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| La guerra di Charlie Wilson |
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| Domenica 10 Febbraio 2008 02:54 | |||
Titolo originale: Charlie Wilson's WarNazione: U.S.A. Anno: 2007 Genere: Commedia, Drammatico Durata: 97' Regia: Mike Nichols Cast: Tom Hanks, Philip Seymour Hoffman, Julia Roberts, Om Puri, Shiri Appleby, Amy Adams, Audrey Alison, Erick Avari, Ned Beatty, Nazanin Boniadi, Kara Clem, Dorothy Macdonald, Rachel Nichols Produzione: Good Time Charlie Productions, Universal Pictures, Playtone, Participant Productions, Relativity Media Distribuzione: UIP Data di uscita: 8 Febbraio 2008 Trama: Il racconto, da un libro di George Crile, tratto dalla cronaca vera e segreta dell'imprenditore e deputato Charlie Wilson, che ricercò sovvenzioni in maniera sotterranea, grazie a vari partner sul finire degli anni '80, per la guerriglia afghana contro la Russia sovietica. Amante delle donne e delle cose belle, capace di circondarsi di un entourage fatto di sole affascinanti e capaci collaboratrici, Wilson e la sua partner commerciale Joanne Herring finirono con le loro azioni per sconfiggere il comunismo russo/sovietico in Afghanistan ma inconsapevolmente armarono anche i talebani e Osama Bin Laden. Recensione di ALBERTO DI FELICE La parola compra, vende, tappa i buchi e quando è il caso svela verità
dannatamente ovvie che nessuno vorrebbe dire a sé stesso. Nel lungo termine e a posteriori, almeno. Se si
cerca un regista che possa declinare queste funzioni (ma anche altre),
Mike Nichols è un'ottima scelta, forse la migliore soprattutto se si
parla di commedie: è uno sensibilmente più furbo dei furbissimi
protagonisti dei suoi film, che di parole non sono certo a corto. La guerra di Charlie Wilson è la versione migliore di Leoni per agnelli, a proposito di parole, azioni e conseguenze, il nuovo (vecchio) piano dell'America per l'Afghanistan. È l'ultimo Comma 22
di Nichols, farsescamente agghindato ritratto di un uomo che
praticamente da solo ha creato il circolo vizioso che un bel giorno ha
risvegliato l'America.Nulla di meglio, per una situazione tanto tristemente ironica quanto arcidetta e più o meno confessata in mea culpa, che raccontarne la genesi sbattendo in faccia una commedia di successo prima della caduta che sappiamo, preannunciata dal suo eroe: un deputato repubblicano privatamente dedito ad ogni piacere della vita ma brillantissimo nel suo lavoro, condensato perfetto di vizi privati e pubbliche virtù. E ce ne sono come lui, oh se ce ne sono. Così ecco che il diabolico Nichols prende la sceneggiatura di Aaron Sorkin, dalla provvidenziale sottigliezza e metodicità al temperino dei dialoghi, e col suo genio e ingegno ne spalleggia il gusto per la ricostruzione farsesca, sempre causticamente alle calcagna di quello che sta succedendo e si sta dicendo, sapendo che è quello che succederà dopo che conta. E quello che succederà dopo chiaramente non c'è bisogno di chiarirlo, essendo fatto notorio. L'apertura del film è tutto dire: annunciato da uno speaker sul palco a ritirare un meritato riconoscimento, ci presenta l'ingrato eroe con la proverbiale pomposità celebrativa riservata al paladino americano tutto pieno di valorosi sentimenti per la patria. Va da sé che questa stessa situazione, e la faccia di quell'eroe con dissolvenza in nero nel finale, da pompose passeranno ad amare. Nichols decanta e contempla la comica banalità della sciagura. Un maverick della politica, anzi un renegade professionale ed indefesso. Non deve chiedere nulla a nessuno, semmai gli altri chiedono a lui: lui ha ben saldi i suoi ideali, dove contano e dove non contano, e al massimo può farsi ricordare come deve votare. Ha deciso tutto di come vuole che le cose vadano: segretarie più che avvenenti Charlie's Angels in bella mostra nel suo ufficio al Congresso, drink lungo tutta la giornata dalla mattina presto, una passione comprensibile per le signorine. Ma anche polso deciso ed ammirevole lucidità e capacità di mediazione. Anche se non sa cosa si può chiedere da bere in un paese musulmano. Possibile che un uomo così, una scheggia pazza, abbia fatto da sé decuplicando gli stanziamenti sotto copertura per comprare armi ed allenare i futuri nemici? Possibile gli sia bastata la sua abilità persuasiva e l'aiuto del figlio di un fabbricante di bibite greco? Basta poco, in fondo, Reagan non serve: bastano gli ideali e il resto, l'azione che ne deriva, cammina da sé. È esattamente questo lo sberleffo della tragedia. La cadenza grottesca del film (la prima scena fra l'ennesimo enorme Philip Seymour Hoffman e Tom Hanks, fra le altre, è un gioiellino di ritmo) si rivela alla lunga sussiegosamente austera, progressivamente matura in una presa di coscienza con una chiusura serissimamente infausta ed aspra. A Nichols basta accorciare i tempi alla stretta finale, seccamente giustapporre le decisioni dell'ex-ante alle nuove dell'ex-post, e da una minima variazione si passa ad un desolato ribaltamento emotivo. Alla fine di questa commedia si arriva tripudiantemente giù di corda. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Il raffinato Mike Nichols (ricordiamo la sua bella regia ultima nel camerale Closer,
dirigendo anche lì Julia Roberts) è il regista di questa ottima
