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Non è un paese per vecchi Stampa E-mail
Sabato 23 Febbraio 2008 12:13
Non è un paese per vecchiTitolo originale:      No Country for Old Men
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2007
Genere:      Avventura, Thriller
Durata:      122'
Regia:      Ethan Coen, Joel Coen
Cast:      Javier Bardem, Josh Blaylock, Rodger Boyce, Josh Brolin, Garret Dillahunt, Beth Grant, Woody Harrelson, Tommy Lee Jones, Josh Meyer, Kelly Macdonald, Barry Corbin
Produzione:      Paramount Classics, Paramount Vantage, Miramax Films, Scott Rudin Productions
Distribuzione:      UIP
Data di uscita:      22 Febbraio 2008

Trama: Llewelyn Moss si ritrova sulla scena di una consegna di droga finita male, ed entra in possesso di una valigetta con due milioni di dollari. Dovrà nascondersi, oltre che dagli altri che la rivogliono, da un killer psicopatico assoldato per recuperarla. Intanto lo sceriffo Ed Tom Bell cerca di capirci qualcosa.

Recensione di ALBERTO DI FELICE


Non è un paese per vecchiCome dice il padre dello sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), l'America è un paese duro con le persone. I fratelli Coen tornano sulla spietata banalità di questa durezza, sui luoghi di una frontiera post-litteram come un angolino di Texas nel 1980. Il Texas occidentale non dev'essere un posto facile. Lo sterminato manto d'erba di uno degli stati più fieri della federazione americana, anche per le sue palesi contraddizioni, degrada quasi nel deserto, che di là dal confine si fa New Mexico e Messico. Llewelyn Moss (Josh Brolin) se ne sta tranquillo a cacciare cervi, prende la mira a distanza dall'alto, ne colpisce uno ma non riesce ad ucciderlo, gli animali scappano. Nella scena precedente il killer Anton Chigurh (Javier Bardem) ha preso la mira da vicino, e immancabilmente ha eliminato un poveraccio che aveva l'auto che gli serviva. Da lontano e da vicino, già da qui si capisce che a uno dei due andrà male perché ha preso male le misure.
In nessuno dei casi ci saranno comunque pallottole: Chigurh non ne usa, mentre Moss rimuove il bossolo. Sembra stiano facendo la stessa cosa, e d'altronde stanno ammazzando o cercando di ammazzare delle vite. Uno un uomo, l'altro un animale. Curiosamente, quello che uccide l'uomo usa un aggeggio ad aria che viene impiegato per uccidere buoi. Figurativamente ci viene ricordato che entrambi, in fondo, sono persone che stanno uccidendo degli animali. E senza che sul luogo da cui parte il colpo letale rimanga traccia di un proiettile. Stanno facendo la stessa cosa, ma in modo e con un'etica diversa, come vedremo nel film.
Il film parte da una promessa. Lo sceriffo Bell, voce-over, ci parla del padre e del nonno, dell'orgoglio dei vecchi sceriffi che giravano senza pistola. I tempi, evidentemente, erano quelli in cui i fatti di Columbine non erano ancora successi. Poi racconta di un unico fatto, anche questo fra adolescenti, inspiegabile, e così confessa di non capirci più nulla. Una volta che si perdono le buone maniere, dirà dopo, quando si comincia a non sentire più «Signore» e «Signora», il resto segue da sé. Ci sta dicendo, in parole povere, che se ne vuole andare in pensione. Di persone andate in pensione, presto "retired", ce ne sono altre due nel film: Moss e Carson Wells (Woody Harrelson), entrambi tornati dal Vietnam. Uno ha smesso di fare il saldatore, l'altro da colonnello si è fatto cacciatore di taglie. Non hanno nulla da spartire, tranne il killer che dimostrerà che qualcosa da spartire purtroppo ce l'hanno. Il pretesto è, da tradizione, una valigia piena di soldi. Moss vuole tenersela affinché anche la moglie Carla Jean (Kelly Macdonald) possa rititarsi dal mondo del lavoro Wal-Mart.
