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| Martedì 04 Marzo 2008 01:00 | |||
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Titolo originale: Jumper Trama: David Rice ha uno strano potere, riesce a trasferirsi da un luogo all'altro solo pensando a dove andare dopo aver visto la località in una foto. All'inizio il suo potere sembra una fortuna, gli permette di visitare luoghi esotici senza spese e perdite di tempo, ma dopo poco il sogno finisce perchè lui non è l'unico al mondo con questo dono e oltretutto una setta di fanatici da loro la caccia senza lasciargli scampo. Riuscirà il giovane a non coinvolgere la sua fidanzata nei guai in cui si è cacciato e a fare ogni volta il salto giusto? Heroes, la serie tv dall'esito di ascolti poco confortanti in Italia, che presentava vari supereroi confrontarsi tra di loro per sopravvivere o primeggiare, comincia a far proseliti al cinema, ispirando questo figlio degenere che a tutti gli effetti potrebbe essere uno spin off apocrifo (cioè "la presenza di un eroe estratto da" come nel gergo dei comics di carta, al cinema uno spin off potrebbe essere il film di Wolverine oppure quello di SIlver Surfer) dato che il suo protagonista ha un potere che ricorda tantissimo quello di uno di loro (Hiro, che oltre che nello spazio si muoveva nel tempo). Partendo da questo spunto principale, il regista Doug Liman (non un perfetto sconosciuto, dato che ha diretto Mr & Mrs Smith e The Bourne Identity) prende uno dei divi giovanili bello, dalla faccia pultia e ben rasata come Hayden Christensen (L'Anakin della nuova saga di Star Wars), lo mette contro a uno degli attori più decaduti di Hollywood come S. L. Jackson (oramai banalizzatosi a mille a furia di fare particine inutili, qui è in versione capello bianco e barba nera), ci infila una spruzzata di esotico e di storico nei paesaggi, e lo banalizza all'infinito con una serie di situazioni tutte uguali prive di qualunque attrattiva.La produzione ha dovuto litigare molto per fare le riprese in Italia ambientate nel Colosseo, e purtroppo la ragione del vile denaro ha avuto partita vinta anche contro la preservazione di non diventare scenario incolpelvole, di uno spettacolo squallido, per uno dei più bei capolavori storici della città eterna. La trama: un ragazzo scopre di essere un "jumper" dotato del potere di saltare dove vuole solo immaginando il posto di arrivo visualizzandolo in una foto, fa la bella vita per un po'di tempo mangiando anche panini sulla testa della Sfinge e ascoltando musica proprio lì, rapina banche materializzandosi nel caveau e poi tornando a casa con il bottino (con doveroso onesto biglietto «poi li ritorno», in fondo David è un bravo figlio Usa e lo fa solo per sollazzo, se questi poteri li ha li deve usare, capiamolo, ma come li possa poi ridare non si sa visto che potrebbe farlo solo poi rubando a qualcun altro). Però la festa dura poco, ci sono anche i cattivoni, i cosidetti paladini comandati da un crudele capo che li stermina con una trovata particolare a cui sono sensibili (anche i Jumper hano la loro kriptonite). Le cose si fanno difficili, e il nostro tenero eroe (con squittante insopportabile fidanzata al seguito) deve allearsi con un altro Jumper, lui scostante e solitario, ma molto più scafato. Banalità oltre ogni limite (si usa il Jump anche per spostarsi di mezzo metro), noia mostruosa (si salta un sacco di volte senza senso solo per arrivare in luoghi diversi per presentare un catalogo turistico di ambienti), trama insipida con cattivi da buttare al macero, non avendo altre possibilità il film gioca sul gigantesco ad ogni passo (oltre a se stesso il jumper può portare anche degli oggetti nelle cicatrici delle porte spazio che lo mandano in ognidove) dove io ti tiro un sasso e tu mi tiri una montagna. Ne deriva per lo spettatore una sequela di sbadigli più lunga di quella dei salti, le locazioni (si va pure in Cecenia) tanto diverse quanto strettamente inutili, protagonisti da prendere a sberle (Jackson in primis). Ci si veste alla moda, si deruba banche vestito da rapinatore anche se non si usano chiavi o attrezzi e si va nel luogo solo per qualche minuto (non siamo così stupidi da non capire che atto sta facendo per doversi dare tale iconografia), le porte chiuse si aprono solo perchè lui va dall'altra parte del cancello (come se ci fosse una chiave dentro), e si fa tutto nel nome della gioia del brufoloso adolescente che attende l'uso inutile e poco spettacolare del potere. Si citano i Marvel Team Up (cioè l'uso di due eroi diversi nella stessa avventura in maniera occasionale) non pensando che la qualità di questi fumetti era davvero pessima (non come quella di questo film comunque). Alla fine l'unico salto che facciamo degno di questo nome è quello dalla sedia per uscire il più velocemente dalla sala appena si accendono le luci. In definitiva un film che può piacere solo a un pubblico di adolescenti in giornata senza pretese in cerca di divertimento facile e di bassa lega, ma è talemnte banale che anche loro si troveranno soddisfatti solo perchè i pop corn sono stati saltati a dovere senza bisogno dei Jumper. Il film ha comunque un pregio: dura solo 88 minuti. Non sprecate tempo anche se è poco. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]()
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Heroes, la serie tv dall'esito di ascolti poco confortanti in Italia, che presentava vari supereroi confrontarsi tra di loro per sopravvivere o primeggiare, comincia a far proseliti al cinema, ispirando questo figlio degenere che a tutti gli effetti potrebbe essere uno spin off apocrifo (cioè "la presenza di un eroe estratto da" come nel gergo dei comics di carta, al cinema uno spin off potrebbe essere il film di Wolverine oppure quello di SIlver Surfer) dato che il suo protagonista ha un potere che ricorda tantissimo quello di uno di loro (Hiro, che oltre che nello spazio si muoveva nel tempo). Partendo da questo spunto principale, il regista Doug Liman (non un perfetto sconosciuto, dato che ha diretto Mr & Mrs Smith e The Bourne Identity) prende uno dei divi giovanili bello, dalla faccia pultia e ben rasata come Hayden Christensen (L'Anakin della nuova saga di Star Wars), lo mette contro a uno degli attori più decaduti di Hollywood come S. L. Jackson (oramai banalizzatosi a mille a furia di fare particine inutili, qui è in versione capello bianco e barba nera), ci infila una spruzzata di esotico e di storico nei paesaggi, e lo banalizza all'infinito con una serie di situazioni tutte uguali prive di qualunque attrattiva.









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