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| Away from Her - Lontano da lei |
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| Sabato 16 Febbraio 2008 11:22 | |||
Titolo originale: Away from HerNazione: Canada Anno: 2006 Genere: Drammatico, Romantico Durata: 110' Regia: Sarah Polley Cast: Julie Christie, Michael Murphy, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Kristen Thomson, Wendy Crewson, Alberta Watson, Thomas Hauff Produzione: The Film Farm, Foundry Films Inc., Pulling Focus Pictures Distribuzione: VIDEA-CDE Data di uscita: 15 Febbraio 2008 Trama: Grant e Fiona Anderson sono sposati da 44 anni. Quando lei scopre di esser malata di Alzheimer decide di ricoverarsi in una clinica. Per trenta giorni dal suo ingresso a Meadowlake non potrà vedere il marito. Quando Grant può finalmente visitarla, scopre che è nato un tenero rapporto fra lei, che pian piano sta dimenticando, e un altro paziente. Recensione di ALBERTO DI FELICE Sarah Polley aveva ventisette anni quando, più di un anno fa, questo
suo primo lungometraggio veniva presentato al Toronto Film Festival. Il
dato sorprende: una ragazza così giovane (e bella) che fa sua una
storia d'età anziana, la scrive adattandola da un racconto della
connazionale canadese Alice Munro e la dirige. Si rimane meno sorpresi
se si sa che tipo è la Polley: una che da giovanissima ha scelto di non
venire a compromessi, di perseguire una propria politica nella scelta
dei suoi ruoli da attrice, di fare quello che riteneva interessante.
Quando sei una persona con le idee così chiare e vieni a contatto con
Atom Egoyan, David Cronenberg, Isabel Coixet, Wim Wenders e Michael
Winterbottom, la tua sensibilità di persona ed artista non può che
progredire.Ecco dunque che così giovane la Polley può permettersi un film come questo, un soggetto in partenza proibitivo per una serie infinita di rischi: televisivo, pietoso, poetico spicciolo. Non crea un capolavoro, ma fa un piccolo film dignitoso, compostamente umano e pragmatistico. Con una evidente partecipazione, scava nella memoria concentradosi sul presente della coppia anziana, sul presente della perdita senza perdita. Fa così un bel lavoro sul tempo, scegliendo di spezzettare la risposta del marito Grant (Gordon Pinsent) all'Alzheimer della moglie Fiona (Julie Christie), ma mantenendo una continuità senza fughe nel lirico pomposo o nel patetico. Il film non si focalizza infatti sulla malattia in quanto tale, ma la usa come velo rimosso che sostituisce per lo spettatore il bisogno di capire quanto è successo nella vita della coppia. Di questa vita sappiamo pochissimo, ma quel poco (che ci viene detto praticamente tutto durante il viaggio dei due verso Meadowlake) fa intravedere un rapporto e delle scelte. In questa scena la Polley mostra solo qualche inserto in flashback, sulla voce-off di Fiona: in contrasto con i colori di un inverno luminoso della fotografia di Luc Montpellier, e in contrasto con la semplice e bellissima panoramica sul volto sereno della giovane Fiona. La prima volta che la vediamo usata, all'inizio del film, Grant ripreso di profilo in primo piano nella sua macchina (sta andando a casa di Marian, Olympia Dukakis): la macchina viaggia verso destra e in dissolvenza incrociata la panoramica viaggia verso sinistra. Sull'immagine della giovane Fiona sentiamo una parte del dialogo che vedremo più in avanti nel film (anche lì verrà inserita la stessa immagine) fra Grant e l'infermiera Kristy (Kristen Thomson), poi un'altra dissolvenza incrociata ci porta sulle nevi davanti a casa Anderson, con Grant e Fiona che sciano. Pochissimi tocchi, giusto qualche brano figurativo. Questa semplice e gentile progressione, sbriciolando il tempo attuale, lo libera progressivamente di un peso ma non cancella il ricordo e la responsabilità. Ogni personaggio, non solo Grant, viene spinto a rispondere. Con merito di regista ed interpreti, prevalgono sempre l'onestà e la semplicità sulla letteratura, la trasparenza sull'innaturalezza. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO È davvero singolare e curioso, o magari semplice sintomo della
stagione dei premi a cui andiamo incontro, che molte delle uscite degli
ultimi mesi – come già fatto notare in precedenza – abbiano a che fare,
con l’abbandono, la morte, la malattia, l’elaborazione. Come se in
momenti in cui la morte, per mille ragioni, sembra davvero dietro