Llewelyn sta cacciando, dicevamo. Da buon cacciatore, ha un binocolo. Un fiuto militare (l'esperienza con l'esercito deve essergli venuta incontro, o contro) e quel binocolo, accidenti non accidentali, decideranno quanto va ad accadere. Come cervi, vede da lontano, sempre dall'alto, dei furgoni. Sceso ad osservare meglio la scena, trova cadaveri messicani, il cadavere di un cane, armi, droga, e un superstite che gli chiede dell'acqua. Llewelyn invece rifiuta anche di chiudergli la porta della macchina, tanto i lupi non ci sono. Ovviamente i lupi, veri o in senso figurato, ci sono, e uno di loro è proprio l'uomo comune con fiuto militare Llewelyn. Possibile che mentre cercava in quegli spazi d'erba mista a deserto, quel binocolo gli sia servito a prendere solo peggio la mira? Guarda prima da lontano, poi da vicino. Una volta arrivato sul luogo osservato, tutto quel che fa è impossessarsi delle armi e da ultimo prendere i soldi. Il poveraccio che vuole acqua serve solo finché può dirgli dov'è l'«ultimo hombre», quello che probabilmente si è portato dietro i soldi.
Però, al contrario di Chigurh, non lo uccide: in una crisi di coscienza nel mezzo della notte decide di voler tornare sul posto per portare al povero uomo l'acqua che voleva. Bingo. Se prima era messo male, adesso è messo malissimo. Probabilmente l'ironia è questa: l'uomo comune non riconosce subito quei saldi principi che a suo modo ha persino un killer cui piace poco parlare. Un killer cui piace difendere la propria personale etica professionale contro il comportamento di una grande rispettabile compagnia, con qualche giro losco, che lo prende per fesso. Notazione doverosa in stato di ammirazione: Javier Bardem (ovviamente nella versione originale) dice ogni parola che deve dire con un tono perfetto, un accento perfetto, una mimesi perfetta. E non è americano: è spagnolo, anche se non si sente neanche un po'. Infatti, come dice lo sceriffo, è un fantasma, e come ogni buon fantasma viene a chieder conto di qualcosa.
L'apertura del film, quindi, ci aveva ingannato. Ed Tom Bell non riuscirà a capire non perché Anton Chigurh si diverta ad ammazzare senza senso chiunque lo disturbi (per risparmiare comunque qualcuno per il rumore di uno sciacquone che giunge da fuori campo o perché la faccia di una monetina sorride alla potenziale vittima), ma perché gente della sua piccola cittadina, della quale conosce tutto meglio del registro automobilistico, non riesca più a vedere le cose semplici e sensate quando arriva una valigetta con due milioni di dollari. Invece quel killer, che non incontrerà mai anche se per un momento alla fine sembra che l'incontro debba avvenire, ha i suoi principi.
Una scena è particolarmente curiosa. Arrivati nella roulotte dei Moss, lo sceriffo ed il suo vice scemo (Garret Dillahunt) si accorgono di aver mancato di poco Chigurh (anzi, se ne accorge, come di tutto, lo sceriffo, dato che il vice è chiaramente scemo). Il killer ha lasciato sul tavolo una bottiglia di latte, che aveva tirato fuori dal frigorifero. Ma non ha bevuto: vediamo perché. Seduto sul divano, stava per bere dalla bottiglia, ma si ferma come se ricordasse d'improvviso che qualcosa non va, e si guarda riflesso sul televisore spento di fronte. Lo sceriffo prende la bottiglia, e anche lui ha voglia di un po' di latte. Cos'è che non andava, perché Chigurh si è fermato e non ha bevuto? Se è buona educazione usare «Signore» e «Signora», è buona educazione anche non bere dalla bottiglia. Preso un bicchiere, versato il latte, lo sceriffo si siede al posto dello spietato Chigurh e si guarda al televisore. A Chigurh non era venuto in mente di prendere un bicchiere, ma non bevendo ha comunque salvato come lo sceriffo le sue buone maniere, i suoi principi.