pellicola, cronaca vera di un fatto semi-segreto virato in chiave di
commedia brillante, ma senza mai abbandonare il tono serio e completo
di un racconto lucido e preciso di un fatto successo realmente davvero
grave: l'armamento involontario dei Talebani e di Osama Bin Laden per
sconfiggere la Russia sovietica impegnata nella campagna di guerra in
Afghanistan. Mentre il governo Americano non poteva entrare direttamente sul campo ad intervenire per non rischiare la guerra nucleare contro l'allora altra grande potenza, scegliendo strategie indirette come il boicottaggio delle Olimpiadi, Charlie Wilson (Tom Hanks) sovvenzionò, aiutato dalla ricca texana Joanne Herring (una splendida Julia Roberts, capace di sfoderare, incinta di 4 mesi e a 40 anni, un bikini da capogiro e una chioma argentata old style nella pettinatura) in maniera sotterranea l'acquisto di armi per un miliardo di dollari (con capitali americani, ebrei, sauditi e pakistani) destinati ai Mujaheddin, celando gli intenti affaristico/politico come grande impegno umanitario per difendere la popolazione inerme. Uomo eccentrico e puro texano (bretelle, stivali da cow-boy e camicie in stile) Wilson aveva un entourage di sole splendide ragazze, capitanate dal suo braccio destro Bonnie (la bravissima Amy Adams, recentemente vista in Come d'incanto) sempre fedelmente al suo fianco. Tra inganni ed intrighi, sarà determinante l'aiuto di Gust, un agente della CIA in rotta di collisione con l'intelligence (interpretato da uno strepitoso Philip Seymour Hoffman, recitazione sopraffina ancora una volta). Questa parata di premi Oscar (Hanks, Roberts, Hoffmann) diretti da un regista come Nichols, garantisce un risultato di incredibile fascino, di perfetta congiunzione/confronto tra i palazzi dorati dei ricchi texani dai grandi ricevimenti, e le distese aride e brulle dove i poveri afghani stremati dalla guerra vivono faticosamente. Se partiamo dalla splendida Julia Roberts che esibisce vestiti firmati e d'alta moda, le segretarie di Wilson vestite sempre con sensuale puntiglio, in mezzo il trasandato ma risoluto agente CIA, e finiamo con i bambini mutilati dalle bombe inesplose o dalle mine, vediamo che l'affresco visivo/narrativo si compone di più strati, attraversa diverse situazioni per arrivare sempre al punto finale: ogni azione che in questo momento sembra perfetta, non importa se buona o cattiva, contiene in se il germe dell'errore o del danno per chi la compie (come nel racconto illustrato nel finale da Gust). E così contro il destino scandito da grandi frasi («Combatti questa guerra e vincila, Charlie: è in ballo qualsiasi cosa, compresa la tua virilità» oppure «Per 5000 dollari ogni due anni hai il diritto di chiamarmi Charlie, per 10.000 puoi chiamarmi Betty Sue e ti pulirò le grondaie» e per finire «Metti una bella donna nella mano sinistra e una portaerei nella destra e vedrai cosa guardranno») nulla può la precisione, l'arrivismo puntiglioso e le grandi manovre. Il film ha un ritmo strepitoso, non c'è un solo secondo di stanca o forzatura per tirare avanti, tutto fila via liscio e chiaro, le parole sono esplicate in maniera splendida e gli attori superano se stessi per inglobarsi perfettamente nella vicenda alla quale tengono molto. La Roberts appare sulla scena come una dea imprimendo la sua immagine (bellissima la frase «Sgualdrine!» nel bar rivolta alle collaboratrici di Wilson che si aspettavano ben altro saluto), Hanks è uno spassoso gigione che vive tra belle donne e grandi palazzi lussuosi coltivando il suo obbiettivo, Hoffman un grandissimo agente senza peli sulla lingua, determinato in quanto avvezzo alle vicende sporche della politica. In definitiva scegliere uno spettacolo di questo tipo significa premiare un grande lavoro collettivo multistrato (regia, recitazione, sceneggiatura) che dona grande fascino ma anche molte riflessioni post visione, tutte splendidamente condensate nella scena iniziale dello stinger sparatoci in faccia. È molto bello poter ragionare, discutere, riflettere, partendo da un film che non ha preteso una terribile attenzione a tutto (ma non va assolutamente visto come puro intrattenimento, non lo è per nulla) e nel contempo ci ha anche divertito brillantemente in alcuni punti del suo racconto. Sarebbe un vero peccato perdersi una simile occasione di intelligente riflessione per rifugiarsi in prodotti diversi solo perché la realtà di quanto raccontato ci sembra tanto lontana. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Charlie Wilson's War
La parola compra, vende, tappa i buchi e quando è il caso svela verità
dannatamente ovvie che nessuno vorrebbe dire a sé stesso. Nel lungo termine e a posteriori, almeno. Se si
cerca un regista che possa declinare queste funzioni (ma anche altre),
Mike Nichols è un'ottima scelta, forse la migliore soprattutto se si
parla di commedie: è uno sensibilmente più furbo dei furbissimi
protagonisti dei suoi film, che di parole non sono certo a corto. La guerra di Charlie Wilson è la versione migliore di 
Il raffinato Mike Nichols (ricordiamo la sua bella regia ultima nel camerale Closer,
dirigendo anche lì Julia Roberts) è il regista di questa ottima
pellicola, cronaca vera di un fatto semi-segreto virato in chiave di
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