l’angolo, l’esorcismo cinematografico sia più efficace che altrove.E quindi, per l’esordio nel lungometraggio, l’attrice Sarah Polley (amata in La vita segreta delle parole, di Isabel Coixet) ha scelto di inquadrare la malattia el’abbandono, attraverso la struggente chiave di un attempato rapporto di copia. E senza esaltare, emoziona. Grant e Fiona sono una solida e forte coppia di sposi da 50 anni; ma tutto cambia quando lei comincia a subire i sintomi dell’Alzheimer e deve essere trasferita in una casa di cura. Scritto dalla stessa regista, un dramma sentimentale tenero e straziante, ma non disperato, che sembra la versione non ricattatoria e sincera di un cult della lacrima al cinema come Love Story, con aggiunto il tocco della terza età, ancora più emozionante. Ambientato tra le nevi della campagna canadese e le calde pareti del centro di cura a Meadowlake, il film racconta la fine di un amore, una separazione non proprio consueta dovuta alla malattia e all’oblio, incentrando la storia sul personaggio di Grant che segue la progressiva, lenta degenerazione della moglie quasi da lontano (commoventi i due pranzi di Natale), descrivendone i sacrifici e i nuovi modi per vivere e trasmettere il suo amore alla compagna di una vita: significativa perciò la scelta di una malattia che deturpa ricordi e percezioni per raccontare una storia d’amore cinquantennale che sui ricordi e sulle sensazioni del passato si basa. Così come significativa è la riflessione sulla vecchiaia e la preparazione alla separazione dal mondo, la descrizione dell’impasto di vitalità e depressione proprio delle persone anziane, che la Polley racconta con estrema sincerità e pacatezza, concentrandosi sugli stati d’animo dei protagonisti, e azzeccando, in tutta la parte centrale, un affascinante e tenero balletto di ruoli e situazioni (la “punizione” a cui Fiona sottopone Grant), come se l’oblio desse alla coppia il modo nuovo di rimettersi in gioco, con la memoria come terreno raso al suolo e pronto per essere riedificato; e nonostante qualche cedimento a una drammaturgia più convenzionale, è meritorio il tono sotto le righe tenuta dalla regista. Attraverso una struttura sfasata, di avanti, indietro e digressioni, la sceneggiatura riesce a descrivere la perdita di certezze e punti fermi del personaggi, e con un perfetto gioco di psicologie sa pennellare la conoscenza e l’amore per un’altra persona, anche se – come racconto puro – a volte cede. Polley sembra aver appreso bene le lezioni dei film che ha interpretato, nell’uso delicato e ironico della fotografia di Luc Montpellier, nei lenti carrelli a stringere sui volti, nel centellinare la musica di Jonathan Goldsmith. Ed è soprattutto un film d’attori, intensissimi, dalla favorita all’Oscar Julie Christie, tenerissima ed emozionata nel suo ritratto di donna alla ricerca di una luce (anche se favorita dal tipo di personaggio) al consorte, un perfetto Gordon Pinsent, che adatta il suo viso segnato all’intensità del suo personaggio. Un consiglio, per finire: non fidatevi del lagnoso doppiaggio italiano e vedetelo in lingua originale. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Away from Her
Sarah Polley aveva ventisette anni quando, più di un anno fa, questo
suo primo lungometraggio veniva presentato al Toronto Film Festival. Il
dato sorprende: una ragazza così giovane (e bella) che fa sua una
storia d'età anziana, la scrive adattandola da un racconto della
connazionale canadese Alice Munro e la dirige. Si rimane meno sorpresi
se si sa che tipo è la Polley: una che da giovanissima ha scelto di non
venire a compromessi, di perseguire una propria politica nella scelta
dei suoi ruoli da attrice, di fare quello che riteneva interessante.
Quando sei una persona con le idee così chiare e vieni a contatto con
Atom Egoyan, David Cronenberg, Isabel Coixet, Wim Wenders e Michael
Winterbottom, la tua sensibilità di persona ed artista non può che
progredire.
È davvero singolare e curioso, o magari semplice sintomo della
stagione dei premi a cui andiamo incontro, che molte delle uscite degli
ultimi mesi – come già fatto notare in precedenza – abbiano a che fare,
con l’abbandono, la morte, la malattia, l’elaborazione. Come se in
momenti in cui la morte, per mille ragioni, sembra davvero dietro
l’angolo, l’esorcismo cinematografico sia più efficace che altrove.







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