Giudizio: 3.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Non è un paese per vecchiDal romanzo di Corman McCarthy. Grande attesa e probabile pioggia di Oscar per questo film dei fratelli Coen, i geniali cineasti che ci hanno dato autentiche perle del cinema come Il grande Lebowski oppure Arizona Junior, ma ci sono tanti altri film da loro girati che meriterebbero la citazione (non ultimo Mister Hula Hoop). Per questo noir/thriller/road movie ad alta tensione, hanno reclutato un trio di attori di grande spicco, una star ormai specializzata in ruoli intimisti e disillusi come Tommy Lee Jones che fa lo sceriffo esistenzialista (che con Nella valle di Elah ha fornito una strepitosa interpretazione da Oscar), Josh Brolin (visto anche in Planet Terror) che fa il cacciatore onesto e buono d'animo che deve gestire l'occasione della vita, ma sopratutto lo strepitoso Javier Bardem (il grande protagonista di Mare dentro), Anton Chigurh, il lucido pazzoide che come un mastino è deciso a tutto pur di recuperare il grano e assolvere il suo compito.
Cinema di grandissima qualità questo dei Coen, come prevedibile i due fratelli abbinano grandi scenari aperti, scene thrilling di tensione, inventiva geniale e una spruzzata marcata di amarezza.
La trama ha il suo troncone principale in un lungo inseguimento tra due persone (Brolin e Bardem) che cercano di accaparrarsi il bottino ma sopratutto, nel caso del secondo, devono rispondere a una inesauribile sete di sangue e a un codice distorto e folle d'onore che prevede che il giudice della vita e della morte sia una moneta.
Armato di una bombola per sparare l'aria compressa utilizzata in ogni tipo di maniera, il personaggio dell'oscuro killer («Il padre di tutte le carogne») è uno dei cattivi più luciferini e convincenti degli ultimi tempi, arma totale e inarrestabile alla cui presenza le strade e gli alberghi si svuotano, nessun segno di vita oltre le sue vittime, la polizia non si vede praticamente mai al suo inseguimento diretto o in conflitto con lui, in zone dove si spara furiosamente nessun curioso mette il suo naso al di fuori delle finestre, come se fosse calata l'apocalisse o Satana direttamente.
Con occhi spenti ed espressione assente, Bardem tratteggia questo personaggio dalle poche parole e dalle morali folli in grande stile, donandoci una interpretazione a tutti i livelli perfetta nella sua semplice azione fisica (niente corse folli, niente sparatorie con balzi o salti da atleta).
Le scene sono gestite con grande maestria, si ha una impressione di oppressione totale come se le azioni del fuggiasco Moss siano sempre e solo delle brevi scappatoie, delle brevi soleggiate con la nera tempesta in arrivo, ma è anche vero che in fondo è l'unico avversario che il terribile antagonista rispetta.
Geniali nei loro manufatti artigianali sono anche le trovate di come il bottino viene nascosto o ritrovato, tecnologia statica in un valore di omaggio moderno (tra l'altro essendo ambientato nel 1980 non si vedono ovviamente cellulari o altre cose di questo tipo, è anche bello vedere le persone con i vecchi cari telefoni fissi in mano).
Il cinema dei Coen è un cinema di semplicità in una tecnica sopraffina, dove le cose avvengono nella maniera più inaspettata e straniante (vedi le armi usate, i conflitti a fuoco anomali e le indagini condotte dallo sceriffo quasi con apatica rassegnazione di un risultato fallace), donano allo spettatore una sorta di mancata tranquillità personale, anche perchè non c'è nessun dogma di cinema/sicurezza in ciò che vediamo, le istituzioni sono completamente assenti e sembra di essere in un far-west moderno dove i conti si regolano per le strade e la vita altrui presa con facilità.
Fotografia di grande impatto, trama a sezioni che si sviluppa in maniera perfetta, finale straniante e difficile che ci fa uscire dal cinema quasi insoddisfatti e incompleti, questa terra che non è un paese per vecchi (il titolo italiano una volta tanto è perfetto e corretto) ci fa capire che diventare anziani in un mondo tanto complesso e difficile non sarà davvero facile.
È comunque cinema particolare e bisogna affrontarlo con la giusta preparazione di visione, ci sono lunghi momenti in cui la trama è statica, a volte i discorsi dello sceriffo sembrano delle chiacchere da saloon di vecchi annoiati e il finale multistrato è complesso, da interpretare post visione con la giusta filosofia di completamento di quanto abbiamo visto, e non è certo il pubblico di massa che può ritenerlo uno spettacolo di facile fruizione nonostante una durata non extralarge.
Dobbiamo comunque rimarcare che il cinema necessita come il sangue (scusate l'ironica frase) di questi prodotti d'autore, in quanto ci possono far capire che ci sono sempre artisti che in nome di un racconto atipico possono donare iconografie da trasportare nel tempo e non facili panacee scaccianoia. Non abbiate paura del rispetto dei dogmi del facile cinema (per esempio il personaggio di Woody Harrelson arriva quasi come una mosca a disturbare il duello tra i due contendenti che combattono privi di qualunque regia occulta, mentre invece lui fa il fattorino sistema conti a comando), abbiamo bisogno di inventiva e prospettive atipiche per toglierci di dosso la patina di esistenze qualunque in sale buie.

