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| [Rec] - La paura in diretta |
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| Sabato 01 Marzo 2008 12:43 | |||
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Titolo originale: [Rec] Trama: Angela Vidal è una giornalista dilettante che sembra aver trovato la sua grande esclusiva. Mentre è con dei pompieri per fare un reportage, li segue in una trasferta che sembra di totale routine in un condominio; invece appena entrati nel luogo entrano in contatto con una misteriosa minaccia, che il governo sembra conoscere dato che prontamente circoscrive tutto l'abitato impedendo a chiunque di uscire. Intrappolati e con il terribile pericolo che li minaccia, Angela e il suo cameraman sono decisi a tutto pur di riprendere ogni cosa e darne testimonianza. Certo, prima bisogna anche sopravvivere. Jaume Balagueró (qui con Paco Plaza in aiuto regia e sceneggiatura), autore spagnolo prolifico e specializzato nel cinema horror di varie destinazioni/direzioni (titoli come Fragile, Nameless, Darkness sono suoi), si cimentano con la tecnica "povera" della ripresa diretta con camera a mano (come se si facesse un film amatoriale) resa famosa dal grande successo internazionale di The Blair Witch Project e rispolverata (ma con tanti soldi di budget) dal recente Cloverfield di J.J. Abrams. In questo caso l'amatorialità è dichiarata da subito, con la trama che ci comunica che la giornalista di una tv locale (che sembra una liceale che sta facendo un film per il giornale della scuola, bionda e con treccine) contatta i pompieri per un reportage, partecipa a una loro apparentemente banale uscita, per poi essere presente con la sua camera a delle agghiaccianti scene dovute a una misteriosa minaccia che costringe il condominio e i suoi abitanti in uno stato di quarantena imposta dal governo, che impedisce a soccorsi e soccorritori di uscire all'aperto.Assistiamo a un primo tempo come doveroso soporifero per farci conoscere i protagonisti della storia, poi Balagueró e Plaza agiscono di progressione e ci conducono man mano in una interessante paurosa storia di condominio inside, intendendo con questo termine un microcosmo di terrore che per la sua circolare stretta ambientazione impedisce grandi fughe, aumentando il senso di prigionia e impotenza, per poi letteralmente esplodere con uno dei finali più agghiacchianti che si siano mai visti negli ultimi tempi utilizzando un misto di lerciume, buio, sperimentazione e colpi di scena da far evitare assolutamente ai cardiopatici. Davvero interessante come con l'utilizzo della camera a mano in presa diretta si possa esplorare le abitudini delle persone (le interviste sono al limite dell'ilarità e coinvolgono diverse etnie come quelle orientali, o inclinazioni diverse di esistenza come quelle gay, o anziani che perdono la memoria, che parlano di stupidaggini mentre incombe la misteriosa infezione continuando a criticare gli altri condomini per le solite banali liti di convivenza, volendo globalizzare il mondo in una stanza, o meglio in un palazzo) e poi possa farci entrare dentro l'azione in maniera totale e completa, come se noi fossimo lì sul posto. Ci sono delle ingenuità di base piccole nel dettaglio (si trova una chiave in pochi secondi in mezzo a un mazzo di cento, i condomini sono macchiette che possono contrastare con l'ambientazione di pericolo, poco caratterizzati attorialmente) ma si perdono nell'ansia imperante del tutto amplificata dalla tecnica di ripresa. Avvisiamo subito di non mangiare prima del film perché la camera è a dir poco psicopatica nei movimenti nella parte iniziale; poi si rende meno nemica della visione appena si arriva nel condominio infestato, con dei movimenti ovviamente sempre veloci e frenetici (d'altronde pure il coraggioso uomo-camera, che logicamente non si vede mai, deve salvarsi mentre riprende) ma più morbidi, si stabilizza intelligimente per dare respiro allo spettatore (con delle volte che viene appoggiata per terra facendo vedere solo dei piedi o con del buio totale in cui si sentono solo le voci) e dopo confortevolizza il tutto con delle inquadrature fisse che riprendono una scena circostanziata (per esempio quella del bagno, chissà perché con sbarre a serranda e chiusura a chiave). Ma ci preme parlarvi del finale: gli ultimi venti minuti circa sono a dir poco strepitosi, ricordando il cinema di Fulci e Bava (il grande Mario, ovviamente) con le loro iconografie del terrore, dove un articolo di giornale ricordava potentemente cose seppellite nel tempo ma attualmente pericolose di maledizioni nostrane. Il volo del terrore spicca al diapason (dopo averlo lentamente bollito al fuoco), si fanno salti sulla sedia di paura e tutte le certezze/sicurezze della vita vengono a mancare a poco a poco (spazio/luce/percezione) dove il lercio, il marcio e lo sperimentativo da pazzia hanno il sopravvento. Non ci sono vere innovazioni filmiche in questa pellicola, tecniche e modi sono consueti e collaudati, ma la pellicola è valida soprattutto perché non è mai conciliativa, non si preoccupa di usare anche i bambini o i disabili (qui poi il grasso è bello e usato in modo del tutto personale) o gli eroi, come se ci fosse una sorta di pareggio di giustizia nel voler dare a tutti il concetto che non ci sono personaggi invulnerabili perché bisogna restare politicamente corretti a tutti i costi. Un film horror di grandissimo impatto emotivo che potrebbe far storcere il naso ai teen appassionati di innocue forti emozioni solo visive e non emotive (di fatto le peggiori): qui le armi usate per difendersi sono minime e minimali, c'è solo qualche colpo di pistola, nessun uso delle armi da taglio e solo delle mazzette sfondaporte usate dai pompieri che divengono