente nella coscienza del personale e del possibile esserci situazionale) e che si muovono non per affrontare il pericolo ma per scampare alla minaccia, alla fine cosa affronti non diventa determinante ma quanto più dove andare per trovare un rifugio sicuro. La trama è facilmente riassumibile: Hud e Rob stanno festeggiando a New York con degli amici, quando un terribile boato porta tutti ad affacciarsi alle finestre. È incominciato un terribile attacco da parte di una misteriosa creatura alla città. Hud non smette mai di riprendere con la sua videocamera ogni fase della successiva fuga e della ricerca della fidanzata di Rob, Beth, rimasta imprigionata nel suo appartamento dal crollo di un muro. E mentre il gruppo di amici coadiuvato da Lili, Marlena e Jason si aggira sperduto per arrivare all'obiettivo, la città fugge in preda al panico e i militari non sanno che fare. I film in presa diretta degli avvenimenti con camera a mano non sono certo una novità – sono stati usati varie volte, come nel famoso (ma tutt'altro che valido) The Blair Witch Project, fu usata anche in una puntata di X-Files – ma sicuramente è stato quanto mai coraggioso prendere questa scelta nel realizzare un disaster movie che conta tra le sue chicche una testa della Statua della Libertà scaraventata in strada, attacchi furiosi di Stealth e carri armati, esplosioni dovunque con morte e distruzione generalizzate. Di fatto questa scelta rappresenta un valore aggiunto nell'immedesimazione dello spettatore, che da un lato può sgradire i movimenti di macchina tanto sincopati e frenetici (davvero meglio vederlo prima dei pasti e non dopo, questo film; comunque la durata limitata di 85 minuti è proprio cercata per aiutare a limitare il disagio di visione) ma dall'altro è scelta performante di ansia, che tiene incollati alla sedia dopo l'inizio tranquillo (abbastanza lungo in proporzione alla durata del film che serve per farci conoscere i personaggi). Bravo il regista Matt Reeves (soprattutto sceneggiatore e produttore, non dirigeva dal 1996 con il film Tre amici, un matrimonio e un funerale) a dosare le varie cose, mettendo al suo interno varie domande non risolte per strada e alcune scene d'impatto strepitoso (quella del ponte ripresa dal basso) e fughe in bui cunicoli dove il pericolo è ad ogni angolo (come se non bastasse, ci sono anche altri problemi oltre al grande mostro da affrontare). Viene accennato anche come la razza umana si distingua pure in questi momenti tragici per i suoi vili atti di sciacallaggio nei negozi, dove solo il gruppo di amici è determinato ad essere unito e pronto ad aiutare gli altri. Gli effetti speciali sono più che validi: distruzione di palazzi ed esplosioni complete, dove il mostro viene mostrato lungamente solo a pezzi e alla fine in maniera completa. In definitiva un film innovativo e geniale, potentemente emozionale, pieno di pathos, che diventerà un cult per la sua concezione filmico/tecnica, fatto per essere visto come non un esperimento ma un modo per immedesimare al massimo nell'azione, con eroi qualunque che non combattono ma scappano per la vita, rovinato purtroppo da un design della creatura banale, alcune scelte narrative discutibili (il faccia a faccia davvero straniante con un senso perso delle proporzioni), comunque da vedere assolutamente perché di film così coinvolgenti non ne passano davvero molti. Paradossalmente, magari poteva scontentare qualcuno, ma se la minaccia fosse rimasta sempre occulta nella visione il valore del film poteva ulteriormente alzarsi. Per la camera a mano lo stomaco regge, non preoccupatevi, e al limite fate come abbiamo scritto sopra: prendere prima dei pasti. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO Un’abnorme fantasia post-11 settembre. Con molti degli elementi che hanno reso tristemente filmico il crollo delle Torri gemelle. Questo è fondamentalmente il fenomeno mediatico di questi giorni, che dall’America arriva in Italia per uscire il 1° febbraio nelle nostre sale. Si parla di Cloverfield, il film di Matt Reeves prodotto da quel genio della comunicazione che è J.J. Abrams, che infatti ha deciso di creare attorno al film l’alone dell’evento, cominciando a diffondere (non a caso la strategia si chiama viral marketing) immagini, notizie e immagini furtive sul web e sulle testate specializzate, fino a che il trailer e il subliminale manifesto hanno portato il film a incassare 47 milioni di dollari nel primo giorno di programmazione. La trama è quasi inesistente: durante una festa, un gruppo di ragazzi viene sconvolto da esplosioni e devastazione. Scappano, temendo un terremoto o un attacco terroristico, ma si trovano di fronte a un mostro: e l’esercito deve rispondere. Se la storia non sembra particolarmente nuova, anzi non lo è affatto, nel film di Reeves l’unica cosa che conta è la messinscena: partendo dalle riprese effettuate con la telecamera alla festa, il film è tutto girato dal punto di vista di quella telecamera amatoriale, che riprende il