Giudizio: 3.5


Recensione di EMANUELE RAUCO

Non è un paese per vecchi Di solito il premio Oscar, proprio perché dato da un’industria che premia se stessa, accetta il compromesso tra grande pubblico e buon cinema, privilegiando una cultura media e popolare, cercando gli incassi dietro la qualità e svalutando spesso i prodotti più radicali e di spessore. Ma stavolta l’Academy, possiamo dirlo, ha fatto centro.
E ha regalato quattro statuette (tra cui miglior film) a uno dei capisaldi dell’anno: l’ultima opera di Joel e Ethan Coen, continuando in modo più sottile il loro discorso stilistico e manierista ma rendendo evidente e lancinante i risvolti socio-politici del loro cinema, mai come stavolta impregnante di morte grottesca e humour al cardiopalma.
Llewellyn, durante una battuta di caccia, trova una valigetta con dentro un mucchio di soldi e qualche cadavere. Decide di tenersela, ma non sa che dovrà fare i conti con chi la valigetta la rivuole, e che ha avuto la malaugurata idea di affidare questo recupero crediti a un assassino folle e inarrestabile come Anton Chigurh.
Scritto dagli stessi fratelli da un romanzo di Cormac McCarthy, un noir glaciale, folle, duro e cupo, irrorato da imprevedibili brezze umoristiche che continua il discorso di molto cinema moderno sul rinnovamento del western e quello (cominciato dai Coen già con Fargo) sulla vita violenta e sgradevole della provincia americana.
Ambientato nella polvere arida del Texas e costruito sulla figura dell’inseguimento, il film è una straordinaria e dolente, anche e soprattutto sanguinosa, fotografia di un’America come grande terreno di caccia, dove gli uomini si rapportano tra loro come in un safari e le uniche dinamiche possibili sono quelle tra cacciatore e prede: la forza del film - e del romanzo - è di usare questa metafora (la sequenze iniziali dicono già molto), di imbeverne il film intero e di spostarla dal lato esistenziale, di solito congeniale ai Coen, a quello sociale, economico e politico, descrivendo il paese del titolo come una piramide, una catena alimentare dove l’importanza del ruolo è data dall’importanza del “cibo” che riesci a mangiare, senza nemmeno le regoli animalesche ma attraverso le interposte persone, i sicari, pratici e puliti.
Per questo è convincete e intelligente che i tre personaggi principali (oltre ai due citati contiamo anche lo sceriffo Bell), siano delle mosche bianche, dei ribelli, dei personaggi né eroici né idealizzati che cercano di scardinare le norme, o quantomeno di seguirne delle proprie, di crearsi una loro moralità, avere un futuro, o un presente, che rispecchi in pieno la loro esistenza. Proprio per questo è straordinariamente affascinante il personaggio di Anton: un assassino completamente folle e impenetrabile, che vive la morte e l’omicidio in modo quasi ieratico, con una fede cieco nel destino e nella fortuna, ma anche un’attenzione maniacale a regole, modi e dettagli (all’opposto dei suoi committenti). Dettagli visivi e sonori che diventano poi la chiave privilegiata della costruzione del film, quasi come un saggio sull’uso del cinema puro ai giorni nostri (ricordando qua e la Fritz Lang), sulla costruzione di suspense, tensione, idee e concetti, col solo uso della sensorialità.
Poi, essendo la sceneggiatura premiata con l’Oscar, i dialoghi, i personaggi, la gestione narrativa delle situazioni sono straordinari, così come il gioco tra thriller e horror su base western che ricorda Peckinpah, tanto quanto la descrizione dei delle tecniche di caccia ricorda Hawks. Come registi (premiati anche qui con l’Oscar) i fratelli realizzano il loro gioiello, creando un universo audio-visivo dominato dal vuoto, dalla desolazione, dalla geometria del montaggio (Roderick Jaynes), dalla dinamica della camera (Roger Deakins), dalla potenza percettiva del sonoro (Craig Berkey, che non si capisce come non abbia vinto anche lui la statuetta). E se può far storcere il pensoso finale in diminuendo, affidato alle riflessioni “senili” di Bell, è una grande scelta di anti-climax non solo emotivo ma anche ideologico che rende il film ancora più stupefacente.
In tanto straordinario fulgore filmico, sembrerebbe esserci poco spazio per le interpretazioni di Tommy Lee Jones o Josh Brolin, e in effetti è così, se si pensa che anche i protagonisti possono uscire di scena sotto silenzio: ma poi basta gettare un occhio all’impressionante prova di Javier Bardem come Anton per renderci conto della grandezza di un attore, della possanza del suo corpo e della sua voce, della furia esistenziale del suo sguardo. Per dire che anche lui, l’Oscar, se l’è ampiamente meritato.

Giudizio: 3.5
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