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Rendition - Detenzione illegale Stampa E-mail
Sabato 01 Marzo 2008 12:43

Rendition - Detenzione illegale / Locandina

Titolo originale:  Rendition
Nazione:  U.S.A., Sudafrica
Anno:  2007
Genere:  Thriller
Durata:  120'
Regia:  Gavin Hood
Cast:  Reese Witherspoon, Jake Gyllenhaal, Meryl Streep, Alan Arkin, Skylar T. Adams, Robert Clotworthy, Coco d'Este, David Fabrizio, Bob Gunton, Bob Gunton
Produzione:  Anonymous Content, Dune Films, MID Foundation, New Line Cinema
Distribuzione:  Eagle Pictures
Data di uscita:  29 Febbraio 2008

Trama: La "extraordinary rendition" è la cosidetta presa in consegna speciale illegale di un cittadino Usa sospettato di terrorismo e deportato in un carcere segreto dove sotto tortura viene costretto a parlare. È quello che capita a uno stimato e ricco cittadino musulmano padre di famiglia e sposato con una donna americana, apparentemente inchiodato senza scampo da delle telefonate ricevute da un riconosciuto terrorista internazionale. Disperatamente la moglie chiede aiuto per la sua liberazione credendo ciecamente nella onestà del marito, ma le sue invocazioni sembrane essere solo delle grida inutili verso i palazzi del potere. Intanto i terroristi islamici stanno elaborando un piano che prevede l'eliminazione fisica del crudele capo della polizia locale mediorientale, brutale torturatore al servizio degli Usa, se non che sua figlia...


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Rendition - Detenzione illegaleAi film che con vario merito tentano di approcciare la questione americana nel mondo politico odierno si aggiunge Rendition del sudafricano Gavin Hood, il cui Tsotsi vinceva (immeritatamente) due anni fa l'Oscar per il miglior film straniero. Il tema, come suol dirsi, è di quelli importanti: la deportazione di sospettati di terrorismo all'estero da parte dei servizi segreti USA al fine di carpire informazioni con la tortura. Purtroppo però non si registrano progressi quanto ad acume e sottigliezza nella direzione di Hood, indipendentemente dal fatto che stavolta il film non è scritto da lui ma da tale Kelley Sane. Anche in questo caso si palesa purtroppo la stessa faciloneria nel delineare il quadro ed i personaggi quasi a mo' di teleromanzo, con probabilmente anche la convinzione di star facendo molto sul serio.
La cosa è evidente in come si sceglie con un giochetto di montaggio a incastro di svelare la costruzione del film come una ri-costruzione. Nel finale viene infatti svelato che la sottotrama costituita dalla vicenda privata della fuga amorosa di Fatima (Zineb Oukach) è in realtà una sorta di flashback rivelatorio (sì, ma di cosa?) spezzettato e allungato, che confluisce nel ritorno a casa dalla moglie in lacrime del padre Abasi (Yigal Naor) e in quello dalla famiglia del torturato Anwar El-Ibrahimi (Omar Metwally). L'espediente avrà successo nel creare un crescendo che accentua la drammaticità umana del film, ma in realtà rivela ben poco se non appunto la predilezione, che nel caso di Hood sembra farsi conferma, a semplificare malamente in senso tragico-borghese la storia.
La drammatizzazione, per quanto elementare, tuttavia non è esasperata grazie anche ad un cast adeguato. Su tutti forse il sempre ottimo secondario Peter Sarsgaard, seguito da una Meryl Streep che veste Prada a parti invertite rispetto alla sua giornalista di Leoni per agnelli, dalla moglie incinta interpretata dal sole della Louisiana Reese Witherspoon, dal caro vecchio Alan Arkin e del giovane analista CIA Jake Gyllenhaal.
Il film è molto semplicemente un medio prodotto di comoda ed innocua denuncia (che per far meglio le cose suggerisce anche la colpevolezza del torturato), con acqua di rose e sufficienti valori produttivi alle spalle. A tradirne la modestia è in partenza già lo script, che non va oltre la proposizione del tema importante, degli sforzi dei buoni (Sarsgaard e Gyllenhaal), del politicheggiare delle alte sfere (Streep ed Arkin) e di vari struggimenti privati (Witherspoon, Oukach). Partendo da queste premesse sarebbe stato difficile combinare molto di più.
Quanto al tema importante, questo viene come già detto affrontato facendo leva su un lato umano neanche studiato benissimo, cercando con esso di sollevare questioni di fondo del resto ben chiare già da sole, quali l'eclissi del diritto o l'uso politico del terrorismo. Il che fa venire a galla un'ingenuità piuttosto evidente nella dabbenaggine con la quale si tiene in considerazione la cornice, ridotta a due politici e qualche ragazzino kamikaze.