viaggio per una New York devastata e sotto assedio, alla ricerca della salvezza propria e altrui, evitando assalti e pericoli e cercando vie d’uscita, con l’aiuto dei pochi superstiti. In pratica un reportage di guerra sposato con la fantascienza.Qualcuno ha paragonato la tecnica di regia a The Blair Witch Project, ma l’approccio di Reeves è opposto: dove li si usava la macchina per giustificare la povertà di mezzi e la scelta di un orrore puramente immaginario e percettivo, qui le riprese “amatoriali” l’uso di una macchina a mano non professionale, le immagini che saltano o si spengono, servono per dare un altro spessore a un catastrofismo irreale perfettamente ricostruito, dove gli effetti speciali e i prodigi della tecnica trovano posto nell’anticonvenzionalità delle riprese, tanto da acquistare più valore reale tanto più la cura dell’immagine è fittizia. La testa della Statua della Libertà che vola, l’assalto di piccoli mostri parassiti (memorabile la sequenza in galleria), o la scalata a grattacieli piegati, che sono pura esagerazione americana da cinema anni ’70 (Poseidon o Trappola di cristallo), diventano invece i segni di un realismo assoluto e maniacale, dove i suoni, gli assalti sensori e la mancanza degli appigli concessi dalla sospensione della credulità non lasciano respiro allo spettatore, che esce dal film rintronato, scosso. E soddisfatto. Poi possiamo riflettere su come lo straordinario lavoro grafico e di cura visiva renda la regia un po’ pretestuosa, e di come la storia si sviluppi – furbamente – a uso e consumo dell’idea originaria; ma non possiamo negare al film il valore assoluto di intrattenimento di alto livello, con tracce riflessive che ne aumentano lo spessore. Giudizio: ![]() Recensione di ALBERTO DI FELICE In The Blair Witch Project, tanto per partire dal film che automaticamente salta fuori perché tutti lo nominano, il centro semantico era lo spazio ai quattro lati dell'inquadratura, quello nell'inquadratura celato allo spettatore, e da ultimo quello dietro la camera, ossia il fuori campo esterno ed interno espressione del "mistero" alla base (di buona parte) dell'horror. In Cloverfield, viceversa, la costruzione generale dell'uso che si fa di quanto viene ripreso dalla camera (in questo caso una videocamera digitale) si basa sulla sovrapposizione temporale di parti del girato. Sul montaggio, dunque. Queste parti sono due: la prima (che è quella dalla quale si parte) si svolge il 27 aprile, quando Rob (Michael Stahl-David) e Beth (Odette Yustman) si risvegliano nell'appartamento del padre di lei che dà su Central Park; la seconda si svolge neanche un mese dopo, il 22 maggio, dai preparativi della festa per Rob, che sta per partire per il Giappone causa elezione a vice-presidente di chissà quale multinazionale, fino alla mattina del 23, quando di nuovo Rob e Beth giungeranno sotto lo Stone Bridge di Central Park.La seconda parte è registrata sopra alla prima, essendo usata la videocamera di Rob senza cambiare nastro. E nonostante il film sia sbandierato come film catastrofistico (cosa che in parte, molta parte, e forse un po' troppa parte è), il suo interesse a mio avviso consiste nella relazione fra queste due entità. Sono due parti temporali che nel filmato sono in rapporto presente-passato, ma che lo spettatore è chiamato, mentre vive la "realtà" che si sviluppa dalla sera del 22 maggio (ripresa stabilmente da un solo operatore dilettante) come perno del suo tempo attuale della visione, a leggere entrambe nel passato: allo spettatore viene segnalato subito che sta per vedere un filmato secretato negli archivi militari, e sa che Central Park non esiste più. Questo meccanismo è rafforzato dalla proiezione in avanti effettuata dalla consapevolezza del futuro viaggio di Rob, che sappiamo non ci sarà. Un'altra cosa interessante è che quello che lo spettatore vive come presente della storia e della sua visione (sapendo che è passato) viene presentato subito come documento, ma non un documento giornalistico o con ambizioni di inchiesta od oggettività: la ripresa della sera del 22 maggio nasce dalla registrazione di alcuni messaggi di amici a Rob, prima che questi parta, affinché lui possa vederli ed ascoltarli una volta arrivato in Giappone. Di più, questi messaggi vengono presentati come simili ai tipici messaggi di amici ad un matrimonio; e quello che diventerà l'operatore del(la maggior parte del) film, Hud (T.J. Miller), viene convinto a farsi carico del filmato per avere l'opportunità di attaccare bottone con Marlena (Lizzy Caplan). In questo modo, il film crea una dinamica interna fra le due entità temporali che ha come fattore modellante i sentimenti del protagonista Rob in rapporto a Beth, con la quale è amico da una vita e che è da poco anche una sua ex. O meglio riflette da demiurgo su quanto Rob scoprirà durante il film. Quello che avviene la sera del 22 maggio viene interrotto più volte dai frammenti registrati e non cancellati del 27 aprile, con Rob e Beth che in