nella disperazione buone per altri usi. Gli effetti sono del tutto artigianali come piacerebbe a Stivaletti & Co. o ai tempi dell'Argento furioso e glorioso, le ferite fatte con le tecniche del tempo che vale e non di quello che accomoda usando il computer: fa davvero bene al nostro senso dell'horror vedere piaghe che vengono perforate da siringhe oppure delle bocche sanguinolente old style. In definitiva un film pauroso come pochi che ci inchioda nel finale, ma anche dalla grande progressione man mano che scorre, dalla corta durata per via della camera a mano in rispetto dello spettatore, dove il mistero ci attanaglia dandoci una grandiosa sensazione di impotenza. Speriamo ora che non ci sia la moda dei film con questa tecnica, per non rischiare una caduta di qualità nella serialità; certo che questo nuovo figlio spagnolo (che state sicuri verrà saccheggiato immondamente dagli americani mettendo un'attrice on spot al posto della sconosciuta Manuela Velasco, e magari senza handcam) è davvero pregno di grande impatto. Non perdetevelo ed evitate senza tema i leccalecca americani che diventano numero senza essere niente. E per precauzione, controllate che il tasto rec del ricordo sia funzionante: non meriterebbe davvero di essere accantonato in fretta per la frenesia di accumulare altro. Giudizio: ![]() Recensione di ALBERTO DI FELICE Alla fine—non che la cosa abbia importanza in sé—si scopre che di sorprendente in [Rec] non c'è proprio nulla. Jaume Balagueró e Paco Plaza uniscono le forze per continuare nella sostanza a fare quello che hanno sempre fatto con i loro horror. La cosa diventa importante se si pensa che finora quello che hanno fatto è stato tutto fuorché necessario. Per fortuna, sembra tuttavia che questo film voglia presentarsi come la versione antecedente, l'antefatto della magari non originalissima ma ricostruibile poetica che lega i due registi, incentrata sui poli dell'occultismo e della malattia. Se si va a ricostruire il filo col quale il film viene risolto ci si trova di fatti davanti alle stesse paure esoteriche di Nameless, Second Name, Darkness e Fragile. [Rec] ne appare come l'antecedente, si diceva, principalmente perché, andando a scegliersi una precisa forma di veicolazione quale il ben noto espediente del "filmato ritrovato" (ma non dichiarato come tale: stiamo vedendo un filmato o quello che la camera non solo imprime su pellicola ma vive? Lascia qualche dubbio, che il sottotitolo italiano pare cogliere, un riavvolgimento), sembra voler estremizzare la ricerca genetica di quelle paure. Tornando al mezzo in quanto tale, il film si presta a farsi leggere come tassello affatto superfluo nella filmografia sovracitata: su quelle stesse tracce si muove ora una camera che soggettivizza pienamente l'attività di messa in vista dell'occulto. Di più: l'attività di indagine, il documentare per capire. A quanto pare, più che in zona del quasi-contemporaneo—almeno nelle sale italiane—Cloverfield, siamo quindi dalle parti della pellicola del 1999 a quest'ultimo frettolosamente associata, ovvero The Blair Witch Project di Myrick e Sánchez, col suo antenato del documentare-per-fabbricare Cannibal Holocaust di Deodato. Anche qui abbiamo di fatti una troupe in piena regola nel mezzo dell'azione, il cui mandato esplicito è quello di tenere la camera accesa nel documentario/reportage. Rispetto ai due modelli—e per motivi diversi anche rispetto al film di Reeves—proprio il mezzo non sembra però essere il principale centro dell'interesse dei due autori. Se qualche motivo di riflessione si può rintracciare nella progressiva trasformazione della cronaca in inchiesta (palese la materializzazione dei ritagli di giornale e dei documenti in soffitta nelle scene finali), e nella tensione fra questi due lati accomunati (vedasi il resoconto "dall'interno" di un assedio mosso dalle autorità—sembra dapprima solo quelle statali, ma la sceneggiatura dei registi con Luis Berdejo architetta in omaggio al genere qualcos'altro), l'essenza soggettiva del film fatica ad imporsi al di là dell'espediente narrativo. E da questo punto di vista la pellicola, pur non uscendo mai dal già visto quanto a metodi di spavento (per tacere dei mostri-zombie), sa far bene il suo dovere. Ci si può beare di questo, anche se manca quel substrato forte—e davvero sorprendente—che la stagione scorsa aveva ad esempio il dai più ignorato Them di Moreau e Palud. Giudizio: ![]()
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Jaume Balagueró (qui con Paco Plaza in aiuto regia e sceneggiatura), autore spagnolo prolifico e specializzato nel cinema horror di varie destinazioni/direzioni (titoli come Fragile, Nameless, Darkness sono suoi), si cimentano con la tecnica "povera" della ripresa diretta con camera a mano (come se si facesse un film amatoriale) resa famosa dal grande successo internazionale di The Blair Witch Project e rispolverata (ma con tanti soldi di budget) dal recente 
Alla fine—non che la cosa abbia importanza in sé—si scopre che di sorprendente in [Rec] non c'è proprio nulla. Jaume Balagueró e Paco Plaza uniscono le forze per continuare nella sostanza a fare quello che hanno sempre fatto con i loro horror. La cosa diventa importante se si pensa che finora quello che hanno fatto è stato tutto fuorché necessario. Per fortuna, sembra tuttavia che questo film voglia presentarsi come la versione antecedente, l'antefatto della magari non originalissima ma ricostruibile poetica che lega i due registi, incentrata sui poli dell'occultismo e della malattia. Se si va a ricostruire il filo col quale il film viene risolto ci si trova di fatti davanti alle stesse paure esoteriche di Nameless, Second Name, Darkness e Fragile. 







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