Giudizio: 1.5



Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Rendition - Detenzione illegaleSi può torturare un uomo fino a farlo confessare a forza? Questo Rendition - Detenzione illegale prende spunto dal fatto vero che si possa per motivi di collegamento terroristico deportare e segregare per interrogarlo in modi più o meno leciti, sicuramente non mostrati, qualunque collaborazionista. Motivazioni e misure straordinarie, ovviamente post 11/09, che il governo Americano ha varato per rendere ancora più sicura e stabile una situazione difficile da gestire. Per quando riguarda la trama del film, il prigioniero è un cittadino Musulmano Americano di origini egizie affezionato padre di famiglia, Anwar El-Ibrahimi, (l'attore Omar Wetwally, bravo a sottoporsi a scene crude e violente), che delle telefonate inchiodano come collaborazionista (lui è un chimico e potrebbe aver agevolato la preparazione delle bombe per i kamikaze). Brutalizzato sotto gli occhi impotenti di un osservatore della Cia (Jake Gyllenhall, uno dei due cowboy gay di Brokeback Mountain), da un capo della polizia egizia cinico e torturatore, ha l'unica speranza di avere la moglie determinata a liberarlo (una strepitosa Reese Witherspoon, ormai matura attrice, dopo le prime innocue prove, che recita con il pancione e in maniera convincente) che si muove contro tutto e tutti nei palazzi del potere. Altra protagonista di questo bello e interessante film è Meryl Streep (deputata cinica a servizio della Cia dai sorrisi perfidi ed ironici, sempre molto sicura di se stessa).
Gavin Hood (il regista di Il suo nome è Totsi, premio oscar come miglior film straniero nel 2005) dirige una pellicola asciutta, priva di sbavature inutili che ci racconta di come è facile cadere nel tranello della grande retata per credere di compiere il più possibile opera di prevenzione contro il terrorismo, come dice la Streep nella sua frase emblematica «Meglio avere 7000 persone tranquille anche se ne paga una innocente», facendo una difesa di massa contro i diritti del singolo. Certo un ragionamento che nella salvaguardia di popolo non fa una grinza, il problema viene quando qualcuno dei forse innocenti e creduti sicuri colpevoli sei tu, oppure un parente o un amico stretto di famiglia. La scelta e le decisioni del paese a quel punto non sono molto chiare. Altro figlio dell'11/9, abbiamo anche un aereo che sembra voler cozzare in volo contro la famosa stele della pace, ad icona e dimostrazione del riferimento.
Le difficoltà di agire con vera logica di ragionamento sparando nel mucchio, vengono elaborate con le scene in luoghi chiusi, bui (la prigione di tortura), dove le indagini sembrano sempre ad un punto fermo, mentre il marciume dei grandi poteri viene nascosto da palazzi luminosi e perfettamente scintillanti solo di facciata, dove la povera moglie disperata si muove come se fosse nel deserto.
Hollywood e il cinema in generale, da tempo non hanno più paura di parlare, e questa nuova polla di vergogna sommersa viene messa alla berlina tanto quanto l'arrogante comportamento del capo della polizia locale mediorientale dai metodi brutali, che si ritrova il calderone del fanatismo che porta al suicidio per la guerra santa, ma anche la figlia coinvolta, che per amore non connota più le ragioni del giusto.
Ragioni di Stato, sentimenti, etica, una visione dei musulmani estremisti ma anche quella dei sani ed onesti, sono mostrate nel film, raggiungendo una vitalità particolare nel momento dei confronti personali tra i personaggi.
Non ci sono mai veri sorrisi lungo il cammino, ma solo ironiche frasi a dimostrazione del giusto come risposta, o terribili silenzi dopo domande che fanno una grande immensa paura.
Si cita Shakespeare per difendere il concetto di umanità, si brutalizza il verbo con violenza («Tu picchia tua moglie ogni giorno, tu non lo sai perché lo fai ma lei sì») per difendere la estorsione della presunta colpevolezza, ma alla fine i danni e le conseguenze di un atto di vigliaccheria fatto per la logica di una difesa della massa hanno conseguenze solo di umiliazione e non di risoluzione comunque, dove i mezzi non giustificano il fine.
Interessante vedere come i terroristi kamikaze sono manovrati da una mano crudele e molto più assassina della loro («Sono solo ragazzi» dice piangente una madre affranta che ha perso il figlio, che non è compiaciuta del gesto del figlio come la logica della follia da fanatismo potrebbe suggerire), diventando il corollario di una storia sporca e dannata dove gli Usa si misurano con la loro recente difficile storia priva di eroismi e di grandi imprese che lavano la ferita da trasmettere al tempo futuro.
Non potranno mai giore le persone coinvolte in tali fatti, non solo perchè non potranno dirlo a nessuno, perché non danno reale soluzione, mentre anche i musulmani onesti dovranno vivere con il coltello fra i denti senza mai trovare serenità di comportamento anche nel nuovo status di emigrati riconosciuti.
Strepitosa la Whiterspoon, ottima la Streep (autentica ombra sulla vicenda e grande burattinaia di impatto) bravo Gyllenhall nei suoi sguardi persi, ma davvero valida la sezione mediorientale del film con le loro paure incarnate da un asino con il suo carico caduto che blocca la strada.
In definitiva un ottimo film di denuncia, asciutto e coinvolgente, con delle interpretazioni valide che soddisfa qualunque serata diversa da quelle di un innocuo intrattenimento, per parlare di uno degli aspetti sommersi delle conseguenze della tragedia che ha cambiato il volto del decennio.

Giudizio: 2.5
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