metro si stanno dirigendo felici a Coney Island. Il film li separa subito, quando lei lascia la festa, e fa leggere la fuga dalla/e strana/e creatura/e che ha/nno invaso Manhattan come un rincorrere appunto Beth, che va salvata. Quello che sembra sostenere l'ossatura del film, dunque, non è tanto la creazione di un'apocalittica replica dell'11 settembre con mostri, con intenti di critica sociale o massmediatica sull'immagine, bensì l'uso di questo momento di pericolo conclusivo e terribile come epifania dei sentimenti, della perdita e dell'incancellabilità delle scelte e dei rapporti. Un'idea molto interessante, portata avanti coerentemente. Eppure in questo stona un po' buttare dentro l'esercito ed il governo, qualche perso motivo che sembra chiamare in causa la televisione (il mostro iniziamo ad adocchiarlo meglio al telegiornale su schermi al plasma o lcd), i disastri ambientali (la petroliera capovolta), richiami all'uragano Katrina (una Manhattan invasa da vandali e saccheggiatori). Sembra che, nonostante la bella idea di base, non si sia voluto evitare di cadere in un quadro catastrofistico leggermente furbo, con vari richiami acchiappatutto lasciati a galleggiare. Anche perché c'è la scusa un po' comoda di non dover spiegare niente, tantomeno il titolo. Forse (anzi, sicuramente) per accontentare un pubblico cui piace avere materiale su cui fantasticheggiare. E di certo J.J. Abrams e Drew Goddard hanno una certa esperienza nell'inseguire i gusti. Nella sostanza è un film con molti motivi di lode, ma senza il coraggio di essere radicale. Forse per la disponibilità di troppi soldi (30 milioni di dollari per un film con videocamera digitale non sono male) per gli effetti speciali? ![]()
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Titolo originale: Cloverfield
Incredibile davvero J.J. Abrams, il geniale produttore e ideatore con Bryan Burk di questo atipico disaster movie (termine caro alla cinematografia degli anni settanta/ottanta), che fonda la sua stranezza dall'essere girato interamente come un reportage in presa diretta degli accadimenti con camera a mano, apparentemente (ovviamente nella realtà della realizzazione filmica non è così) senza alcun tipo di montaggio. Abrams si era già segnalato per essere il regista dell'action 
Un’abnorme fantasia post-11 settembre. Con molti degli elementi che hanno reso tristemente filmico il crollo delle Torri gemelle. Questo è fondamentalmente il fenomeno mediatico di questi giorni, che dall’America arriva in Italia per uscire il 1° febbraio nelle nostre sale. Si parla di Cloverfield, il film di Matt Reeves prodotto da quel genio della comunicazione che è J.J. Abrams, che infatti ha deciso di creare attorno al film l’alone dell’evento, cominciando a diffondere (non a caso la strategia si chiama viral marketing) immagini, notizie e immagini furtive sul web e sulle testate specializzate, fino a che il trailer e il subliminale manifesto hanno portato il film a incassare 47 milioni di dollari nel primo giorno di programmazione. La trama è quasi inesistente: durante una festa, un gruppo di ragazzi viene sconvolto da esplosioni e devastazione. Scappano, temendo un terremoto o un attacco terroristico, ma si trovano di fronte a un mostro: e l’esercito deve rispondere. Se la storia non sembra particolarmente nuova, anzi non lo è affatto, nel film di Reeves l’unica cosa che conta è la messinscena: partendo dalle riprese effettuate con la telecamera alla festa, il film è tutto girato dal punto di vista di quella telecamera amatoriale, che riprende il viaggio per una New York devastata e sotto assedio, alla ricerca della salvezza propria e altrui, evitando assalti e pericoli e cercando vie d’uscita, con l’aiuto dei pochi superstiti. In pratica un reportage di guerra sposato con la fantascienza.
In The Blair Witch Project, tanto per partire dal film che automaticamente salta fuori perché tutti lo nominano, il centro semantico era lo spazio ai quattro lati dell'inquadratura, quello nell'inquadratura celato allo spettatore, e da ultimo quello dietro la camera, ossia il fuori campo esterno ed interno espressione del "mistero" alla base (di buona parte) dell'horror. In Cloverfield, viceversa, la costruzione generale dell'uso che si fa di quanto viene ripreso dalla camera (in questo caso una videocamera digitale) si basa sulla sovrapposizione temporale di parti del girato. Sul montaggio, dunque. Queste parti sono due: la prima (che è quella dalla quale si parte) si svolge il 27 aprile, quando Rob (Michael Stahl-David) e Beth (Odette Yustman) si risvegliano nell'appartamento del padre di lei che dà su Central Park; la seconda si svolge neanche un mese dopo, il 22 maggio, dai preparativi della festa per Rob, che sta per partire per il Giappone causa elezione a vice-presidente di chissà quale multinazionale, fino alla mattina del 23, quando di nuovo Rob e Beth giungeranno sotto lo Stone Bridge di Central Park.







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